Davide Banzato

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Condivisioni su temi di Attualità e sul Vangelo alla luce del carisma di Chiara Amirante e di Nuovi Orizzonti
Updated: 5 min 23 sec ago

Amore gratuito

Mon, 2010-03-22 06:41


Un amico sacerdote di Ischia un giorno durante l’omelia di un matrimonio ha raccontato una storella davvero interessante. Un giorno una bambina chiede alla mamma la paghetta mensile, ma questa volta pretende di più e mostra alla mamma un quaderno in cui motiva la sua pretesa. Apre su una pagina e legge: “Ho messo in ordine la camera per 7 volte in un mese: 7 euro; ho aiutato a buttare la spazatura 4 volte: 4 euro; ho aiutato ad apparecchiare la tavola 5 volte: 5 euro; ho fatto da baby sitter 3 volte alla sorellina: 3 euro. Totale paghetta mensile: 19 euro”. La mamma non replica niente. Prende un foglio dal quaderno ed inizia a scrivere dicendo: “Per averti portata nel grembo 9 mesi: 0 euro; per averti partorita: 0 euro; per averti allattata, cresciuta, amata: 0 euro; per averti cullata nelle notti insonni: 0 euro…” La bambina la ferma e avendo capita l’abbraccia dopo aver stracciato il suo foglio. La storiella è semplice ma incisiva. Abituati a quantificare e a pretendere perdiamo i veri obiettivi della vita come se tutto fosse dovuto o misurabile. L’amore è amore se è libertà, autenticità, verità ma soprattutto gratuità. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, “C’è più gioia nel donare che nel ricevere”.

Egli ha posto nel Sole il suo tabernacolo

Mon, 2010-03-22 06:12

San Bernardo scrive: “Egli ha posto nel Sole il suo tabernacolo (Sal 18,6). Ecco la pace non promessa, ma inviata; non differita, ma donata; non profetata, ma presente. Dio Padre ja inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato donato un Piccolo (cfr. Is9,5) in cui però abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col2,9)”. Se mai non avessimo accolto, custodito, accudito il Bambino posto nel nostro cuore, se mai addirittura ne fossimo stati ancora i carnefici, non disperiamo, ma anzi ricorriamo subito a due importanti ripari: l’amore per il prossimo e la confessione.

Dice s.Antonio di Padova in merito alla confessione: “Tieni presente che quattro sono gli impedimenti e i nemici della confessione: l’attaccamento al peccato, la vergogna di confessarsi, la paura della penitenza e il disperare del perdono. Chi nella confessione sbaraglia completamente questi quattro nemici, senza dubbio ripristina in se stesso il completo dominio del Signore”.

Dice san Giovanni Evangelista: “Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre”. Gesù si scaglia con irruenza contro gli ipocriti, capaci nel silenzio di nascondere il marciume interiore e d’apparire santi. Sant’Antonio ci ammonisce dicendo: “Tacciano le parole e parlino le opere!” In confessione quando vedo un’anima caduta in peccato di egocentrismo, egoismo e ripiegamento su di sé, come la lussuria, l’invidia, l’orgoglio, la gelosia, la vanagloria, l’accidia… come “rimedio” o penitenza consiglio sempre atti concreti di amore gratuito subito, immediatamente dopo esser caduti: è il miglior modo per uscire il prima possibile dal vortice delle tenebre che può risucchiarci.

“Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo”. Se amiamo il prossimo Dio dimora in noi e noi in Lui, pertanto camminiamo nella Luce e ogni ostacolo viene meno in quanto non abbiamo neanche il tempo per trastullarci in tanti falsi problemi o pensieri da cui possono nascere gli errori fondamentali della nostra vita, questo perché siamo impegnati ad amare. “Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (1Gv 2,3-11). Quando una stanza è buia non vediamo niente e rischiamo di inciampare. Il buio è infinito e precipitiamo conducendo una barca, quella della vita senza timone in balia dei venti delle onde delle passioni. Gesù invece squarcia le tenebre ed è come un raggio di sole che ci fa intravedere il cammino. Nel buio una piccola stella diviene luce che illumina e dice la via da seguire. “Nel cielo la Gloria” dice il Salmo “nella terra la gioia”. In Cielo la pienezza della Gloria di Dio, la visione continua della Sua Luce, nella terra abbiamo il raggio con cui possiamo intravedere e gustare un po’ della Gloria, la Gioia! Simeone che asseconda questa mozione dello Spirito è guidato ed incontra il Bambino: “Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio” (Luca 2,22-35). Usciamo dalla tenebra dell’errore grazie alla confessione e seguiamo lo Spirito che come raggio ci fa pregustare e vivere nella Gioia.

Crisi di Rigetto

Mon, 2010-03-15 17:34

In un corpo quando si mette una protesi a volte avviene un rigetto perche’ il fisico e’ scombussolato nel suo ordine originario. Avviene lo stesso per la nostra madre Terra. Credo molti dei terremoti, delle alluvioni inspiegabili, dei maremoti devastanti… abbiano origine proprio nel nostro peccaminoso cercare soldi e potere stravolgendo ordini prestabiliti con esperimenti atomici, nucleari, di manipolazione genetica… Non c’e’ Dio a punirci, ma la semplice ed elementare legge fisica che afferma ad ogni azione corrisponde una reazione contraria di pari forza ed estensione…

La medicina dell’anima

Mon, 2010-03-15 06:39


Una carissima amica ha portato suo papà in Comunità ed era contentissima di aver avuto la possibilità di fargli fare un’esperienza proprio nella Cittadella Cielo a Medugorje. Il papà, un uomo davvero eccezionale ed in gamba, era proprio venuto con l’intento di cercare la pace; non avendo mai avuto qualcuno che lo guidasse in un cammino di preghiera ha osservato, studiato un po’ tutti i movimenti intorno alla Parrocchia e alla Cittadella. Quest’uomo da tempo segue una terapia per il cuore che in passato gli ha dato diversi problemi e grandi preoccupazioni, ma che ora, grazie alle medicine, si è stabilizzato permettendogli addirittura un viaggio in piena estate in Bosnia Erzegovina e sopportando temperature da record. La figlia lo invita alla preghiera, ma lui un po’ si tira indietro giustificandosi che tutto sommato è un uomo buono, di buoni principi, che non sa come si fa… insomma, va bene anche così! Questa mia amica non demorde e gli da un bigliettino in mano, sopra c’è scritto: “Medicina dell’anima: da prendere tutti i giorni. Non ci sono effetti collaterali” e dice al padre: “Quando prendi le medicine per il cuore, le prendi perchè ti piacciono? Le prendi perchè ti va? Oppure semplicemente perchè sai che ti fanno bene e ne hai bisogno? Ecco, così anche la preghiera del cuore si può vivere in momenti in cui si prova qualcosa, ma spesso perchè ci fa bene al cuore, all’anima”. Il padre commosso apre il biglietto e trova dentro la preghiera dell’Ave Maria.
Ho sorriso quando lui stesso mi ha raccontato il tutto e soddisfatto, anche se non voleva darlo a vedere, mi mostrava il bigliettino. Che tenerezza! Nella semplicità del gesto c’è una verità profondissima: la preghiera è davvero la medicina della nostra anima perchè si tratta del respiro vitale dell’immagine e somiglianza a Dio impressa in noi da coltivare. Se soffochiamo quel respiro non è che togliamo a Dio qualcosa, ma ci priviamo noi del necessario. Dio conosce i nostri cuori e riesce a sentirci sempre, siamo noi ad aver bisogno di aprire il nostro cuore per accogliere tutto l’Amore che vuole riversarci.

Terra Santa: c’è posto per tutti

7 hours 46 min ago

A poche settimane dalla Pasqua, un appello viene lanciato dal Vaticano per sostenere i cristiani di Terra Santa, che custodiscono i luoghi «dove tutto è cominciato». Sono nostri fratelli nella fede che, con le parole del cardinale Leonardo Sandri, il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, incarnano «un ponte di dialogo e di collaborazione costruttiva nell’edificare una cultura di pace che superi l’attuale stallo della paura, dell’aggressione e della frustrazione».

Là dove Gesù Cristo ha predicato, è morto ed è risorto, le Chiese cristiane rappresentano oggi «laboratori di tolleranza e di speranza, come pure di solidarietà e di carità pratica». Di fronte alle fatiche che chiede la convivenza tra gruppi diversi, la luce della fede è il faro al quale riferirsi nel cammino, senza turbamenti per le pietre d’inciampo che si incontrano. Perché, come aveva sottolineato Benedetto XVI durante il viaggio dello scorso anno, «nella Terra Santa c’è posto per tutti».

Il Sinodo dei vescovi, che a ottobre prossimo vedrà convenire a Roma responsabili ecclesiali da ogni parte del mondo proprio per riflettere sulle problematiche del Medio Oriente, sarà l’occasione per approfondire i compiti dei cattolici in quei luoghi e per proporre un rinnovato slancio di impegno. Un tema che coinvolge chiunque fra noi, poiché la comunità di Terra Santa rappresenta per ogni cattolico la testimonianza nei secoli delle  grandi opere della salvezza.

Nella preghiera, innanzitutto, ma anche nella solidarietà concreta attraverso le opportune modalità (una è la consueta colletta del Venerdì Santo), è possibile far sentire la nostra vicinanza a chi sente la tentazione di abbandonare il campo e di emigrare verso altre terre. La Chiesa madre di Gerusalemme, memoria viva e perenne delle origini apostoliche, non può essere abbandonata a se stessa.

… nel dolore, le Tue mani sono diventate il sangue che nutre il mio …

Tue, 2010-03-09 00:38

Ritorno alla vita.

Questa notte ho scelto l’amore per il mio cuore.

Non chiedetemi il perchè, ma ho provato a sentire incessantemente il battito del mio cuore.

Non lo facevo da tempo.

Dal giorno in cui è stato pubblicato il mio nuovo romanzo, meno di un mese, la mia vita è un turbinio di orari, voli, agende, parole e pochi respiri.

“Fermati!”

Mi riprendo quel cielo e lo dipingo dei colori di tutti quegli occhi che in queste settimane ho incontrato lungo la strada della mia vita.

Occhi veri, affranti, pieni di lacrime, paure e incertezze.

Occhi che chiedono amore, ma il più delle volte chiedono a loro stessi la loro vita.

Ho visto la rabbia per una cancro, non voluto, ma subito.

Ho chiesto il dono della preghiera e ho ricevuto un Rosario di cinquanta rose profumate.

Ho donato un sorriso e mi è stato donato un eterno abbraccio.

“Ascolto note”. “Giovanni Allevi”. “Come sei veramente”.

“A volte devi fermarti e respirare per poi tornare a vivere e a sognare”.

Questa è la mia vita!

Guardo l’orologio, guardo il calendario e penso al tempo che è passato e che passerà.

Respiro.

“Devi respirare, devi farlo”.

In queste settimane il mio corpo a volte è ceduto sotto il peso di questa malattia che quando si allontana dal Tuo corpo, stuzzica la Tua mente e si presenta sotto vesti diverse per riprendersi le Tue cellule.

Vorrei buttare scatole e bugiardini e vivere solo di quell’umana natura e volare nel mio cielo, sognando il domani in cui si possa liberamente vivere il dolore, guardandolo con l’assoluta gioia dell’anima.

Invece no!

C’è la speranza, quel seme che ci continua a dire che siamo sulla giusta strada: ricerca dell’anima!

In tanti ti chiedono che non è possibile, vivere il dolore! Come se Dio, fosse talmente lontano da noi e dal nostro cuore.

“Ti stringo fra le mani Signore e ti ringrazio per questa continua offerta. Mi avvicino a Te e ti offro questo corpo pieno di dolori che mi prendono e mi stordiscono, ma ogni Tuo chiodo, ogni Tua spina, diventa il balsamo che diventa all’improvviso un inno alla Gioia. Sì. Signore, e Gioia sia”.

Penso.

“Non mi fai paura! Questo Scarafaggio, questa notte ti dico”.

“Rivivrai la sofferenza. Piangerai lacrime amare. Ti sentirai disperato, annebbiato, stanco, confuso. Ti sentirai smarrito. Vorrai scappare da te stesso e dagli altri. Così, perduto, conoscerai la paura, ma guarderai alla Croce. Sarà un inno alla vita”.

E’ proprio vero. Alle volte in preda al dolore, trovi finti uomini sul tuo sentiero che ti abbracciano, ti stringono e poi ti buttano via senza un perchè, ti cancellano fra le loro braccia, perchè questa è la società della finta condivisione, che si allonta dall’uomo che grida dolore.

Guardo e penso al dolore e alla gioia della condivisione.

Chiudo gli occhi. Gli riapro e vedo quelle immagini dal Brasile.

“Leggo il Tuo diario”.

Una lacrima.

Penso a Chiara. Penso a Davide.

“La tua assenza di queste ore, di questi giorni, è l’ennesima prova, ma alle volte quelle braccia sono indispensabili, perchè fratello mio, nel dolore, le Tue mani sono diventate il sangue che nutre il mio”.

«Il dolore è un dono di Dio per te. Non devi sciupare questo dono ma renderlo fruttuoso.

La mia preghiera per te è che tu non disperda il lavoro del Signore.»

Madre Teresa

Appropriazione

Mon, 2010-03-08 17:30

Da quando sono sacerdote o comunque Cristiano con responsabilita’ su altre persone ho sempre temuto di scandalizzare e sviare altri. Mi e’ sempre stato d’aiuto san Giuseppe: la sua figura silenziosa ma forte e solida, capace di credere ad un sogno e di salvare Gesu’ e Maria, ma soprattutto di esser padre generando il proprio figlio non putativo attraverso l’esempio e la quotidianita’, senza mai appropriarsene.
Credo tre siano i rischi che in ruoli di responsabilita’ corriamo.
Prima di tutto lo scandalo. Se siamo belli fuori ma vuoti dentro, se siamo scollati tra vita e ideali, se predidichiamo in un modo e ci contraddiciamo negli atti, se siamo scissi interiormente vivendo un teatro esteriore passando dall’essere persona a personaggio, allora rischieremo di scandalizzare. Non esiste cosa peggiore. Gesu’ usa tra le sue più dure parole per questo invocando come migliore via la morte o l’esser mai nati.
In secondo luogo nell’elenco, ma all’origine di tutto sta il portare solo se stessi mascherandolo di Dio. La finzione dura poco, come una borraccia con un foro, come un sacchetto bucato… Cammin facendo si rivela vuoto! Senza Dio prima o poi si lascia spazio a qualsiasi cosa. E’ solo questione di tempo. Basti pensare al sacerdote in Dio magari incapace di predicare, ma che comunque attrae a Dio molti e nella Messa si fa talmente canale da attirare sempre più persone. Al contrario un sacerdote senza Dio sara’ pietra non di edificazione ma di scandalo allontanando e perdendo quanti Dio gli aveva affidato.
In terzo grado resta il rischio della superbia che porta ad appropriarsi di Dio o dei suoi Doni o delle Sue Opere. Quando questo avviene li’ per li’ le cose funzionano perche’ lo Spirito opera comunque, ma passato il sacerdote o il responsabile carismatico morira’ tutto perche’ aveva attratto a se’ e non a Dio.
Qui in ausilio ci viene san Giuseppe custode del figlio non suo ma di Dio. In modo ancor più speciale vediamo Maria: lei e’ prima di tutto figlia di Dio come noi tutti, dunque anche figlia di Gesu’ Cristo, pur dovendo esser Madre di Dio essendone discepola… Quale umilta’ e quale mistero! L’unico Figlio di Dio per natura, e non come noi per adozione o elezione, e prende da lei la carne, i tratti somatici, eppure lei deve amarlo come figlio ma senza appropriarsene, anzi offrendolo da subito in quel taglio del prepuzio che preannuncia il Sangue sulla Croce. Lo riceve e lo deve subito donare pur tenedolo al suo seno.
Maria e Giuseppe aiutate tutti noi vuoti di Dio, in ricerca ansimosa di nitrire l’io, a saper accogliere e donare sempre e subito senza appropriarci di nulla, partorendo vita divina, gemendo nelle doglie del dono di se’ perche’ Dio nasca in noi e attraverso di noi.

Diario e Riflessioni dal Brasile

Mon, 2010-03-08 12:30

Avrei voluto tenervi aggiornati quotidianamente sul mio viaggio in Brasile ma non è per niente semplice, sia per motivi di tempo che per motivi tecnici: eccomi allora ad appuntare qualche considerazione al volo, a volte anche sgrammaticata, e non appena trovo una connessione inviare il tutto a chi dall’Italia mi può aiutare a pubblicare le emozioni, le sensazioni, tutto ciò che sto vivendo qui e che mi sta toccando nel profondo. Grazie per le vostre preghiere…

5 marzo 2010 h.10,30
Questa notte ho preso un sonnifero per potermi addormentare. Il dolore era troppo grande e troppe le notti insonni o comunque disturbate. Quegli sguardi spenti. Quel il grido. Il grido di Dio nei piccoli… Pensavo di esserci abituato oramai. Ma al dolore non ci si abitua mai. Non è come per le malattie, che una volta guarite ti lasciano gli anticorpi. Anzi, più si è in Dio e più sia Ama, maggiormente si diviene vulnerabili perchè capaci di più empatia e compassione…

Nove anni fa percorrevo Beiramar strada di Fortaleza nel nord-est del Brasile per incontrare i bambini di strada. Non riuscivo più a prendere sonno. Pensavo di aver superato questa fase di tormento. Ma al male, al vero male con la M maiuscola non ci si può abituare. Quando a Stazione Termini passavo le notti con i ragazzi di strada, al mio rientro a Piglio non dormivo pensando che avevo un letto, una casa, tutto. Invece i miei ragazzi, i miei amici stavano in strada, in pericolo, rischiando la vita, con una pistola in tasca e dovendo spacciare per sopravvivere, esposti ai rischi della strada, all’indifferenza e all’odio della società che li considera feccia, alla polizia che passa e li picchia o li porta in carcere con il risultato di colpire sempre solo l’ultimo anello di una catena, quello più debole, quello che forse ha meno responsabilità nel peccato sociale della droga o della prostituzione.

Eccomi ora non in Italia nei ghetti e nelle zone calde in cui sono stato di Padova, Roma, Verona, Torino, Mestre, Napoli… ma in Brasile. E qui è ancora più dura. I bambini sono le vittime. I bambini odiati da tutti. Si fanno di crack fin dalla tenera età. Sono nel narcotraffico e nella prostituzione. Sono violenti perchè non amati. Sono stati abusati in famiglia e iniziati a tutto forzatamente. La prova per entrare nel gruppo è stata uccidere un loro amico o qualcosa di questo livello come rito di iniziazione. Se non sono oggi nel gruppo o per strada, allora significa che sono stati uccisi. Li vedevo anni fa per le strade. Ti fermavi a prendere qualcosa al bar e venivi circondato da loro. Ora non ci sono più, sono invisibili, nascosti. Perchè? Un bel programma di “pulizia” attraverso furgoni che li caricano all’improvviso, squadroni della morte e violenze di ogni genere li rende continuamente girovaghi e nascosti. Perchè questo? Rovinano l’immagine turistica della bellissima città fonte di guadagno per tutti dato che gli aerei sono pieni di uomini che addirittura si vantano delle prodezze sessuali vissute con bimbi o ragazzi e ragazze che si svendono per un pugno di riso o, a volte, anche solo per un abbraccio viscido che almeno è sempre un abbraccio. Restano solo alcuni di loro in strada vicino agli alberghi. Sono quei pochi privilegiati per essere portantini della droga nel “pacchetto turistico” che prevede mare, albergo con vitto alloggio, ragazze che fin dall’aereoporto ti aspettano, eventuali minori “in affitto” e droga.

6 marzo 2010 h.00.30
Oggi a Fortaleza con alcuni Cavalieri della Luce siamo andati ad evangelizzare: c’erano Dania, Mauro, padre Renato Chiera, la nostra splendida Chiara Amirante, don Francesco… Rientro ora dalle strade di Beiramar dove c’è prostituzione minorile e ragazzini bambini in strada con ferite gravi dovute agli squadroni della mortre. Sono le 00.30 ho pianto con loro… non sai quanti racconti… quanta rabbia, impotenza, schifo e nausea. I grattaceli davanti al mare con italiani tedeschi e americani che fanno gli splendidi… i bambini dai 4 anni ai 16 già fatti di crak rintronati che piangono e ti abbracciano, a cui curare ferite fisiche morali e dell’anima. Sono violentati e costretti a scappare. “Da quanti anni vivi in strada?” “Otto”. “Perchè?” “Perchè a casa mio padre mi picchiava sempre” “Ma qui ti cercano i narcotrafficanti e ti picchiano, la tua banda ti picchia, e anche la polizia ti picchia…non è che vada meglio” “E’ vero, ma le botte di mio padre mi facevano più male”.
Una ragazza invece mi abbraccia e mi dice: “Portami via, lontano da qui perchè sennò torno per la droga”. Parla bene italiano ormai. L’ha imparato prostituendosi, sa i dialetti addirittura. Mi mostra il seno scoperto da cui esce del latte e mi dice “Non dirlo a nessuno, sono incinta. Ora però devo lavorare lo stesso. Mi ubriaco così non ci penso e il bimbo nascerà ubriaco e non penserà neppure lui”. Sono devastato. Piango e ho il cuore stretto. Preghiamo per questi figli e queste figlie, per questi fratelli e per queste sorelle non amati…

7 marzo 2010 h.1,30
l tenere il cuore aperto. E’ stato devastante. Qui ci ho vissuto. So a cosa vado incontro a cuore aperto e forse per questo volevo difendermi un po’. Certe immagini una cosa è vederle negli schermi, sentirne parlare, passarci vicino… altra passare la notte in strada con loro, sedersi a terra, difenderli dai turisti, dalla polizia, dai narcotrafficanti e poi dover tornare a casa su un letto sapendo che loro rischieranno ancora la vita e domani uscendo potrei trovarli o non trovarli più perchè uccisi, rapiti per traffico di organi, o se è andata bene con un buco nella gamba per una pallottola, uno sguardo ancor più perso per il crack, gli abusi, le torture… e parlo di bambini di 4 anni di sniffano crack e ti parlano come adulti!!! Fino ai 14-16 anni perchè poi o non sopravvivono o diventano ormai nela malavita dei boss incapaci di intendere e volere… Non ho respiro e un grido nell’anima forte un grido che urla…

8 marzo 2010 h,11,00
Ricordo lo sguardo di Cicero, 14 anni di età e da 3 anni in strada. Sguardo nel vuoto. Pelle ed ossa. Ma sempre in ricerca di noi, del nostro ascolto, della nostra attenzione. Ricordo la reazione del proprietario del ristorante che caccia il ragazzino a cui voglio dare un pezzo di pizza. Ricordo… penso… non c’è soluzione. Prego. Anche don Francesco davanti a Chiara è scoppiato. Lei gli ha chiesto “come stai?” “Ma insomma” “Perchè che è successo?” …ed è scoppiato in lacrime. Non ci si può avvicinare davvero a questi ragazzi senza esser raggiunti dal loro dolore e non si può rimanere indifferenti. Se penso a quante stupidaggini viviamo in Italia. I ragazzi, ma anche gli adulti, sono capaci di piangere o lamentarsi per problemi che non esistono come il non avere quel vestito o quel modello di celluare e si perde tempo in giudizi, litigate, incomprensioni, ricerca di autoaffermazione. Il mondo intanto muore. Un bambino, anzi, 150 milioni di bambini di strada vivono veri problemi. Non noi incapaci di ringraziare Dio per avere anche troppo. E a volte ci sentiamo pure di aver fatto del bene dando qualcosa. Ci prendiamo il lusso di sentirci con la coscienza pulita. Tu che hai, tu che sei ricco, non hai altro che restituito quel che devi al fratello povero! Altro che elemosina! Il nostro superfluo qui è essenziale.

Legge di Libertà

Mon, 2010-03-08 06:25

In Matteo 12,1-8 vediamo Gesù che cita episodi come quelli di Davide che fuggendo da Saul mangia i pani sacri pur non potendolo fare, in quanto la situazione era grave e lui e i suoi compagni ne avevano bisogno per non morire di fame… “In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano. Ciò vedendo, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato». Ed egli rispose: «Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa.
Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato». Gesù non abolisce la legge, ma la porta a compimento! Il filtro con cui discernere se in quel momento bisogna obbedire o seguire la norma o meno è la carità, l’amore! A volte per capire se è bene andare a pregare i vespri o ascoltare una persona che me l’ha chiesto mi fermo e mi domando: Cosa farebbe Gesù? E’ davvero importante e necessaria questa cosa ora o posso rimandarla? Cosa delle due mi costa di più? E generalmente il discernimento è semplice! Se proprio sono in dubbio la sera nel mio esame di coscienza vado a rivedere i frutti di ogni scelta e là colgo se ho seguito o meno lo Spirito. Bisogna stare attenti perché siamo così furbi che il nostro io è capace di manipolare anche Dio, o meglio crede di manipolare anche Dio… Invece questa libertà che Gesù vive e trasmette a tutti noi non è per disprezzo delle norme, ma per dar loro il giusto inquadramento! I precetti che la Chiesa dà non sono altro che suggerimenti di una Madre di 2000 anni di esperienza che sicuramente ne saprà più di noi. Il voto di castità-povertà-obbedienza sono chiamati “consigli evangelici” ed anche i Dieci Comandamenti non sono altro che Dieci Vie di Consiglio per vivere bene… Ecco che la libertà non è “fai ciò che vuoi”, ma “fai ciò che è bene”! A tal proposito san Paolo in Galati 5,13 scrive: “voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri”. E leggiamo nella lettera di Giacomo 1,25: “Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla”. Concludendo direi di impegnarci davvero nel “Parlare e agire come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà” (Giacomo 2,12).

Resistere e Amare

Fri, 2010-03-05 08:24

Questa settimana per impegni di lavoro, sono rimasta qualche giorno a Roma. E, come ogni volta che ci torno, mi impressiona sempre quanto sia bella. Strano a dirsi, ma per me è come se i ricordi non potessero contenere tutta la sua magnificenza, la sua luce, la sua forza.

Sono partita per Roma prima di tutto per partecipare alla presentazione della campagna Udi, Immagini amiche, una giornata in cui Pina Nuzzo, la presidente, aveva riunito un gruppo bellissimo di donne per discutere del nostro presente, e futuro, in rapporto all’immagine che si dà delle donne nelle campagne pubblicitarie, per contrastare ovunque la pubblicità e gli stereotipi che offendono le donne. Io in quella giornata ho coordinato i lavori, ma quello che non posso resistere dal raccontarvi sono le mie emozioni, le sensazioni che nascoscono in me ogni volta che vengo in contatto con queste persone che fanno politica vera, vicina alle donne, e che rifiutano di schierarsi per un partito politico.

Perché sembrerà una banalità, ma confrontarsi, aprirsi, provare a essere se stessi senza timore di venire giudicati è un esercizio che dovrebbe essere permesso a ogni donna: regala fiducia, forza, entusiasmo. Ti fa alzare la testa, ti fa sentire fiera di te e, come per incanto, ti si muove dentro qualcosa che dice: devo resitere.

Resistere e amare, per chi è meno fortunata di me, resistere e amare affinché mia figlia abbia da sua madre un esempio da seguire, resistere e amare per tendere una mano, per ascoltare, per abbracciare, per dimostrare agli uomini che il loro strapotere si sta sgretolando e che nel futuro potranno essere al nostro fianco, ma mai più pronti a schiacciare, mai più padri padroni, mai più capi ottusi.

Mi sono addormentata stravolta di stanchezza, ma col sorriso sulle labbra: «Ce la si può fare», mi dicevo. In fondo sono tante le donne che lavorano, ognuna nel suo piccolo, per costruire una rete di solidarietà femminile, per non farci sentire più sole, per riuscire, prima o poi, tutte a dire che vogliamo essere noi stesse, vogliamo vivere fuori dagli stereotipi accettando la nostra unicità, sentirci, essere vere anche se non soddisfiamo quello che gli altri si aspettano da noi, anche se rifiutiamo i diktat dell’apparire, per esempio. Perché solo dall’incontro con le donne vere, e non con quello che troppi media ci raccontano essere una donna, ci verranno in mente nuovi modi più incisivi per portare alla società e alle istituzioni politiche le nostre nuove richieste. Ed è aggrappandomi proprio a questa mia convinzione che il giorno dopo mi sono presentata in uno studio tivù come ospite per commentare alcuni fatti di attualità.

Ebbene amiche, insieme a me c’erano due colleghi che fin dal primo secondo in cui ci siamo incontrati hanno cercato in tutti i modi di mettermi da parte alleandosi, facendosi sponda uno con l’altro perché io, donna, per niente discinta e con una testa pensante, disturbavo il loro ego. Ovviamente non mi sono lasciata mettere da parte. Ovviamente si sono inviperiti. Ovviamente hanno fatto una figura meschina. Ma non è stato semplice resistere e non credo ci sarei riuscita così facilmente se non avessi chiesto aiuto grazie alla preghiera, se il giorno prima non avessi fatto il pieno di forza femminile.

Però, dalla reazione della gente e da chi ho incontrato dopo, durante la giornata, ho capito che se non si molla, che se si dice la verità, questi signori impaludati appaiono improvvisamente per quello che sono: vecchi, grigi, tristi, meschini e piccolini, pronti a piagnucolare, direi. Quindi amiche, lo dico a voi, ma lo faccio anche per ricordarlo a me stessa, non dobbiamo mai stare troppo sole, non dobbiamo perdere di vista la preghiera. Il rischio è di trasformarci in finte donne che possono avere una via di fuga solo nella malattia. Ora non possiamo più permettercelo.

Dobbiamo invece cambiare, per noi soprattutto, ma anche per gli uomini che poi sono i nostri padri, i nostri mariti, i nostri figli.
E per riuscire a farlo, credo sia importante ricordarsi la figura della Madonna come spiega don Tonino Bello in Maria, donna dei giorni nostri:

…Santa Maria, donna coraggiosa, tu non ti sei rassegnata a subire l’esistenza. Hai combattuto. Hai affrontato gli ostacoli a viso aperto. Hai reagito di fronte alle difficoltà personali e ti sei ribellata dinanzi alle ingiustizie sociali del tuo tempo. Non sei stata, cioè, quella donna tutta casa e chiesa che certe immagini devozionali vorrebbero farci passare…. Perciò, nel nome di Dio, alimenta i moti di ribellione di chi si vede calpestato nella sua dignità. Alleggerisci le pene di tutte le vittime dei soprusi. E conforta il pianto nascosto di tante donne che, nell’intimità della casa, vengono sistematicamente oppresse dalla prepotenza del maschio… E se ci sfiora la tentazione di farla finita perché non ce la facciamo più, mettiti accanto a noi. Siediti sui nostri sconsolati marciapiedi. Ripetici parole di speranza.

Vi abbraccio

Un Saluto dal Brasile

Thu, 2010-03-04 15:39

Nel 2001 sono stato in missione con il primo gruppo che ha iniziato i lavori a Quixada in Brasile. Sono tornato nel 2002 e nel 2004 lasciandoci sempre una parte di cuore. All’epoca ho vissuto un’esperienza rivoluzionaria che per motivi di tempo non posso raccontare. Ci sono state fasi diverse in me. Il sentirmi evangelizzato dai poveri. L’avere il cuore squarciato dal grido di povertà e solitudine. L’essere prosciugato di energie dagli abbracci dei bambini che cercano affetto e protezione. La rabbia per il divario ricchi-poveri e per la prostituzione minorile a Fortaleza in pieno giorno… L’esperienza di Dio nel silenzio del deserto…
Ora come sto? Meravigliato davanti alle Cittadelle Cielo in espansione a Quixada e Fortaleza, alle 400 familie che si aiutano e ai bambini e ragazzi accolti nelle comunità. Ho rivisto ragazzi e ragazze di 18 o 20 anni come Roberto e Michel che avevo conosciuto come bambini di strada. C’è pero’ ancora la rabbia in aereo nel guardare i volti di un volo di soli uomini cinici e crudeli. C’è il vuoto dell’Amore non amato.

Questa madre (che vedete in foto) ha 8 figli da due uomini diversi; mi ha abbracciato piangendo mentre mi parlava dicendomi chr non mangiano da 5 giorni e che vorrebbe tanto un caffè. Ho pianto anch’io. Non ho parole da dire. Racconto solo un fatto e tanti particolari restano solo nel cuore. Ciò che per noi e’ superfluo qui e’ essenziale per sopravvivere. Le persone vivono peggio degli animali.

Vi chiedo di adottare tutti un bimbo o una famiglia e se l’avete fatto siate puntuali nel paganento perche’ un vostro ritardo qui significa la morte e la fame in una famiglia.

Dalle ceneri in testa alla lavanda dei piedi: esistono due quaresime

Thu, 2010-03-04 10:12

Questo post è pubblicato sul sito ufficiale di Nuovi Orizzonti e lo potete trovare completo cliccando qui

Siamo nel tempo della Quaresima. Sento nel cuore forte alcune parole che voglio condividere con tutti voi. Innanzitutto l’importanza di approcciarci in modo equilibrato e corretto a questo “tempo forte” che in realtà non è isolato, ma si pone come un’anta di un’unica porta. Le due ante sono due quaresime: la prima consacrata alla penitenza e la seconda alla gioia. Troppo spesso pensiamo esista solo la prima. Invece dal Mercoledì delle Ceneri al triduo Pasquale c’è un tempo con pari spazio a quello che va dalla Pasqua alla Pentecoste consacrato interamente alla gioia, che chiamerei la quaresima della gioia. Queste due ante, penitenza e gioia, aprono l’ingresso alla Resurrezione, alla Pasqua, fulcro della vita cristiana. Oggi approfondiremo solo la prima parte, quella di una Quaresima che si presenta a noi dal Mercoledì delle Ceneri con la simbologia della cenere e si chiuderà definitivamente con il Giovedì santo quando avremo l’ultima Cena con la simbologia della lavanda dei piedi. Da una parte la cenere in capo, dall’altra un catino con acqua e l’asgiugatoio.

Clicca qui per leggere l’articolo per intero sul sito di Nuovi Orizzonti

La perenne persecuzione

Wed, 2010-03-03 11:40

È una macchia che si diffonde sempre più, sulla cartina geografica mondiale, quella che mostra i luoghi nei quali i cristiani vengono violentemente perseguitati. Ultima e più preoccupante, in questi giorni, la continua aggressione in Iraq. Lo stesso Benedetto XVI, stigmatizzando tali episodi nell’Angelus di domenica scorsa 28 febbraio, ha esortato quella comunità affinché non si stanchi «di essere fermento di bene per la patria a cui, da secoli, appartenete a pieno titolo». Nel contempo il Papa ha lanciato un appello affinché le autorità locali «compiano ogni sforzo per ridare sicurezza alla popolazione e, in particolare, alle minoranze religiose più vulnerabili».

Parole pacate, per non dare spazio a ulteriori provocazioni del terrorismo fondamentalista, ma vibranti di passione dopo aver visto le immagini delle migliaia di cristiani di Mosul costretti ad abbandonare le loro case e a vivere in rifugi di fortuna per evitare di essere uccisi.

Le migliaia di chilometri che ci separano da quelle terre – nel Medio e nell’Estremo Oriente, in Africa, ma anche in alcune zone dell’America Latina – ci rendono spesso ignavi dinanzi a sofferenze che raramente riescono a diventare notizia e a sfondare l’indifferenza dei nostri organi di comunicazione, persino di matrice cattolica. Ma è proprio questa negligenza che rende possibile a governi arroganti e totalitari un’azione oppressiva che ha quale esito una vera e propria opera di desertificazione della presenza di testimoni del Vangelo in ambiti dove il messaggio salvifico di Cristo è l’unico in grado di dare speranza anche sociale.

Nessuno di noi può sottrarsi al compito di sostenere questi fratelli, innanzitutto nella preghiera, ma anche con un concreto sostegno mediante le apposite organizzazioni di solidarietà e un’adeguata azione di pressione diplomatica che coinvolga le nostre autorità politiche (in primis il Ministero degli esteri e gli ambasciatori che rappresentano il nostro Paese in giro per il mondo). Conoscere la realtà è il primo passo per reagire.

Tu sai questo mistero. Tu solo.

Tue, 2010-03-02 02:11

Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.

E’ bella e terribile la terra.

Io ci sono nato quasi di nascosto,

ci sono cresciuto e fatto adulto

in un suo angolo quieto

tra gente povera, amabile e esecrabile.

Mi sono affezionato alla sue strade,

mi sono divenuti carri i poggi e gli uliveti,

le vigne, perfino i deserti.

E’ solo una stazione per il figlio tuo la terra

ma mi addolora lasciarla

e perfino questi uomini e le loro occupazioni,

le loro case e i loro ricoveri

mi dà pena abbandonare.

Il cuore umano è pieno di contraddizioni

ma neppure un istante mi sono allontanato da te

ti ho portato perfino dove sembrava che non fosssi

o avessi dimenticato di essere stato.

La vita sulla terra è dolorosa,

ma è anche gioiosa: mi sovvengono

i piccoli dell’uomo, gli alberi, gli animali.

mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.

Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.

Sono stato troppo uomo tra gli uomini oppure troppo poco?

Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?

La nostalgia di te è stata continua e forte,

tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.

Padre non giudicarlo

questo mio parlarti umano quasi delirante,

accoglilo come un desiderio d’amore,

non guardare alla sua insensatezza.

Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà

eppure talvolta l’ho discussa.

Sii indulgente con la mia debolezza te ne prego.

Quando saremo in cielo ricongiunti nella Trinità

sarà stata una prova grande

ed essa non si perde nella memoria dell’Eternità.

Ma da questo stato umano d’abiezione

vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.

Mi afferrano, mi alzano alla Croce piantata sulla collina,

ahi Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.

Qui termina veramente il cammino.

Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.

Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

- La Passione, Mario Luzi -

Ho recitato “La Passione” di Mario Luzi nella Pasqua del 2006 con Pamela Villoresi.

In queste settimane che ci conducono alla Resurrezione di Gesù, sceglierò dei brani che segnano la mia anima

e che a volte con un semplice commento dettato dal cuore o un rumoroso silenzio, disegnano il nostro cielo.

Figli della Luce: quando arriva la rovina, arriva la salvezza!

Mon, 2010-03-01 06:48


Quando sembra arrivi la “rovina” per la nostra vita, allora è il momento in lodare Dio che inizia a scavare dentro di noi per permetterci di crescere, di cambiare, di andare in crisi, in poche parole, ci sta salvando! Quello che sperimento in anni di vita comunitaria è proprio questo. La vita comunitaria, il mettere Gesù in mezzo tra noi, permette a Dio di essere “rovina” per noi, ci spinge fuori! Ognuno di noi ha il suo “demone” nascosto, bisogna riconoscerlo e smascherarlo perché ne siamo liberati. La presunzione di essere apposto, “non rubo, non uccido, …non faccio niente di male”, ci impedisce di avere quell’umiltà che è il terreno fertile per l’azione dello Spirito. Queste riflessioni oggi mi sono venute nel meditare Lc 4,31-37 quando il demonio inizia a gridare: “Basta! Sei venuto a rovinarci?” e Gesù gli intima: “Taci, esci da costui!” e il demonio gettandolo a terra in mezzo alla gente esce da lui “senza fargli alcun male”. Queste poche righe sono potenti e veritiere, non per niente sono Parola di Dio: Dio ci può liberare se glielo permettiamo, ma anche se in quel cadere a terra si soffre un po’, anche se c’è un’apparente sconfitta e umiliazione “in mezzo alla gente”, alla fine ci libera “senza farci alcun male”. L’apparente rovina in realtà è una rinascita!
Da consacrato, il che significa completamente consegnato a Dio, spesso mi viene da dire a Gesù: “Basta! Almeno questa cosa lasciamela!” perché mi sembra venga a rovinare tutti i miei piani. Più si va avanti più pota le piccole cose e continua sempre la crescita nel lasciare il proprio io, la propria volontà per lasciare spazio a Dio. Ma quel morire a me stesso, quel superarmi è ogni volta una piccola rovina che mi salva.
Da uomo percepisco sempre il “demone” che durante il giorno mi seduce per la via larga, per la compiacenza, per quella strada che lì per lì mi darebbe piacere, ma che si tratta di un apparente bene, un apparente appagamento che poi lascerà spazio al vuoto e alla solitudine. Ecco che quando riconosco di essere al bivio, ecco che quando quel demone si infiltra, devo permettere a Gesù di dirgli “No! Vai via! Esci…”
Da fratello inserito nel mondo dove ognuno è il mio prossimo devo vigilare sul cammino di chi incontro per essere io stesso Gesù per loro e se sento giudicare, se sento sparlare, se sento aprire spazi al divisore, devo intervenire con carità e fermezza allo stesso tempo per dire: “Taci!”.
Se questo cammino di vera ascesi non viene percorso “arriverò d’improvviso la rovina”, quella vera, “come le doglie di una donna incinta” che ci risucchierà nelle tenebre, là dove è buio, là dove si inciampa facilmente, là dove si cerca di nascondersi per la vergogna. Invece se restiamo in questa dimensione di conversione allora la rovina è salvezza perché nasciamo e ci realizziamo, diventiamo “figli della luce e del giorno” (1Ts 5,1-11). Gesù a volte è duro ed esigente, ma è per il nostro vero bene, per ristabilire la nostra vera identità e dignità di figli di Dio, figli della Luce!

Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down

Sat, 2010-02-27 08:00

Qualche giorno fa l’opinione pubblica ha vissuto un momento di forte indignazione dovuto alla notizia della creazione di un nuovo gruppo all’interno del famoso social network Facebook. Esso inneggiava al “giocare al tiro al bersaglio con i bambini Down”.

Dopo lo stracciarsi di vesti dei farisei d’oggi del politically correct, tutto è già passato nel dimenticatoio.

La polizia postale italiana ha oscurato tale pagina, giustizia è fatta, giriamo pagina.

A quando il prossimo scandalo da 24 ore e non di più?

Ringrazio quei disgraziati autori e fautori dell’intervento contro i Down. Non per la cosa in sé, che ha del delirante, ma perché ancora una volta hanno messo in luce la drammaticità e il nonsenso di un’ipocrisia imperante. Parliamo dei bimbi down? Perché si accetta silenziosamente, in nome del diritto di madri, che all’esito di una diagnosi prenatale indicante la presenza della trisomia 21 nel nascituro, ciò sia considerata una malattia la cui unica medicina si chiama aborto?

Nove donne su dieci operano tale scelta.

Ma mi chiedo: cos’è la vera diversità? Cos’è veramente la malattia da curare? Che strano, l’influenza la si cura, il bimbo down si elimina… strano paradosso!

L’esperienza di Chiesa è un vivere l’unità nella diversità, non nell’uniformità.

Deliranti proclami totalitari del passato hanno provocato milioni di morti, inneggiando all’unità figlia dell’uguaglianza che elimina le differenze. Sono sempre di meno i bambini down, perché sono sempre di più le donne che scelgono di farli fuori, eliminando quindi in un sol colpo il diritto alla vita del bimbo e il loro diritto di madri, proprio lo stesso diritto a cui si appella chi difende la loro scelta. Sempre di meno… che grande povertà! Povera umanità, sempre più uniforme e sempre più povera. Se la si pensa diversamente dalla massa si rischia l’isolamento, l’accusa di pervertire l’ordine stabilito… se si è proprio visivamente diversi, si rischia addirittura di essere ammazzati prima di vedere la luce!

Ringrazio chi ha messo in rete il suo delirante appello: almeno c’ha dato la possibilità di alzare il velo dell’ipocrita indifferenza per qualche giorno.

Vi prego, non ricopriamo subito tutto. Almeno un angolino lasciamolo scoperto e permettiamoci di essere indignati, perché quest’indignazione del cuore e delle mente è un inno alla vita.

Un sogno

Fri, 2010-02-26 15:19

Per la prima volta in vita mia ho fatto un sogno a puntate. Anzi, ho fatto un sogno in fieri che, in tre notti, mi ha portato a una riflessione che voglio condividere con voi.

Il primo sogno: sono stesa, una donna che non vedo, ma la cui voce mi regala pace, mi parla all’orecchio sinistro e mi racconta di un carissimo amico, un sacerdote a cui voglio molto bene e che stimo moltissimo. Quella donna mi dice che il mio amico è un uomo vero, forte e onesto, che sa comandare, nel senso nobile del termine, che sa condurre greggi enormi con tenerezza, comprensione e polso fermo. Mi spiega che questo sacerdote è sempre in contatto con Lui, che ha avuto grandi manifestazioni e che fa miracoli. Il suo unico problema, mi ripete più volte, è che di carattere è troppo chiuso.

Appena sveglia, mi vien da ridere, mi sembra che il carattere chiuso sia talmente poco rispetto alla grandezza del resto… Decido di chiedere a lui cosa ne pensa, gli mando un sms con il racconto del sogno. Purtroppo mi risponde lapidario, come immaginavo: «L’unica cosa vera è il mio carattere chiuso».

La notte successiva però ci risiamo. Il secondo sogno: io e il don siamo in macchina. Lui guida, io sono seduta sul sedile al suo fianco. Stiamo percorrendo una grande strada in mezzo al nulla. Mi dice che dovrei fare come lui, che è facile: «Basta non smettere di schiacciare l’acceleratore e affidarsi a Lui. L’importante è non fermarsi mai perché anche se tu non sai dove stai andando, Lui sa dove vuole portarti». Poi, si gira verso di me, io sorrido, lui si mette a cantare. Al mattino, mi sveglio piena di gioia e di forza. Porto Bea a scuola e poi volo in ufficio, apro il computer, mi metto a scrivere il mio romanzo e, per tante ore, senza neanche accorgermene, non stacco.

Il terzo sogno: «Sono a una lezione del mio amico sacerdote. L’aula è piccola ma molto accogliente, sento che ci sono altre persone ma non le vedo. Il don inizia a parlare della Samaritana. Io gongolo, la Samaritana mi è sempre piaciuta perché con il suo modo di essere parla dell’intuito delle donne, di quando, di pancia, sentono di essere davanti a qualcuno che sconvolgerà la loro vita. In quel momento, bisogna essere capaci di sentire se il solito orizzonte, se il solito copione può essere messo in discussione, se non si tratta di illusione ma di verità. Il mio amico parla, incanta e conclude il suo discorso con «qui non è questione di obbligare a una scelta, ma di puntare sull’umanità, di cercare, come ha fatto Cristo, uno spiraglio che arrivi dritto al cuore. E dunque, in definitiva si tratta di affrontare il rischio di camminare insieme, di scoprire insieme».

Stamattina mi sveglio nell’urgenza di appuntarmi queste parole, non voglio dimenticarle. Continuo a pensare a quel sogno. Alla Samaritana che, quando ha incontrato Cristo, proprio in quel momento, aveva bisogno di altro rispetto alla sua solita vita e non osava dirselo. Mi chiedo di che cosa ho bisogno io che non oso confessarmi, mi si insinua il dubbio (che quando si affaccia nelle nostre vite è sempre utile) e inizio a riflettere, a vagliare le opzioni. So di aver bisogno di tenerezza quando mi scatta, e non riesco ancora a fermarmi, la maschera della durezza; di lanciarmi in una nuova avventura quando attendo troppo; di libertà quando mi dico affezionata alle catene; di preghiera quando inizio a lamentarmi degli altri.

Sto ancora pensando quando ricevo una mail dall’Udi, spiega la nuova campagna che partirà l’8 marzo: si chiama Immagini amiche e chiede che venga applicata la Risoluzione del Parlamento europeo sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra uomini e donne. In sostanza, l’Udi non vuole più vedere pubblicità nemiche del corpo delle donne circolare nello spazio pubblico. Non vuole che i nostri figli e le nostre figlie si abituino alla normalità di cartelloni negli spazi comunali che finiscono per essere complici di vilipendio delle proprie cittadine. E lo chiede a partire dal fatto che quegli spazi sono di tutti.

Sono felice di questa nuova impresa dell’Udi, ci credo molto, ma al momento la mia mente continua a tornare al sogno, alla Samaritana. E mi viene in mente un altro pensiero: ma se tutti noi sapessimo di che cosa abbiamo bisogno nonostante la pubblicità e le mode congiurino per creare in noi finti bisogni? E se provassimo a smettere di dipendere dal superfluo, di negarci l’essenziale? E se provassimo a prendere coscienza dei nostri bisogni essenziali e delle paure che abbiamo nell’ammettere il bisogno di spiritualità di questo nostro mondo?

Il giudizio nel mondo d’oggi

Thu, 2010-02-25 06:19

Il Vangelo di Mt 7, 1-7 sul “Non giudicate, per non essere giudicati” oggi è di grande attualità. Mai come negli ultimi anni la televisione ha plasmato personalità così giudicanti e velenosamente capaci di ferire con la parola. Giacomo nella sua lettera paragona la lingua al timone di una barca che va controllato per non farla sfracellare. Il giudizio è capace di uccidere il cuore delle persone e di ferire per sempre in modo profondo. Il giudizio è capace di spaccare le comunità di qualsiasi tipo, famiglie, parrocchie, conventi… I giornalini tengono occupate le persone ore ed ore solo sui gossip, cercando di poter mettere a nudo chiunque entrando nell’intimità delle persone. Anche le riviste dei teenager sono ormai così strutturate… I programmi televisivi di ogni genere sono pieni di giudizi, dai più innocui come nei processi calcistici in cui ognuno ormai si erge ad allenatore, ai più tremendi talk show o reality show in cui davanti i protagonisti si comportano in un modo e in privato sparano a zero su tutti dentro i “confessionali”. I programmi meno peggio in cui i talenti artistici sono al centro della discussione divengono comunque l’unico criterio valutativo per il valore della persona, se poi andiamo a vedere i criteri di giudizio per “tronisti” e “veline” scendiamo nello squallido più totale. Insomma, il giudizio impera e diviene non solo un modus vivendi, ma un importante e centrale attività della giornata che plasma l’essere delle nuove generazioni. Giudicare è facile e gratificante in effetti, soprattutto perché fa sentire la persona che giudica al di sopra di chi è in questione.
Generalmente chi giudica ha quasi sempre un grande problema di autostima e giudicando ha la sensazione di potersi arrogare il diritto di superiorità sugli altri. Quanta pena mi fanno le persone che giudicano, le vedo così fragili… capaci di parole più grandi di loro, un po’ come dei grandi palloncini che più si gonfiano più un semplice ago può da un momento all’altro (e quel momento arriva per tutti di certo!) scoppiare in modo rovinoso. Dietro l’aggressività leggo insicurezza, dietro la rabbia leggo rancore e ferita, dietro il veleno leggo mancanza d’amore… Personalmente, grazie al dono della famiglia che ho avuto, mi sono ritrovano sempre con una buona e sana autostima per cui il giudizio non è mai stato un mio problema, ma proprio per questo all’inizio non capivo i meccanismi che scattavano in chi giudicava ed essendomi estranei mi trovavo disarmato. Oggi, dopo anni di vita tra giovani con diversi problemi, mi sembra di aver acquisito diversi strumenti di aiuto. Primo tra tutti consiglio a chi giudica di dirsi uno stop mentale appena si rendono conto d’aver detto o pensato un giudizio e di dire una frase che sia giudizio positivo su quella persona; altro esercizio semplice che consiglio è di trasformare i giudizi in preghiera per quella persona, perché se il difetto fosse vero allora quella persona possa cambiare; infine la regola maestra la da Gesù: “Se un tuo fratello” sbaglia o pecca “ammoniscilo prima in segreto, se non ti ascolta allora riprendilo dinnanzi ad un testimone, infine se non ti ascolterà ancora dinnanzi all’assemblea”. Questa via della correzione fraterna va percorsa alla lettera e ne vedrete i frutti concreti e luminosi, senza saltare uno solo dei tre passaggi e neanche nell’ordine di esecuzione!
Spesso il giudizio è un’abitudine sbagliata acquisita, solo con esercizi concreti si può cambiare quell’abitus in uno nuovo stile di vita fraterno e costruttivo, capace di umiltà e amore. La verità va detta eccome, altrimenti non è amore perché il fratello non corretto continuerà a sbagliare, se ci si dice che gli si farebbe male a correggere quel fratello, in realtà prevale l’amore proprio e la paura del rifiuto a discapito del bene del fratello! San Paolo dice di dire “la verità con carità”, nell’amore sempre! “Al di sopra di tutto vi sia la carità!” poi allora nel modo giusto si dice quanto si pensa e sempre al solo diretto interessato o a chi può aiutarlo se lui lo ritiene opportuno.
Gesù mi ha colpito in particolare sul finale del Vangelo di Mt 7,5 : “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. Gesù vuole che togliamo la pagliuzza dall’occhio del fratello, vuole che lo aiutiamo, ma che prima facciamo un vero esame di coscienza e un vero cammino di conoscenza di sé. In un serio bagno continuo di umiltà e in un cammino continuo di conversione allora si sarà capaci con amore di correggere e aiutare i nostri fratelli.
La sanatio in radice la troviamo nel mistero della Trinità che vive quella che a don Tonino Bello piaceva chiamare la “convivialità delle differenze”: tre persone uguali e distinte, tre persone distinte che mangiano alla stessa mensa divina valorizzando i rapporti in un continua immersione d’Amore.
Lévinas parla dell’etica del volto, di cui poi Chiara Amirante spesso parla in comunità, dicendo di non rapportarci tra di noi da maschera a maschera, ma da persona a persona, da cuore a cuore. Per Lévinas il faccia a fiaccia va fatto all’insegna del “dis-inter-esse”: DIS essere di meno, depotenziare il mito del mio io perché ci sia più INTER fra me e te all’insegna dell’ESSERE, del volto da scoprire, da contemplare, da accarezzare. San Paolo parla della Chiesa come un unico corpo, ma anche l’umanità è un corpo unico e finchè il giudizio resterà in vita tra di noi è come ascoltare un CD o un disco di musica meravigliosa, che si trova ad essere rigato, dunque arrivando ai soliti punti di rottura sarà bloccato o almeno disturbato.

Il linguaggio dei segni

Wed, 2010-02-24 08:43

La vicenda del parroco di Isola Farnese che ha stigmatizzato la festa a base di hamburger organizzata in un vicino fast food nel pomeriggio del Mercoledì delle Ceneri ha suscitato polemiche fra chi pensa che sia necessario rispettare la fede e le tradizioni maggioritarie di un popolo e chi invece reputa un valore assoluto la totale libertà di azione del singolo.

A me è semplicemente tornata alla memoria l’immagine della mensa delle benemerite suore Oblate della Sacra Famiglia di via Boccea, che un paio di domeniche fa hanno offerto ai loro ospiti un gustoso cotechino, preparando nel contempo decine di frittate al formaggio per i molti islamici che non avrebbero potuto mangiare la carne di maiale.

E nel contempo mi ha riacceso l’irritazione che sempre mi suscitano le pubblicità con sacerdoti che danno uno sciroppo contro la tosse come fosse l’Eucaristia, oppure che utilizzano i santi del Paradiso per vendere più caffè, o ancora che proclamano che «la domenica esiste una sola fede»: quella di chi mastica calcio e beve una particolare birra.

Non credo che il mio atteggiamento sia dovuto un moralismo spicciolo e banale. Penso piuttosto che lo svilimento delle parole e dei gesti che appartengono a uno specifico ambito religioso provochi un progressivo degrado dell’intera cultura civile.

Chi è fermo nelle proprie convinzioni è anche capace di rispettare quelle altrui. Chi invece è immerso nella nostra società “liquida”, dove tutte le opinioni si mescolano e sembrano di eguale consistenza, non riesce a comprendere il valore del simbolo: un gesto che di per sé è minuto e in apparenza difficile da comprendere, ma che rimanda a qualcosa di estremamente più grande. Stemperando con una battuta, sarebbe bello che tutti fossero consapevoli che il “linguaggio dei segni” non è unicamente quello dei sordomuti…

Sì, il passato è un passato morto, come ogni passato …

Tue, 2010-02-23 00:30

“Ci sono cose che rimandiamo, ma con il passare degli anni ho imparato che dovremmo vivere come se non ci fosse un domani, perche’ cio’ che conta e’ adesso. E se sono in grado di sperimentare a fondo l’esistenza a ogni istante, allora alla fine del mio percorso avro’ messo insieme una vita piena di momenti gioiosi. Voglio aver vissuto. E ora comprendo quanto sia importante fare una scelta basata non tanto sulle paure latenti nella mia mente, ma sulla base di una liberta’ che viene dal guardare all’esistenza con occhi sinceri, senza lasciare che l’espressione: “Chissa’ se…” s’insinui tra me e la persona che vorrei essere, agendo e comportandomi nel modo in cui il mio io interiore mi dice che dovrei”.

Ho ritrovato queste parole e all’improvviso ho chiuso gli occhi e ho rivisto nella mia mente gli attimi di una vita presente e passata.

Sì il passato, è un passato morto come ogni passato, e questa vita che stringiamo fra le braccia alle volte sembra non essere più nostra.

Quando ho scritto il mio primo romanzo “Cancro, non mi fai paura”, stentavo a credere che sarei riuscito a risvegliare animi e coscienze e scoprire che quella parolina fatta di sei lettere facesse così paura. CANCRO. Il cancro fa paura a chi non lo incontra e il più delle volte chi vive sulla sua pelle il dolore riesce a donare amore e serenità a chi lo circonda.

In questi anni fatti di lacrime, di corsie d’ospedale, di silenzi, ho incontrato la vita e mai la morte, perchè di cancro si vive, non si muore soltanto.

In tanti, hanno voluto insieme a me, togliere il bavaglio a questa malattia, pronti ad essere meno omertosi e veri.

Perchè nascondersi e cancellarsi nel dolore?

Sono passati due anni e in tanti soffrono, in molti abbiamo un cancro fisico, ma quello peggiore, quello della mente e dell’anima, coinvolge la maggior parte di noi.

Lungo quelle corsie ho trovato uomini soli, abbandonati a se stessi, naufraghi del proprio dolore umano, cancellati nel proprio Io, ma all’improvviso pieni di speranza e con la voglia di donare e di donarsi.

E’ bastata una carezza, una parola, un eccomi!

Ecco una lacrima taglia le guance.

Chiudo ancora una volta gli occhi, e ritrovo quei volti, quelle mani, quelle frasi e quel grido d’aiuto.

Spalanchiamo le porte a Dio e chiediamo a Lui di portarci lontano nel sole del dolore, perchè il male non è solo la solitudine. Il dolore è la gioia dell’anima e il cuore è il seme dell’infinita speranza.

“Io, cancro non ti ho mai maledetto e mai lo farò”.

In queste settimane sto rincontrando la vita e la gioia di aver scritto un nuovo racconto, mi dona la forza di guardare a quel cielo racchiuso dentro me: l’anima. Il cancro l’ha corteggiata, l’ha desiderata, ma mai l’ha avuta.

Non chiediamoci mai, perchè proprio a me e non neghiamoci la forza e il coraggio del dolore. Non aggrappiamoci alla Fede, ma viviamola, perchè è la certezza che ci riempie il cuore di gioia e che ci dona l’emozione profonda del presente, che diventa domani, vivendo.

Morire non e’ un male. Non vivere la vita a fondo, questo si e’ un peccato !