Davide Banzato
Condivido con voi… la Gioia piena!
Qui sulla Terra non esiste felicità completa. O meglio, c’è sulla Terra una massima pienezza di Gioia, quella di Cristo (Gv 15,9-11; 17,13), ma è imparagonabile a quella che sarà eterna in Cielo.
Carissimi amici,
grazie per i vostri preziosi commenti e per la vostra partecipazione nelle pagine pubbliche in FaceBook, nel divulgare i contenuti di www.nuoviorizzonti.org e nell’aver scelto di iscrivervi come Cavalieri www.cavalieridellaluce.net
Mettiamocela sempre tutta per vivere la pienezza di Gioia sulla Terra essendo testimoni e strumenti della Sua Risurrezzione perché tanti possano viverla per sempre in Cielo.
Il segreto è il “Comandamento Nuovo”, dove la novità è nell’Amare “come” Lui ci ama e ci ha amato; inoltre la strada da percorrere è il vivere la Sua Parola ogni giorno, per questo non dobbiamo mai trascurare il meditare il Vangelo e lo sforzarci di vivere la Parola che per tutti noi è scelta e condivisa nella pagina pubblica di Chiara Amirante. È commuovente per me percepire che chi di noi è in Brasile o in Bosnja o ovunque nel mondo siamo uniti nell’Eucarestia e nella Sua Parola!!!
Dopo un’estate ricchissima nella Cittadella Cielo a Medugorje, dopo le missioni svoltesi a Ischia e a Riccione, vi chiedo preghiera ora per i semi messi nel cuore di molti e per il nuovo anno che si apre con la missione a Milano dal 17-19 settembre e col primo Ritiro Spirituale con Chiara Amirante a Roma il 3 ottobre.
Uniti sempre nello Spirito,
…e Gioia Sia!!!
Lettura Sapienziale (parte prima)
La lettura sapienziale è il leggere la storia e gli eventi scoprendo che tutto è grazia, tutto è dono, tutto è meraviglia! Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio (1Cor 2,9-10). Paradigmatica è la storia di Mosè: salvato da bambino dalle acque viene allevato alla corte del faraone come se fosse uno dei suoi figli, senza che gli sia nascosta la sua vera origine dal popolo schiavo degli ebrei. Gode della stessa educazione da principe, dello stesso trattamento dei figli di carne del faraone e cresce perciò colto e raffinato. All’improvviso, dopo tutti quegli anni passati alla corte del faraone, si macchia di un omicidio in preda ad un istinto di difesa per un proprio fratello ebreo e si ritrova ad essere un fuggiasco, ricercato per essere messo a morte, pastore e pecoraio in terra straniera vivendo con contadini che vivono ai piedi dell’Horeb. M’immagino il povero Mosè in quelle lunghe ore di pascolo ad interrogarsi sul senso della propria storia, della propria vita, di quelle situazioni di coincidenze che una moderna new-age leggerebbe come destino o casualità. Eppure ad un certo punto Dio ascoltò il lamento d’Israele e si ricordò della sua alleanza (Es 2,3). Per alcuni la vocazione di Mosè inizia in Esodo 3, ed è vero, là Dio gli conferirà il compito di liberare il suo popolo, ma c’è quella segreta e nascosta di Esodo 2,1-7 che solo la lettura sapienziale può scorgere: quando sembrava ad Israele che Dio stesse in silenzio dinanzi al suo grido ben 40 anni prima, quando sembrava buoi e oscuro e casuale la salvezza di un bimbo dalle acque, ecco invece che Dio aveva iniziato a preparare la sua risposta e la vocazione di Mosè. Dio si dà sempre in modo mediato, è il mistero stesso dell’Incarnazione. Noi abbiamo fretta, vorremmo la bacchetta magica, un Dio forte, che interviene subito…ma Dio si è fatto agnello, agnello sgozzato, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza, questo è il suo modo d’agire, quello che oggi prepara tu non lo sai. Quello che sembra caso o destino è invece Provvidenza, storia della salvezza. Tutto matura nel silenzio come accade al contadino che getta il seme, dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme cresce, come, il contadino non lo sa (Mc 4, 26-27). “Io ho la mia missione, che mai saprò in questo mondo, ma Tu Signore me la rivelerai nell’altro mondo. Non so come, ma io sono stato creato per fare qualche cosa o per essere qualche cosa per la quale non è stato creato nessun altro. Se sono ammalato, la mia malattia può servirti; se mi trovo in perplessità, la mia perplessità può servirti; se sono nel dolore, il mio dolore può servirti. Tutto può far parte di un disegno più grande che mi sovrasta se riesco a dire e vivere l’in manus tuas affidandotelo e scoprendo in esso un’occasione per amarti. Tu sai quello che fai Signore, io mi fido di Te!”
In manus tuas Domine, non la mia ma la tua volontà!
Forse qualcuno avrà iniziato a provare a vivere quell’esercizio che Chiara Amirante ci ha consegnato. Inizialmente lo si fa con slancio e gioia perché si avvertono immediati frutti,macome sempre resta il problema della perseveranza e con il passare del tempo trascuriamo di viverlo nonostante si tratti di ripetere una semplice frase quasi a ritmo del respiro: In manus tuas Domine, non la mia ma la tua volontà! Voglio per questo insistere sull’importanza di questa preghiera così profonda e segreta che Gesù stesso c’ha donato dicendola e vivendola. Sarebbe meglio fosse Chiara stessa a parlarne, come io stesso ho avuto la fortuna di ascoltare, ma proverò a fare da “ripetitore”…
La preghiera “In Manus Tuas” è per noi un locus in cui scoprire una spiritualità e uno stile di vita di cui appropriarci. Gesù via, verità e vita l’ha detta e vissuta per insegnarci qualcosa, così come ha fatto quando i discepoli gli hanno chiesto “Insegnaci a Pregare” ed ha risposto col “Padre Nostro…”, preghiera e spiritualità da vivere (Cfr. Mt 26,39; Mc 14,36; Lc 22,42). Il primo passo può essere l’esercizio di ripetere queste semplici parole perché divengano la preghiera incessante del nostro cuore, ma poi le dobbiamo fare nostre in profondità, con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima, con tutta la nostra mente, con tutte le nostre forze finchè non diventino lo stile del nostro vivere.
Mi sono esercitato così tanto a ripeterle che quando vado a correre non riesco più ad ascoltare l’mp3 perché continuo a ripeterle alternando ad esse preghiera di lode e d’invocazione allo spirito santo… Potrebbe sembrare un’esagerazione. Potresti chiedermi perché? La risposta è: prova, prova all’inizio anche tu, poi costantemente almeno per un mese, diverrà il respiro della tua anima e quando ti troverai a correre per i marciapiedi grigi della tua città ti sembrerà di correre in mezzo al Cielo e il tuo cuore verrà rapito in alto. Immergiamoci allora nella preghiera incessante del cuore.
Vivere l’in manus tuas significa riporre in Dio ogni nostro affanno, preoccupazione, ferita, stanchezza, oppressione, passando dal nostro delirio d’onnipotenza al riporre il nostro cuore nel cuore di Dio. Concretamente si traducono in esercizi di vita quotidiana che saranno a volte puri atti di volontà, perciò puri atti d’amore se fatti col cuore, a volte una grazia misteriosa che Dio ci donerà.
Porte ad un’anta sola (Scampoli d’omelia nella XXI domenica del tempo ordinario)
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
Uno dei lavori più delicati di Gesù è raddrizzare le domande. Proprio nel Vangelo di oggi ne abbiamo un esempio. Un tale lo ferma in mezzo alla strada e a brucia pelo gli domanda “quanti” sono quelli che si salvano. Gesù, più veloce di lui, rettifica la domanda in “come” ci si salva, ricordando a quel tale e anche a ciascuno di noi che nel Vangelo non contano le statistiche di quantità ma di qualità. Eppure la nostra vita, molto spesso la mettiamo a paragone nelle quantità e quasi mai nella qualità: “quante” esperienza ho fatto; “quante” persone ho conosciuto; “quanti” soldi ho; “quanta” gente mi stima…..Secondo noi, il numero fa la differenza. Gesù invece vuole che puntiamo lo sguardo sulla qualità. E’ come se Egli volesse dirci: “Non avere paura se nella tua vita non ci sono tante cose. Se la tua vita è un fazzoletto di cose semplici che il mondo definisce “banali”, “scontate”. Non avere paura se nessuno ti citerà mai nei libri di storia, o se non conosci di persona i grandi della terra o i VIP che popolano i giornali. Spendi il tuo tempo e le tue energie a migliorare la qualità di ciò che c’è dentro la tua vita, non a invidiare la vita degli altri. Migliora la qualità dei rapporti, della cura di te stesso, dell’ordine della tua casa, della tua alimentazione, della salute del tuo corpo, di ciò che leggi, di ciò che ascolti, di ciò che vedi. Non tutto vale la pena. D’un tratto ti accorgerai che è molto faticoso puntare ad un’alta qualità delle cose. E’ come sforzarsi di entrare attraverso una porta stretta che appare più come una feritoia che come un passaggio vero e proprio. Eppure solo attraverso di essa si esce dal recinto blindato delle paure, della depressione, del non senso, della rassegnazione, della disperazione, della solitudine, del caos. La santità è sempre organizzata, non è mai improvvisazione. E allo stesso tempo la santità è compresa ed è legata alla qualità delle cose non alla loro quantità”. Il proseguio del discorso è molto duro, e devo confessarvi che ogni sera prima di addormentarmi mi rammento di queste parole di Gesù: Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Mi ricordo che non è scontato essere cristiani solo perchè abbiamo le mani in pasta nelle “cose di Dio”. Questo è valido per me che sono prete ma anche per ciascuna persona che si definisce cristiana. Possiamo frequentare la messa tutte le domeniche, e pregare tre volte al giorno e incorrere nello stesso disconoscimento raccontato da Gesù. E questo accade perchè molto spesso ciò che celebriamo, ciò che preghiamo, ciò che crediamo non tocca veramente la nostra vita, non ne cambia la qualità. Il sacro rimane rinchiuso nelle chiese o in minuti stabiliti della giornata, ma non irriga le nostre scelte, le nostre cose, i nostri rapporti. Non basta l’esteriorità a salvarci, dobbiamo sforzarci di cambiare il cuore, cioè la direzione di fondo. Siamo riconosciuti da Cristo solo in virtù di questo sforzo di cambiare qualitativamente dal di dentro, diversamente siamo sconosciuti che abbiamo vissuto solo davanti a noi stessi e a ciò che noi ritenevamo vero…
(La vignetta è di don Giovanni Berti
)
Assunta… a tempo indeterminato (scampoli d’omelia nella festa dell’assunzione della B.V. Maria in Cielo)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Nel cuore dell’estate siamo abituati a festeggiare uno delle feste più solari dell’anno: l’assunzione di Maria al cielo. Forse sarà proprio quel riferimento alla “donna vestita di sole”, così come ce lo racconta l’apocalisse, il motivo per cui il 15 agosto, crocevia del sole più caldo dell’anno, noi ricordiamo questo dogma dell’ultima ora, proclamato appena pochi decenni fa da Pio XII. Ma non voglio perdermi dietro i rigagnoli delle congetture storiche e teologiche e voglio invece guardare il cuore di questa festa attraverso gli occhi del Vangelo di oggi. La scena è semplice. Questo è un Vangelo di movimento. Inizia esattamente con un passo affrettato di Maria, reduce da una delle esperienze più rivoluzionarie della storia: l’annuncio dell’angelo. Forse anche lei, come noi, quando era turbata o agitata, usciva fuori a sbollire facendo quattro passi, ma siccome questa volta il turbamento era qualcosa di più consistente di un pensiero fisso, decide di fare questa gita fuori porta, attraverso la montagna. Direzione casa di Zaccaria ed Elisabetta. Quanti pensieri ci saranno stati durante quel viaggio, ma già l’averlo intrapreso ci fa capire molte cose. Capita anche a noi di ingolfarci dietro i pensieri o le cose che ci accadono, dobbiamo avere anche noi come Maria il coraggio di staccare e di andare da qualcuno che sappiamo ci voglia bene. Solo il bene di chi ci ama veramente ci fa guarire da certe indigestioni esistenziali. Difatti, tutto ciò che segue nel Vangelo altro non è che una guarigione interiore di Maria. Fare la volontà di Dio a volte non ci fa sentire subito felici. Aderire alla realtà così come accade molto spesso crea delle spaccature interiori. Abbiamo bisogno di ricucire certi strappi, certe rotture che accadono perchè succedono delle cose che non ci aspettiamo, che non abbiamo calcolato, e che pure accadono. Il dialogo è semplice. C’è uno scontro tra due sussulti di gioia. Il risultato? il cantico più bello del nuovo testamento: il Magnificat. Dietro questo canto tutto d’un fiato di Maria c’è tutta la storia della salvezza, c’è la rivoluzione di Dio, c’è il capovolgimento delle circostanze, c’è il realismo del cristianesimo, e c’è la speranza della buona notizia del Vangelo.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ecco perchè aveva ragione Dante quando diceva, attraverso la bocca di San Bernardo, che Maria “è di speranza fontana vivace”. Tutta la sua vita, i suoi dolori, le sue gioie, i suoi giorni sono segno di un Dio che attraverso la debolezza della nostra storia opera prodigi. Non dobbiamo avere paura della nostra storia, ne delle contraddizioni che in essa accadono. Dio ci salva non da quelle contraddizioni ma attraverso di esse. La festa di oggi ne è l’apice. L’argomento più convincente di questa speranza non è più un racconto, è Lei stessa, in anima e in corpo che viene assunta in cielo,senza più il “precariato” delle cose che passano della terra. Maria è “assunta” a tempo indeterminato, in quel regno dove tutto è pienezza. E’ lì come pegno per ciascuno di noi, come promemoria del fatto che anche noi siamo chiamati allo stesso destino. Maria è il nostro destino. E oggi ne facciamo memoria. Ricordiamocelo sempre, specie quando tutto ci grida esattamente il contrario. La fede serve innanzitutto a questo, a fare memoria quando le circostanze della vita ci fanno dimenticare chi siamo e dove stiamo andando.
(La vignetta è di don Giovanni Berti
)
In missione di Evangelizzazione a Riccione c’è anche Andrea Bocelli: 12-15 Agosto, le date calde del 2010!
La comunità Nuovi Orizzonti fondata da Chiara Amirante e le Sentinelle del Mattino di Pasqua legate alla scuola di evangelizzazione di padre Daniel Ange da anni collaborano col Punto Giovane di Riccione e la parrocchia Gesù Redentore di don Franco Mastrolonardo per promuovere missioni di spiaggia e di strada dal titolo “Chi ha sete venga a Me!”
I missionari faranno spettacoli in spiaggia allestendo confessionali sotto l’ombrellone, vicino a viale Ceccarini terranno la Chiesa aperta di notte invitando dalla strada i giovani ad entrare per un percorso di preghiera e ogni sera ci saranno le Messe Rock alle 21 seguibili in streaming Tv nel sito www.chihasetevengaame.it
Si prevede di raggiungere ben 25.000 giovani, offrendo loro centri di ascolto, divertimento, spiritualità… e fede!
Sono moltissimi i testimonial e amici della missione che quest’anno nel sito hanno inviato i loro saluti: Nek, Carlo Conti, Barbara D’Urso, Lorena Bianchetti, Nicola Legrottaglie, Annamaria Marasi, Alessandro Cecchi Paone… e tanti altri!
Ma una persona in modo del tutto speciale sarà tra i missionari per sostenerli ed incoraggiarli attraverso il canto del Panis Angelicus dell’Ave Maria alla Messa del 13 agosto: Andrea Bocelli.
Insieme ad Andrea ci sarà anche la fondatrice di Nuovi Orizzonti Chiara Amirante per sostenere i tanti “Cavalieri della Luce” che seguendo il suo esempio oggi sono impegnati nel testimoniare la gioia di Cristo Risorto!
Dal 2003 ad oggi si è arrivati alla 5° edizione incontrando 25.000 giovani ogni anno. In circa dieci giorni i giovani provenienti da diverse realtà ecclesiali e parrocchie di Italia si ritrovano in un numero che si è alternato tra i 100 e i 200 partecipanti per andare per le strade e per le spiaggie a portare la gioia di Cristo Risorto. Dalle animazioni in spiaggia alle Chiese aperte di notte lungo viale Ceccarini, dai confessori tra gli ombrelloni e le Messe Rock… sono sempre incisive le testimonianze portate ai giovani nei modi più nuovi e possibilimente vicini al loro linguaggio! L’ascolto e l’accoglienza è il primo strumento utilizzato insieme alla gioia da trasmettere per mostrare vie possibilmente sane per realizzarsi e divertirsi. Tra balli e musica, la preghiera colora l’anima di Cielo!
In questi anni questi ragazzi non solo hanno diffuso messaggi di speranza, indirizzato giovani sbandati in cammini di recupero o a centri di ascolto professionalmente preparati, ma si sono anche formati perchè, una volta tornati nelle proprie realtà d’origine, potesser dare vita a piccole comunità giovanili, a centri di ascolto, a nuove iniziative di missione, evengelizzazione od opere di carità. In alcune missioni sono venuti a formarsi anche seminaristi e sacerdoti responsabili di pastorale giovanile in Italia.
Il primo compito dei ragazzi è quello accogliere il disagio di tanti giovani che in questi “templi del divertimento” cercano una finta felicità che sempre più li impoverisce. Da quell’ascolto profondo nasce quasi sempre una proposta ad un possibile cammino di rinascita sia umana sia spirituale. I modi per raggiungere i giovani sono i più svariati e cercano di intercettare il linguaggio a loro consono. Per questo ci sono concerti, animazioni in spiaggia con balli di gruppo, giochi e divertimento che si concludono con un Padre Nostro collettivo dopo aver ascoltato una testimonianza di vita edificante.
Le missioni in questi anni sono state soprattutto formative, quest’anno invece la particolarità sarà l’aver a disposizione solo iscritti che hanno già partecipato alle edizioni precedenti per potesi dedicare interamente ai giovani.
Alcuni dei “Cavalieri della Luce” sono reduci da pochi giorni dalla missione formativa di Ischia, per loro c’è giusto il tempo di recuperare le molte ore di sonno arretrate…
Nel cuore dell’estate centocinquanta giovani andranno tra le spiagge e le strade ad annunciare ai loro coetanei la grande scoperta che ha stravolto la loro vita: è possibile raggiungere la Felicità, quella Vera e duratura, anche senza andare alla ricerca dello sballo.
Questi giovani missionari che arrivano da ogni parte d’Italia a Riccione faranno della spiaggia e della strada un vero e proprio centro di ascolto e luogo di incontro!
In questi giorni tra i milioni di giovani arrivati nella città, emblema del divertimento, ci sarà l’animazione del “Joymix team” (il giorno 13 presso il bagno 85, il 14 presso il bagno 114 il 15 presso il bagno 104), in cui momenti di ballo e di canto verranno intervallati da alcune testimonianze di vita.
Tutte le sere, prima di partire per i principali centri di aggregazione giovanile notturni, i nostri missionari animeranno la Messa “Rock” che si terrà alle ore 21 presso la Chiesa di Gesù Redentore.
Il calendario in questi quattro giorni sarà ricco di appuntamenti che potranno essere seguiti direttamente dal sito www.chihasetevengaame.it.
Anche il sito www.chihasetevengaame.it è stato rinnovato come strumento per potersi iscrivere, per inviare le proprie testimonianze, per condividere la propria fede o potr entrare in contatto con le realtà che animano questa missione permanente, per seguire da lontano in streaming quanto avviene e poter dialogare attraverso la chat amica… Grazie a questo sito sia chi si incontra sia i missionari che di anno in anno si formano restano in contatto e possono continuare a camminare insieme! Pertanto in www.egioiasia.com abbiamo inserito uno spazio apposito nella colonna di destra della home page per restare in collegamento.
La prima esperienza di laboratorio del 2002 è stato un test che ha evidenziato in Riccione un particolare e attuale “aereopago” giovanile, intuizione particolarmente geniale di don Andrea Brugnoli accolta da don Franco Mastrolonardo. Nel 2003 la collaborazione di tantissime comunità ecclesiali e con 150 missionari è stato il trampolino di lancio per un vero e proprio rinnovamento della pastorale di primo annuncio con i giovani per i giovani e la nascita di La Luce nella Notte dall’unità di diversi carismi condivisi.
Nel 2004, in una speciale unità consolidata tra il sottoscritto, Gianni Castorani, padre Pierre Aguilà, don Franco e don Maurizio, il numero dei missionari ha toccato il vertice raggiungendo i 200 partecipanti e la missione è divenuta Diocesana con il coinvolgimento della Pastorale Giovanile. Sono stati ospitati anche i seminaristi del Seminario Romano e tantissime realtà ecclesiali che hanno collaborato in stile di unità ed armonia. La collaborazione delle realtà del Punto Giovane, di Nuovi Orizzonti, delle Beatitudini e delle Sentinelle del Mattino di Pasqua si è intensificata continuando così nel 2008 e nel 2009 con nuove edizioni missionarie.
Riccione, possiamo riconoscerlo, è stato pioniere per l’evangelizzazione di strada e di spiaggia con questa modalità di primo annuncio. Molte missioni in Italia hanno avuto inizio da questo progetto pilota che negli anni ha fatto scuola per tanti e tante realtà ecclesiali.
Dopo quattro anni di pausa (ogni esperienza nuova nella chiesa è messa al vaglio, spesso vagliata con il fuoco), non c’è don Andrea nè padre Pierre, entrambi impegnati in altre missioni, ma ci siamo ritrovati con don Gianni Castorani (Sentinelle del Mattino di Pasqua) e il Punto Giovane. Quest’anno (2010) si aggiunge il Seminario della Diocesi di Rimini e la missione si colloca lungo un percorso che la Diocesi ha condotto con la Pastorale Giovanile nella formazione e in esperienze durante l’anno di primo annuncio. E’ la Parrocchia di Gesù Redentore che accoglie e organizza insieme alle comunità.
L’abbiamo voluta con forza questa missione, perchè non può essere che la Riccione estiva non colga tali opportunità. Non possiamo rintanarci in sacrestia ed aspettare quelli che in Chiesa vanno già. Come Gesù dobbiamo andare a prendere le pecorelle sperdute. E così diamo il via alla quinta edizione “Chi ha sete venga a me”!
Le chiavi di casa (Scampoli d’omelia nella XIX domenica del tempo ordinario)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Chissà quale faccia avevano fatto i discepoli per sentirsi rivolgere questo tenero incoraggiamento raccontato dal Vangelo di oggi. Forse loro, come noi, soffrivano dell’ansia dei numeri e dell’audience. Forse si erano accorti che non erano né molti, né organizzati, né sopratutto capaci. E avevano assunto la stessa aria depressa che assumiano noi quando in un istante di lucidità ci rendiamo conto che le cose che sono attorno a noi sono troppo sproporzionate per essere vissute bene da ciascuno di noi. E’ troppo faticoso amare intensamente per tutta la vita una persona. E’ troppo faticoso rimanere onesti in un mondo che va avanti solo a gomitate. E’ troppo faticoso lavorare sulla propria libertà quando il nostro corpo o magari le nostre emozioni dicono esattamente il contrario. E così potrei proseguire all’infinito. Questa buona notizia del Regno di Dio che Gesù c’è venuto a raccontare è davvero bella, ma un pò pesante per ciò che realmente siamo. Così ai discepoli del Vangelo di oggi, e a noi in tanti momenti della nostra vita, ci assale il dubbio: non è che Dio si è sbagliato? Perchè a noi i conti non tornano proprio…E così Gesù li (ci) guarda, sorride paternamente e dice: ”Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”. Che tradotto suonerebbe un pò così: “cercate di non avere paura, sò bene chi siete, e quanto siete scassati e inadeguati, ma il Padre non si è sbagliato, ha scelto proprio voi per darvi il Regno di Dio”. E così comincia a dare qualche dritta affinchè al posto dello scoraggiamento prenda posto un atteggiamento esistenziale diverso. Egli ragguaglia i discepoli su dove devono mettere il cuore. Non tutti i posti sono sicuri. Non tutti rendono felici. “Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”. Ma se questo tesoro lo mettiamo nel sesso, nella ricerca spasmodica del successo, nell’egoismo che piega tutto a noi, nel denaro, nelle preoccupazioni di questo mondo, come potremmo salvarlo questo cuore? Saremo sempre sazi e disperati. Solo Cristo non tradisce. Solo Lui non solo ci sazia ma ci riempie di attesa, di speranza, di voglia di vivere. Poi Gesù fà un passo avanti e paragona la nostra vita all’atto di fiducia di un padrone, che si allontana da casa affidando tutto ai suoi servi. Quel padrone si fida di questi servi inaffidabili. Egli non ragiona ricordandosi che loro sono solo servi, e non hanno nè le capacità nè la cura che il padrone può avere per la sua casa. Egli si allontana da casa e lascia loro le chiavi, li considera capaci di prendere il suo posto, capaci di comportarsi come il padrone. “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!”. Bellissima questa immagine. Il padrone si cinge le vesti e trasforma i propri servi in padroni, in figli del padrone, in proprietari. Si sono guadagnati un capovolgimento sociale, di identità perchè hanno vissuto bene durante quell’assenza. La nostra vita è come quella notte in cui il padrone è assente e lascia tutto in mano nostra. Sappiamo che tornerà, ma non sappiamo quando. E sappiamo pure che questo padrone si fida talmente tanto di noi da lasciarci tutto in mano. Non siamo i veri proprietari di ciò che ci sta intorno, della nostra salute, del nostro tempo, di quello che ci capita sotto mano. Pare che sia così perchè il padrone si è fidato di noi servi inaffidabili e si è allontanato, giusto il tempo di una vita. Ma questo padrone tornerà, presto, nell’ora che meno ce l’aspettiamo. E cosa troverà? Troverà noi svegli? O ci troverà addormentati, oppressi dal sonno delle nostre manie di protagonismo, dei nostri deliri di onnipotenza, delle nostre convinzioni senza repliche. Se ci troverà svegli, in quell’istante smetteremo di essere servi e diverremo padroni come Lui, con Lui. Se ci troverà addormentati nel peccato, nei compromessi fatti con il mondo e con il male, allora ci scaraventerà fuori di casa. E non ci avrà condannati Lui, ma noi stessi, che abbiamo tradito la sua fiducia e sprecato l’opportunità della vita, consumandola dietro speranze risultate vuote e senza vie d’uscita praticabili. Oggi possiamo fare tutto ciò che vogliamo, convincendoci anche che nessuno ci toglierà mai il timone di mano. Ma non c’è bisogno di essere cristiani per ricordarsi che la vita, questa vita, non è per sempre. Arriva il giorno in cui tutto cambia. E cosa accadrà?
“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”. Siamo nati servi, perchè dipendiamo da molte cose, ma Cristo c’ha chiesto di vivere e comportarci con la dignità dei padroni. La vita eterna è esattamente questo: capolgere ciò che eravamo all’inizio, e renderlo stabile per sempre. Cristo è morto per questo, ed è risorto appunto per questo. Ora tocca noi scegliere cosa farne di queste chiavi di casa…
Buon compleanno alla Madonna
Oggi, 5 agosto, Maria compie 2026 anni. Sì, proprio lei, la nostra Mamma. Apparendo a Medjugorje con il titolo di Regina della pace, ella stessa lo ha rivelato ai veggenti. E in questa occasione ama ricevere gli auguri dei ragazzi, con i quali scambia realmente abbracci e baci.
Dunque associamoci anche noi con gioia ai festeggiamenti. E imploriamo la protezione della Madonna con una bella Ave Maria, oppure con la straordinaria preghiera che la tradizione attribuisce a san Bernardo di Chiaravalle: «Ricordati, o piissima Vergine Maria, non essersi mai udito al mondo che alcuno abbia fatto ricorso al tuo patrocinio, implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato. Animato da tale fiducia, a te ricorro, o Madre, o Vergine delle vergini, a te vengo e, peccatore contrito, innanzi a te mi prostro. Non volere, o Madre del Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma ascoltami propizia ed esaudiscimi. Amen».
È un testo capace di accompagnarci nella quotidianità del nostro cammino, anche in questo periodo estivo che può rappresentare un tempo per recuperare le energie, per attuare l’evangelizzazione di spiaggia che tanti frutti ha portato in questi anni, per smaltire qualche impegno arretrato.
Vi confido che per me sarà un tempo di intensa attività. In vista del trentennale di Medjugorje, sto rileggendo tutta la documentazione esistente sulle apparizioni e sulle vicende connesse, con l’obiettivo di approfondire e comprendere la vera storia di questo incommensurabile evento. Il materiale è enorme e dovrò dedicarvi ogni spazio libero delle mie giornate. Perciò stacco per un po’ da ogni altra attività, compreso questo blog. Ma il cuore rimane sempre connesso…
Koinonia
La koinonia (comunione, partecipazione) che c’è tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è il modello a cui guardare e da vivere. Immagino Gesù nel Cedron che osservando un tralcio secco e ammuffito là a terra, alza lo sguardo sui suoi discepoli e parla traendo spunto da quell’immagine… Ripetendo, come era solito fare, quelle pesanti frasi e quel ferreo ammonimento: Ma tra voi non sia così! Vi prego, tra voi non sia così! (Cfr. Lc 22,26; Mt 20,26; Mc 10,43).
Serve un atteggiamento di silenzio interiore e di profondo ascolto dello Spirito Santo per riuscire a percorrere, ciascuno nel suo stato di vita specifico, la via che Dio ha pensato per ciascuno di noi. Punto fondante di questo passaggio dall’io tralcio secco all’io parte della vite che porta frutto è la consacrazione della propria volontà alla volontà del Padre. In comunità Nuovi Orizzonti Chiara ci ha sempre spronati a vivere questo passaggio fondamentale nel Carisma che come fondatrice cerca di trasmetterci…
Si tratta di un vero e proprio atto di amore prima, di fede poi, infine di volontà. Prenditi un tempo di silenzio, di meditazione, di preghiera. Trova un tempo in cui metterti in ascolto della Divina Presenza che è nel tuo cuore. A me è stato utile, così come a molti fratelli a cui l’ho consigliato, prendermi un tempo determinato, in cui cercare il silenzio interiore affinché divenga un’abitudine costante che nel percorso della vita necessiterà di piccole rettifiche, ma che non si perderà mai nella sua solidità. Trova un luogo a te congeniale per la preghiera, per me fu la mia camera da letto, per altri può essere un giardino, la montagna, la chiesa… basta che sia un luogo isolato, dove tu possa non essere disturbato. Inizia da subito a prenderti un tempo giornaliero di preghiera dandoti un scadenza di tempo: per un mese ogni giorno in camera, spento il cellulare, chiusa la porta ed avvisati tutti di non disturbarti, siediti comodo e dopo un segno di croce inizia. Non importante quanto tempo riuscirai a stare in preghiera all’inizio, se non sei abituato ti sembrerà che il tempo non passi mai, cerca di vivere con intensità il tempo che riesci, ma ogni giorno aumenta un po’ cercando di arrivare alla fine del mese con un’ora intera dedicata a Lui. Cosa fare in questo tempo? Non c’è una regola nella preghiera… di certo se sei alle prime armi avrai un gran da fare con le distrazioni che arriveranno e coi pensieri che non riuscirai a combattere perché sono più forti di te. Allora inizia a dare una finalità ai pensieri trasformandoli in preghiera: ad esempio, ti viene in mente che c’è la partita della tua squadra del cuore, allora prega perché nessuno si faccia male tra i tifosi e non ci sia violenza… ti viene in mente quella situazione che devi risolvere, prega perché Dio ti dia la forza e la luce per affrontarla, e così via. Le prime volte passerai tutto il tempo a trasformare i pensieri in preghiera, ma almeno avrai pregato al posto di aver seguito casualmente le varie distrazioni. Ad ogni pensiero trasformato ne sopraggiungerà un altro sempre più forte e urgente o demenziale, ma non preoccuparti. Se ti impegnerai e metterai il cuore in ogni preghiera, con l’atteggiamento del bambino, ad un certo punto i pensieri si esauriranno e allora crescerà in te il silenzio. A quel punto Dio inizierai ad essere come una bottiglia che, svuotata del suo contenuto, permette di essere riempita. Nel tempo cresce anche l’abitudine a svuotarsi in pochi istanti e a farsi riempire dallo Spirito Santo. Allora segui la preghiera spontanea del cuore che lo Spirito susciterà in te. Al termine del mese di preghiera sarai pronto per il passo che inizierà a stravolgere la tua vita riempendola di Cielo: consacrare la tua volontà al Padre. Di per sé non è necessario seguire il processo che ho consigliato, ciascuno ha il suo modo di pregare, questo lo consiglio a chi non sa come iniziare.
Bancarotte esistenziali (Scampoli d’omelia nella XVIII domenica del tempo ordinario)
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Dopo i panorami di preghiera e i tepori dei cortili di Betania in casa di Marta e Maria, oggi il Vangelo ci riporta alla medicorità delle beghe familiari. La questione è molto semplice, è la questione sempre attuale della spartizione dell’eredità, degli averi, delle proprietà. Pare che a un certo punto della vita, i fratelli smettano di essere legati da sangue ed affetto e cominciano a regolare i loro rapporti attraverso notai. Gesù si rifiuta di fare il gioco di questi due fratelli che litigano per un fazzoletto di terra. E come sempre torna alla radice della questione: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». La vita non dipende da ciò che possiedi. Eppure fatichiamo ogni mattina dietro l’utopia della felicità legata al possesso di molte cose. Riempiamo la nostra vita di preoccupazioni e di ansie per cose che non solo non ci renderanno mai davvero felici ma sopratutto non dureranno che una manciata di tempo. Troppo poco per reggere il bisogno di infinito che ci portiamo nel cuore. Questo è il motivo per cui Gesù racconta la parabola del vangelo di oggi. Un parabola semplice ma allo stesso tempo paradossale. Il personaggio principale è un uomo ricco. Egli non è un ladro, uno che si è arricchito alle spalle degli altri. Il vangelo non dice nulla del come egli si sia arricchito, quindi è lecito pensare che quest’uomo ha lavorato, ha avuto fortuna, ha saputo giocare le sue carte e si è costruito una posizione privilegiata. Dov’è la cosa che non và? Dov’è la crepa in tutto il discorso? La risposta è semplice e allo stesso tempo drammatica: egli ha lavorato per anni per costruire un ipotetico futuro dove poter godere di tutta quella ricchezza e di quei privilegi, e quando è arrivato al punto di poterlo fare, muore. Il suo errore non era sulla strategia (sicuramente sarà stato un ottimo imprenditore) ma bensì sulla tempistica. Riempire il presente di preoccupazioni ed ansie a favore di un futuro ipotetico ti fa sprecare la vita dietro un pugno di mosche. Per amore di questo ”domani”, quell’uomo ha trascurato il volto della moglie, i sorrisi dei figli, i tramonti meravigliosi della Galilea, le domande di senso dentro il proprio cuore, la parola di Dio che si manifesta nel presente e non nei ragionamenti sul futuro. Quell’uomo ha creduto a un sogno di felicità “fai da te” ed è stato tradito dalle stesse cose per cui ha vissuto. Egli non si era mai accorto che quella felicità dormiva accanto a lui ogni notte, sedeva a tavola ad ogni pranzo, correva tra i cortili e le strade polverose del suo paese, si nascondeva dietro ogni circostanza del suo esistere. Quell’uomo aveva eletto i suoi averi e le sue speranze di possesso a dio, e aveva ridotto Dio a routine, cioè ad un presente da sopportare in attesa di qualcosa di meglio. Non si era mai accorto di quel presente, non si era mai accorto di Dio. Se se ne fosse accorto avrebbe usato della sua vita non tanto per arricchirsi da solo, ma per rendere felice anche la vita di chi gli era accanto. “Arricchirsi davanti a Dio”, così come si conclude il vangelo di oggi, significa vivere “per gli altri” e non solo per se stessi. Aprire un varco in quell’egoismo congenito che ci portiamo dentro e che abbiamo eletto a metodo di vita. Scardinare quei ragionamenti meschini e troppo matematici per contenere tutto l’imprevisto del vivere.
Estate: tempo per noi
L’estate porta con sé il desiderio di staccare la spina con il mondo: con il lavoro, le preoccupazioni, tutto ciò che nella quotidianità attanagli i nostri pensieri e ci distrae.
Capita che sotto l’ombrellone o passeggiando per le cime dei monti uno ripensi anche alle sua vita, a cosa ha fatto, a cosa sta facendo, ai progetti futuri.
Rilassati sotto il solleone estivo o seduti all’ombra di un pino, l’occasione d’oro dell’estate è legata all’opportunità di mettersi di fronte a se stessi, senza patemi, corse o preoccupazioni esterne.
Un occasione per chi sta riposando e un occasione per chi è chiamato ad evangelizzare: i missionari non evangelizzano nelle spiagge, durante l’estate per un piacere personale, per un bisogno di parlare o di farsi ascoltare. Il desiderio del missionario è insito nel suo cuore, è il bisogno di annunciare un Dio che ha radicalmente rivoluzionato la sua vita. Don Giacomo Pavanello, autore anche in …e Gioia Sia!, fa un’attenta analisi delle missioni estive sul sito ufficiale di Nuovi Orizzonti ponendo l’attenzione non ai bisogni sociologici delle chiese vuote ma ai bisogni dello spirito delle persone che evangelizzano e delle persone che vengono evangelizzate.
In questi giorni, nella bella isola di Ischia, si sta svolgendo una missione di spiaggia che vede missionari alla loro prima esperienza girare per le spiagge per portare un annuncio, per parlare con i turisti, i bagnanti.
Tra non molto, dal 12 al 16 agosto, rivivremo l’esperienza della missione di Riccione:
una terra che ci vede impegnati dal 2003 con un appuntamento praticamente fisso nella settimana di ferragosto. Oltre alle attività già ben collaudate come i momenti di preghiera in streaming web visualizzabili dal sito ufficiale della missione, quest’anno ci sarà un cambiamento fondamentale: salterà la formazione dei missionari già formati negli anni passati e ormai ben coscienti di cosa significa evangelizzazione. Un aspetto interessante che ci permetterà di evangelizzare molto di più rispetto agli anni passati e, ancora più importante, il fatto dell’esistenza di missionari esperti: ragazze e ragazzi che da anni vivono appuntamenti annuali fissi di evangelizzazione. Ma non sono i missionari l’unico segno di questa nuova evangelizzazione: lo stesso Benedetto XVI ha da poco instaurato il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione guidato da Mons. Fisichella.
Umanamente potremo parlare di segni dal basso e segni dall’alto di questa chiesa: in realtà il segno è uno solo! Uno Spirito che soffia abbondante, che ha messo nel cuore di chi si affida il desiderio di una Chiesa che torni alle prime origini, a quella promessa che Gesù fece a Pietro: Ti farò pescatore di uomini!
L’essenziale è visibile agli occhi…di chi li apre (Scampoli d’omelia nella XVII domenica del Tempo ordinario)
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Non smetterrò mai di dire che il cristianesimo si propaga o per invidia o per nostalgia. Non è la retorica di lunghi discorsi a cambiare lo sguardo della gente, ma bensì sentire dentro di sè il bisogno profondo di essere diversi così come lo stai vedendo in questa o in quest’altra persona.
Tu vedi qualcuno vivere diversamente e immediatamente torna dentro di te la nostalgia di poter vivere pure tu così. Gesù ha educato i discepoli più con i gesti che con le parole. Sapeva bene che i fatti si imprimono molto più delle prediche, e così si lascia guardare dai suoi. E’ anche il caso dell’episodio del Vangelo di oggi che nasce esattamente da un gesto compiuto da Gesù: pregare. Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Chissà cosa c’era di così affascinante nel volto di Cristo mentre pregava. Sappiamo però che l’onda d’urto di quel raccoglimento non lascia i discepoli indifferenti. Vogliono anche loro essere così, pregare così, vivere così. E Gesù, dopo questa domanda, insegna ai suoi, la preghiera più famosa, oltre che unica, del Vangelo: il Padre nostro. Permettetemi però di non soffermarmi sulle bellissime parole di questa preghiera ma di scendere di qualche versetto verso la fine del vangelo. Gesù spiega che il segreto della preghiera è nel pregare. Cosa voglio dire. La preghiera molto spesso l’abbiamo ridotta a un proposito o a una serie di parole. E’ come se una persona invece di respirare fà il proposito di respirare o legge per dieci minuti la formula dell’ossigeno e la tecnica di respirazione del corpo umano. In entrambi i casi non ha respirato ma ha fatto semplicemnte delle operazioni attorno al respiro. Pregare è tutt’altra cosa. E’ accorgersi non di “vocine” interiori, numeri del lotto, suggestioni, incoscio, sogni, predizioni. Ma accorgersi di quell’oceano immenso sopra cui camminiamo. E’ l’oceano di Dio. L’oceano di senso. La preghiera è un tornare in se stessi e riappropiarsi della paternità di Dio. Padre, non patrigno. Non uno da convincere e accaparrarsi, ma uno sproporzionato verso di noi perchè suoi fino all’ultimo frammento di vita. Quando preghiamo non siamo davanti a noi stessi e basta. Quando preghiamo non siamo mai veramente soli, al di là di quello che percepiamo. Quando preghiamo non veniamo mai lasciati senza contropartita. Io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Il cristiano non è uno di quelli che chiede a Dio innanzitutto l’impossibile ma sopratutto l’aiuto nel compiere ciò che gli è possibile. Senza di Dio, anche il nostro possibile diventa quasi impossibile. Rimane però un fatto ancora più sostanziale: senza preghiera la nostra fede rimane un semplice sentimento, qualcosa più legata agli umori che alla realtà. Solo attraverso l’esercizio della vita spirituale ciò che solletica le nostre emozioni diventa visibile anche dentro la nostra storia, e rimane vero per sempre. Diversamente rimane vero, ma noi non avremo occhi per accorgercene.
(La vignetta è di don Giovanni Berti
)
Il fascino di una Chiesa guerriera
L’altra sera mi ritrovavo a guardare la TV cercando qualcosa: giusto per attendere che il torrido caldo estivo sfumasse per lasciare il piacere della brezza serale che accompagna il sonno notturno.
Un paio d’ore di zapping forsennato, viaggiando tra le frequenze pubbliche e le frequenze private in un’attesa disperata di qualcosa che offrisse un po’ di piacere, magari di distrazione, avvincente, perlomeno.
Tra il delirio di una velona sovrappeso e l’ennesimo telequiz che cambia la vita a “comuni” umani, incappo in una serie TV: niente di particolare, qualche effetto speciale, la giusta dose d’arti marziali e un saio marrone. Lasko, questo monaco pronto a fare la volontà di Dio prendendo a calci e pugni svariati criminali appartenenti ad una loggia massonica che trova il suo nome nella divinità greca della Guerra, Ares.Nell’afa che pervade le colline ciociare ho iniziato a pensare a quest’epopea di chiesa avvincente: iniziata ai tempi de Il Nome della Rosa, negli ultimi anni è fiorita con i vari Angeli e Demoni, Templari e Codici da Vinci.
Opposti a questi onirici viaggi in chiese che celano segreti imperscrutabili abbiamo in realtà una Chiesa vera, in un periodo critico che la vede implicata in problematiche esistenti ma esageratamente enfatizzate. Una Chiesa che, secondo i sondaggi d’opinione, offre sempre meno fiducia, provocando timori per alcuni aspetti e allontanamento per altri.
Mi chiedevo il perché di questa distinzione: a livello ideale troviamo affascinante una chiesa dove esistono ordini segreti, logge potenti, frati guerrieri e segreti nascosti nel recondito di opere d’arte; ma non riusciamo ad accettare una chiesa fatta di uomini, umani, che possono sbagliare. Non riusciamo ad accettare una chiesa che si muove verso una trasparenza fatta di incontri, di rapporti umani, di discorsi che richiamano ad una morale di libertà: preferiamo offrire alla chiesa la possibilità di mostrarsi con quell’aria di magico mistero che affascina.
Forse il fascino di questa chiesa cinematografata sta in una chiesa potente, che offre sicurezza, che sa offrire qualcosa di antico in chiave sempre nuova, non lo metto in dubbio, ma mi piace pensare che tutto questo fascino sia legato ad un bisogno dell’uomo per questa istituzione sintesi dell’uomo con la volontà di Dio. Un’istituzione che molto spesso sa mostrare, nel mondo reale, il suo lato più debole, quello umano, quello fatto di errori e contraddizioni, quello che assolutamente non piace.
Una chiesa che, in ogni caso, ha sempre molto da offrire: nelle parole di un vecchio Papa o nella confessione di un sacerdote di campagna, molte sono le persone che trovano ristoro in questa chiesa, malata, debole e magari affascinante anche per i suoi storici segreti, ma di sicuro emozionante per il suo costante desiderio di testimonianza viva.
Mentre il fresco della sera si posava in casa mi sono tornate in mente le parole di un vecchio Papa che vi ripropongo qui sotto: sarò facilmente emozionabile, ma posso assicurare che vincono su qualsiasi avvincente ricerca di antichi Graal in monasteri dagli anfratti segreti.
La semplicità di cuore
Nel Vangelo ci sono espressioni meravigliose di Gesù che ci insegna l’abbandono a Dio Padre: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
Il bimbo-piccolo è colui che ha fiducia, passa dalla testa al cuore, è spontaneo, è vero, ha capacità di stupirsi e meravigliarsi. Queste sono le chiavi iniziali per passare dal dolore alla gioia, proprio come il bambino che piange perché è caduto e subito dopo ride distratto dal papà che gli mostra un fiore per distrarlo… La semplicità di cuore (tapeinòs te kardia) non è l’immaturità, ma l’atteggiamento di chi si fida come il bimbo, che è consapevole che il padre ne sa più di lui e sta in braccio a lui. Serve anzitutto l’umiltà di cuore per prendere il giogo suo, sennò sbagliamo giogo e pesa. La nostra mente non può arrivare a comprendere tutto questo, il suo modo di operare, la nostra ragione non può arrivare a contenere Dio. Bisogna inevitabilmente abbandonarci con fiducia tra le sue braccia senza perderci in mille ragionamenti e crescere nell’autocoscienza di essere amati infinitamente da un Dio che è Padre e ci ama pazzamente!
“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.
La sera ho preso l’abitudine di non addormentarmi più senza aver letto o ascoltato un pensiero o qualcosa che mi possa far gustare l’Amore di Dio e in qualche modo possa essere la dolce ninna nanna del mio cuore e del mio spirito. Questo potrebbe essere un primo buon esercizio da mettere in pratica… Ad esempio spesso leggo il passo di Isaia 43, che il mio padre e vescovo Salvatore Boccaccio mi disse di leggere come la “lettera d’amore” da parte di Dio per noi. Effettivamente prova a fermarti e leggila ora, in silenzio. Al posto del nome di Giacobbe, metti il tuo nome:
Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe,
che ti ha plasmato, o Israele:
“Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare;
poiché io sono il Signore tuo Dio,
il Santo di Israele, il tuo salvatore.
Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto,
l’Etiopia e Seba al tuo posto.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo,
do uomini al tuo posto
e nazioni in cambio della tua vita.
Non temere, perché io sono con te;
dall’oriente farò venire la tua stirpe,
dall’occidente io ti radunerò” (Is 43, 1-5).
Che meraviglia! Che amore… Due parole compaiono in modo particolare e costante nella Bibbia: “Non temere”, ben 365 volte, quasi a dire che Dio ogni giorno ti ripete quest’invito ad avere fiducia nella sua presenza accanto a te; “Proprietà”, o meglio segullà che significa possesso, proprietà, tesoro, figlio, sposa, porzione personale e che Dio esprime in numerosi passi dicendo in vari modi: “Sei mio e sei ciò che più ho come prezioso, ti tengo nel palmo della mia mano, perciò ti stringo a me e ti difendo, non lascerò mai che tu possa essere strappato da me!”
Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,
un diadema regale nella palma del tuo Dio (Is 62,3).
In vari passi (cfr. Es 19, 3-8; Ml 3,17; Is 43; Sal 135; 1Cr 29,3; Os 11; Qo 2,8; Dt 7,6; 14,2; 26,18…) compare la parola segullà e in tutti il concetto è sempre lo stesso: “fidati di me, sei stato scelto, appartieni a me come tesoro e porzione personale, parte di me, figlio e sposa”. Perché? Semplicemente “perché sei prezioso e perché è la mia volontà”.
Un altro esercizio mi venuto obbligatorio per forza: alcune notte non riesco a prendere sonno, e allora che fare? A volte ho impiegato il tempo lavorando, ma poi ho visto che mi stancavo troppo e non dormivo proprio per nulla. Allora ho iniziato a meditare passi simili a quelli di Isaia 43, ce ne sono miriadi, bellissimi, passi che nel cuore della notte, come preghiera della notte divengono dialoghi profondi d’amore con Dio cambiando il tuo cuore. Non ti voglio dire di pregare tutta la notte, anche se non sarebbe un male, ma a volte se ti capiterà di svegliarti all’improvviso, anche quello non leggerlo come un evento banale, ma come un’occasione per ascoltare nel silenzio la voce di Dio, prega oppure medita qualche passo…
Se la Chiesa perde fiducia
Qualche volta vale la pena di prestare attenzione ai sondaggi d’opinione, pure se ciò di cui parliamo in questo ambito ha generalmente a che fare con la fede, piuttosto che con la semplice fiducia. Ma la recente indagine dell’ISPO sulle istituzioni che riscuotono maggiormente la fiducia degli italiani ha messo in luce una situazione significativa, che propone anche a noi qualche interrogativo.
Nell’arco di un anno, dal luglio 2009 a oggi, manifestano «molta» o «moltissima» fiducia nella Chiesa il 13 per cento in meno di italiani (si è passati dal 69,8% al 56,9%). E se fra chi si dichiara totalmente laico questa percentuale è diminuita dal 46 al 28, anche fra chi va a Messa almeno una volta a settimana, e dunque è considerato un praticante assiduo, il calo è netto: dall’87 all’81 per cento.
Ovviamente la spiegazione data dai curatori della ricerca è connessa alle vicende dell’attualità. Il repentino calo di credibilità viene attribuito ai diversi scandali legati a personalità ecclesiastiche – e in primo luogo la pedofilia – che negli ultimi dodici mesi hanno colpito l’attenzione dell’opinione pubblica.
Ma ciò non è sufficiente a chiudere la questione. Se i peccati personali di un certo numero di sacerdoti e di vescovi inficiano la fiducia nell’intera istituzione ecclesiastica vuol dire, a mio parere, che si è perso il senso di ciò che è realmente la Chiesa: segno dell’assoluto, presenza viva di Cristo sulla terra, immagine di una comunità che guarda verso l’eternità.
E allora il richiamo per tutti noi che di questa comunità siamo ben lieti di essere membri è anche una sfida: riuscire a trasmettere a quanti sono sfiduciati e si limitano a guardare alla Chiesa unicamente con occhio umano la bellezza dell’esperienza di gioia che abbiamo appreso a Nuovi Orizzonti. L’estate, con tutti gli incontri che offrirà (anche, ma non solo, nelle missioni di spiaggia), rappresenterà un valido banco di prova.
Fede e totale abbandono del bambino
Se qualcuno di noi si trova ad avere un tavolo di legno rotto, non sapendolo accomodare, di certo non lo porterà dal farmacista, ma andrà dal falegname di fiducia confidando nella sua esperienza, dato che è lui stesso ad averlo costruito… Sembra un ragionamento logico e banale, eppure non sempre agiamo così per tutte le cose, soprattutto per le più importanti. Infatti quando qualcosa in noi non va, quando stiamo male dentro, la prima cosa che facciamo non è mai quella di andare da Colui che ci conosce, ci ha creato e ci ha pensato fin dall’eternità. Se stiamo male ognuno ha le proprie soluzioni, dalle più o meno sane, alle più stravaganti. Eppure Dio Padre, Colui che c’ha creato, proprio quel “falegname che ha realizzato il tavolo e sa come accomodarlo”, ci ha donato suo Figlio Via, Verità e Vita, Parola chiara e definitiva ad ogni nostro problema esistenziale, dandoci lo Spirito Santo per restare in comunione piena con Lui. Ma noi non andiamo da Lui e nemmeno ipotizziamo sia davvero capace di rispondere alle nostre più profonde esigenze. Primo passo per entrare in questa “rinascita” della nostra persona è il crescere nella fede cieca, solo così l’abbandono alla volontà del Padre potrà essere sempre più pieno e perfetto.
E’ la via della fede che rende inscalfibile la comunione nostra con Dio. La fede è un dono, va chiesto, invocato, cercato. Ma è anche un atto di volontà il cercarlo, il desiderarlo, il buttarsi e fidarsi ad occhi chiusi. Bisogna fare un saltino cercando di spegnere i pensieri del cervello che ostacolano questo salto e impegnarsi concretamente nel difendere, custodire e far crescere questo dono che, anche in maniera minima, Dio fa a chiunque gratuitamente appena glielo si chieda.
Dio ha bisogno della tua fede in Lui e del tuo “sì” incondizionato per poter realizzare il capolavoro che è racchiuso in te. Ha bisogno che tu sia pazzo d’Amore per Lui e che abbracci con Gioia e senza mezze misure ogni croce che ti verrà donata dalla vita, anche quelle che ti sembreranno importabili. Ha bisogno che tu sia disposto a perderti in quell’abbisso di dolore-amore a cui ti chiama. La meta è la piena cristificazione, la piena configurazione a Cristo, l’essere una cosa sola con Lui, il vivere con Lui, l’operare con Lui. La chiara volontà di Dio per ciascuno di noi: la santità (Cfr. 1Ts 4,3: Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione). E’ il ritrovare in Lui la nostra vera identità, la nostra vera realizzazione, la nostra vera umanità trasfigurata. Il primo passo è inevitabilmente il “fidarci di Lui” come un bimbo (Cfr. Mt 5,20; 18,3-4; 19,14; Gv 3,3.5) in braccio al proprio padre o alla propria madre.
La speranza della redenzione
«Possiate trovare la vostra via e dare un contributo alla società secondo le vostre capacità e i doni che Dio vi ha dato». Queste parole di augurio, rivolte da Benedetto XVI a una rappresentanza di detenuti del penitenziario di massima sicurezza di Sulmona, nella loro semplicità esprimono la certezza del Pontefice che in qualsiasi situazione di vita è possibile conservare la speranza.
Nel buio dell’ergastolano rinchiuso in carcere o negli inferi della quotidianità di tante vite che vagano per le strade del mondo, una luce può giungere a rischiarare la strada. L’importante è trovarla, magari con l’aiuto di una guida sicura.
È interessante quanto ha detto il vicedirettore della Sala Stampa vaticana, padre Ciro Benedettini: «Il Santo Padre non ha voluto conoscere le loro storie, storie di persone che forse hanno sbagliato, ma che sono pronte a intraprendere la strada della redenzione». Quel che papa Ratzinger ha voluto fare è stato guardare negli occhi questi uomini e donare proprio a loro, soltanto a loro, parole pronunciate a braccio, che sono rimaste nel segreto dei loro cuori, poiché l’incontro è stato considerato privato, senza giornalisti e telecamere.
Certamente però il Pontefice ha espresso la propria stima per le iniziative di lavoro che sono state avviate all’interno del carcere di Sulmona. Possibilità concreta di un riscatto sociale, ma soprattutto morale, di cui la Chiesa si fa testimone e garante.
Eterno precipitare (parte seconda…)
Se Nietzsche avesse aperto il cuore a Dio invece di combatterlo, col suo spirito sottile avrebbe potuto essere un grandioso santo! Se non si incontra davvero il Cristo Risorto nella propria esistenza, siam come in una camera buia convinti che quello sia il mondo, ostinati a non voler aprire le finestre e la porta per far entrare la Luce. L’incontro con Chiara Amirante e Nuovi Orizzonti han segnato la mia tappa di conversione facendomi rialzare dal ripiegamento su di me e la missionarietà è stata per me consequenziale. Da una vera e profonda contemplazione ed esperienza di misericordia, nasce necessariamente una missione (Cfr. Es 3,1-12 l’esperienza di Mosè è emblematica a riguardo ed un’ottima icona per meditare, pregare e così scoprire la propria vocazione). L’incontro con l’Amore degli Amori riempie il vuoto esistenziale di ogni uomo di ogni epoca e di ogni luogo…
Quando a Chiara ho chiesto cosa l’avesse spinta ad iniziare ad andare in strada rischiando la vita per evangelizzare, mi ha risposto:
“La mia passione per l’evangelizzazione è nata dalla grande scoperta che ha rivoluzionato la mia vita: la scoperta che Dio è amore e ci ama immensamente, vorrei dire pazzamente. Da principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,1.14)! La scoperta di un Dio che è L’Emanuele, il Dio con noi, il Dio che viene ad abitare in mezzo a noi e se le inventa tutte per colorare di cielo il nostro inferno, per riscaldare e illuminare le notti più fredde della nostra anima. Un Dio che si fa Pane di Vita per noi e ci ama fino al punto da prendere su di se ogni nostro grido, piaga, perché, angoscia, dolore, morte…. per farci Dono della pienezza della Sua Pace, Guarigione, Gioia Amore e vita. Ho pensato allora, che se Colui che ci ha creato ci ha amato fino al punto di farsi uomo e ha dato la Sua vita per noi, nelle Parole che Lui ci ha detto non poteva non esserci la Risposta alle domande più profonde del mio cuore in ricerca… e davvero nel Vangelo ho trovato la risposta ad ogni mio Perché, in Gesù ho trovato quella Sorgente d’Acqua Viva capace di saziare la sete del mio cuore sempre inquieto. Vivendo le Sue Parole di Vita ho finalmente assaporato la pienezza della Pace e della Gioia della Resurrezione che Lui è venuto a regalarci: vi dico queste cose perché la mia Gioia sia in voi e la vostra Gioia sia piena (Gv 15,11)!… un Dono che è costato niente di meno che il sangue di Dio!!! Quando hai vagato nel deserto alla ricerca di una sorgente… se finalmente la trovi non puoi fare a meno di correre dai tuoi fratelli che stanno morendo di sete per gridare: “Eureka, ho trovato… Ho trovato la Sorgente. Chi beve di questa acqua non avrà più sete!!!” Dopo avere sperimentato che la pienezza di Gioia che Gesù ci regala resiste anche alle prove più terribili della vita (ho avuto una malattia dolorosissima che tra l’altro mi ha fatto perdere otto decimi di vista… ora grazie a Dio è tornata perfetta) ho iniziato ad andare di notte in strada a cercare i nostri fratelli più disperati (con problemi di droga, devianza, alcool, aids, prostituzione…) per testimoniare che Colui che è l’Amore ha sconfitto la morte, ha trasfigurato ogni dolore per farci dono della pienezza della resurrezione. Non immaginavo che il popolo della notte fosse un popolo così sterminato di soli, emarginati, disperati, di giovani ‘morti nell’anima’ anche se apparentemente vivi, assetati di Amore, desiderosi di conoscere Colui che ha sconfitto la morte. E’ urgentissimo evangelizzare, perché sono troppi i profeti di menzogna che con le loro seduzioni, e proposte di paradisi artificiali a basso costo attirano una moltitudine di giovani e li spingono a percorrere vie che conducono alla morte. E’ fondamentale allora incontrare qualcuno che possa testimoniare: “guarda che quella via io l’ho già percorsa, nell’illusione di poter raggiungere la felicità, la libertà, la realizzazione che mi era stata proposta, in realtà ho raccolto solo, morte, schiavitù, disperazione. Ho poi incontrato Colui che è la Via la Verità e la Vita… Lui ha fasciato le piaghe del mio cuore spezzato, ha scardinato le catene che mi avevano imprigionato e mi ha fatto dono della pienezza della Pace e della Gioia della Resurrezione. In questi anni ho incontrato migliaia di giovani disperati imprigionati da piovre di morte, che percorrevano le strade seminando violenza e morte… Ora Grazie all’incontro con Cristo Risorto, percorrono le strade, le piazze, i locali… i deserti delle nostre metropoli per testimoniare che proprio Grazie all’Amore di Dio sono passati dalla ‘morte’ alla pienezza della vita. E’ urgente raggiungere i giovani là dove si trovano… in strada, nelle scuole, nelle discoteche, nei pubs, in tutti i luoghi di aggregazione giovanile. Tenendo presente che oggi più che mai i giovani non hanno bisogno di ‘dotti predicatori’ ma di testimoni, che sappiano testimoniare con un cuore traboccante di gioia, con un entusiasmo contagioso, le Meraviglie che il Signore ha compiuto. Il mondo sta morendo per mancanza di amore, è indispensabile che mettiamo un grandissimo impegno nell’annunziare con forza la Verità, la Meravigliosa Notizia del Vangelo e nel portare l’abbraccio di misericordia e di tenerezza di Colui che così pazzamente ci ha amato a coloro che non hanno conosciuto l’Amore. L’Amore fa rifiorire la Gioia di vivere nei deserti del mondo.”
Non mi resta che dire a nome di tutti noi: grazie Chiara!
(s)provveduti agnelli in mezzo ai lupi (scampoli d’omelia nella XIV domenica del tempo ordinario)
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Il vangelo di Luca di oggi inizia con questa nuova nomination di Gesù: altri settantadue discepoli. E’ un maniera come un altra per dire che il messaggio che Gesù è venuto a portare non è proprietà dei soli apostoli, ma di tutti i cristiani, di tutti i discepoli. Troppo spesso deleghiamo “ai preti” il nocciolo del cristianesimo, e ci accontentiamo di vivere un pò da spettatori la nostra vita. Gesù non la pensava così, e per questo spreca continuamente il verbo “andare”. Egli sà che non è il mondo che deve andare dai discepoli, ma i discepoli devono andare nel mondo. Tutti i discepoli, non solo alcuni. Non possiamo aspettare che qualcuno si accorga della nostra fede, dobbiamo essere i primi a raccontarla, ad annunciarla, ad attuarla, a renderla credibile al mondo. Il vangelo deve tornare nel suo luogo teologico principale: la strada, il luogo dove la nostra vita scorre, avviene, si realizza. La prima mossa spetta a noi e non al mondo. E sopratutto c’è una grande sproporzione tra quanti siamo e ciò che ci aspetta: “la messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate perchè ne mandi altri”. Non solo c’è sproporzione di numero ma c’è anche urgenza di tempo (“per strada non salutate nessuno”, quasi a dire di non perdere tempo in discussioni inutili, bisogna andare alla sostanza, perchè il tempo è poco), e c’è una sproprozione di mezzi: “come agnelli in mezzo ai lupi”. Gesù sà bene che non è una lotta tra lupi e lupi, ma tra lupi e agnelli. Gli agnelli sono indifesi, deboli, incapaci di far del male, ma allo stesso tempo sono puri, docili, amabili, umili. Tutte qualità, però, che non fermano la forza e la violenza dei lupi. Ma Gesù ci ha insegnato a non temere i lupi, a non diventare come loro. La nostra fedeltà a Cristo passa attraverso la consapevolezza che Egli vuole che ci fidiamo di Lui e non dei lupi. E fidarsi di Lui significa non avere paura dei lupi, non avere paura di essere messi fuori dal coro, di essere emarginati, trattati male, perseguitati e a volte anche uccisi, “mangiati”. Una vita spesa con un senso grande, vale molto più di tanta sopravvivenza vigliacca, fatta di continui compromessi e sottomissioni alle logiche dei lupi. Il problema è che i lupi non sono solo gli altri, a volte questi lupi sono dentro di noi, sono le nostre cattive abitudini, la nostra pigrizia, le nostre frustrazioni, le nostre paure. Essere cristiani significa affrontare e vincere innanzitutto questo branco di lupi che molto spesso ci portiamo dentro, e solo dopo affrontare i lupi che sono fuori di noi. Rimane il fatto che però dobbiamo combattere con la mansuetudine degli agnelli e non con le armi dei lupi. Agnelli coraggiosi, che non scappano. Un cristianesimo violento, in tutte le forme (anche quelle verbali), non è contemplato nell’insegnamento di Gesù.
La conclusione del vangelo è grondante di esaltazione: “I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome»”. Si, perchè una delle notizie più belle del cristianesimo è che ciò che tu pensavi essere non superabile, non sconfingibile, in realtà si sottomette a te quando cominci a vivere così e ad annunciare ciò che ti sforzi di vivere. Il male soccombe sempre sotto l’onda d’urto del binomio fede e nostra libertà. Il problema vero è che non basta vincere una volta, dobbiamo combattere sempre fino all’ultimo istante della nostra vita, quando da copione perderemo, ma acceteremo quella sconfitta sapendo che è stata vinta da Cristo anche per noi.
E oggi Cristo, fissando ciascun0 dei nostri occhi pronuncierà ancora una volta questa meravigliosa formula di coraggio che non potrà lasciarci indifferenti: “Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»”. Ricordiamocelo spesso, sopratutto quando la conta dei nsotri fallimenti tende ad oscurare la nostra speranza.
(La vignetta è di don Giovanni Berti
)
Per una rinnovata evangelizzazione
Senza dubbio potrebbe tramutarsi nell’ennesimo ufficio burocratico della Curia vaticana. Ma, se funzionerà secondo le aspettative di Benedetto XVI, il Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione – la cui istituzione è stata significativamente annunciata da Papa Ratzinger durante la celebrazione per i santi Pietro e Paolo – potrebbe rivelarsi un’iniziativa storica.
L’obiettivo del Pontefice è di combattere l’«eclissi del senso di Dio» che si sta manifestando in un Occidente sempre più secolarizzato. Ma anche nei deserti di questo mondo, è la convinzione espressa da Benedetto XVI, «l’uomo del terzo millennio desidera una vita autentica e piena, ha bisogno di verità, di libertà profonda, di amore gratuito» e la sua anima «ha sete di Dio, del Dio vivente».
Ciò che preme al Papa è rispondere alla sfida di quelle nazioni «in cui il Vangelo ha messo da lungo tempo radici, dando luogo a una vera tradizione cristiana, ma dove negli ultimi secoli il processo di secolarizzazione ha prodotto una grave crisi del senso della fede cristiana e dell’appartenenza alla Chiesa». Una sfida che in sostanza sollecita a «trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del Vangelo di Cristo».
Benedetto XVI è consapevole della portata di ciò che attende la Chiesa: «Le sfide dell’epoca attuale sono certamente al di sopra delle capacità umane: lo sono le sfide storiche e sociali, e a maggior ragione quelle spirituali». Ma la certezza del Papa è chiara e la sua speranza incrollabile: «La Chiesa è nel mondo un’immensa forza rinnovatrice, non certo per le sue forze, ma per la forza del Vangelo, in cui soffia lo Spirito Santo di Dio, il Dio creatore e redentore del mondo».
E allora proviamo a lanciare anche un auspicio, affinché tra i consultori del nuovo Pontificio Consiglio vengano inseriti i protagonisti della nuova evangelizzazione, quella fatta sul campo, sotto il torrido sole delle spiagge e alla luce dei fiochi lampioni nelle nottate delle stazioni. Qualche nome? Nessun dubbio: Chiara Amirante e don Davide Banzato. E se qualcuno, più esperto di me nei social network, volesse lanciare questa proposta su Facebook e siti similari sarà il benvenuto.






