Davide Banzato
Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni
Oggi è un giorno speciale.
Un giorno in cui il cuore ha scelto di dire sì.
Un giorno in cui le emozioni corrono libere dentro me.
Un giorno in cui l’aria che filtra attraverso le finestre scalda cuore e anima.
Oggi è un giorno dove non posso molto osare fisicamente, ma sognare sì.
“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”.
Ti ringrazio Maestro Shakespeare, anche oggi hai saputo darmi la risposta giusta, perchè quando non la trovi nel mondo o dentro te, basta aprire una pagina a te cara e li all’improvviso si condensano tutte le tue risposte.
“Questo mondo, eternamente in bilico e questo cielo che al tramonto oggi è tinto di rosso e una luna che mi guarda, ecco il coraggio del chiedersi un umile perchè!”.
Di cosa ci lamentiamo? Di cosa proviamo a lagnarci?
Silenzio.
Mi è stato concesso di vivere, di amare, di sognare e il cancro che entra e esce dal mio corpo e dalla mia mente, prova spesso a punzecchiarmi. Cado, ma mi rialzo e ogni volta che accade, ritorno a volare stando con i piedi per terra e un dito in cielo, in quell’angolo magico che è la mia vita.
Oggi, perdonatemi, ma non sopporto, chi parla di odio, di rancore, di livore, chi parla per offendere gli altri, chi continuamente usa gli altri per trovare una propria dimensione, chi inutilmente vuol non essere.
Oggi voglio unirmi a chi ama e a chi sa voler bene.
Voi amici di questo grande sogno, amici di questa grande comunità che mi donate il vostro cuore, il vostro calore, il vostro amore. Sì amore, non quello carnale, quello interiore, quell’abbraccio che non vorremmo che mai finisse, fatto di uomini e donne, che si vogliono bene, per un semplice sì, che sa di condivisione e di passione.
Eccoci qua e penso a chi non mi molla un istante e a chi in questo “tormentato” mese ha scelto, di essermi accanto per quello che sono e a chi ha voluto legarsi me, dedicandomi mani, braccia e occhi lucidi di gioia. Come chi di notte, ha voluto consegnarmi una Roma mai vista e che per sempre porterò con me! Una Roma vera, lontano dal frastuono e dal fruscio dell’apparenza, ma che sa e vuol essere essenza. Quella pioggia che batteva contro i vetri segnando di battiti il cuore.
“Sì, mi hai riempito il cuore di paura e di forza e quelle mani che stringevano il corpo hanno riaperto il cuore di un sentimento, chiamato, fraterna amicizia.”
Che gioia voler bene.
Penso a chi ha voluto appoggiarsi sulle mie gracili spalle, ma che sanno essere forti e capaci di gioire nel dolore. Chi, con umiltà ha saputo chiedermi aiuto in una notte di paura e ha voluto me solo al suo fianco, e alla fine di quell’attimo di paura ha saputo abbracciarmi senza mai più staccarsi.
Penso a chi non ha capito cosa vuol dire stare accanto a chi soffre, chi non rispetta il silenzio di chi soffre, chi egocentricamente mette avanti se stesso, senza capire che chi incontra il dolore, la sofferenza ha bisogno del suo deserto, fatto di lacrime e sudore.
Penso a chi giorno dopo giorno ha saputo legarsi a me e mi è accanto con la voglia di spronarmi prendendosi cura umanamente di me.
Penso a chi da sempre, invece ha incontrato il mio dolore e mi ha stretto al suo petto donandomi la parte più nascosta di se.
Penso.
Sono passati, quasi quattro mesi dal giorno in cui il mio nuovo romanzo è stato pubblicato e in tanti hanno voluto con me urlare: “La paura non esiste. Esiste solo la paura di voler vivere appieno questa vita”.
Roberto Cacciapaglia suona le sue note. “Arcobaleno”. Un emozione. Un sogno.
“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e le nostre piccole vite sono circondate dal sonno”.
(William Shakespeare – La tempesta)
Sapienza, prudenza, sessualita’… Rispondo ad alcune vostre domande
Dopo una giornata meravigliosa vissuta con tutta la comunità Nuovi Orizzonti e molti Cavalieri della Luce, rientrato dal Ritiro Spirituale a Fiuggi, non vorrei scrivere nulla e lasciare solo sedimentare emozioni e nuovi impulsi ricevuti in modo particolare dal profondo intervento di Chiara Amirante sullo Spirito Santo.
Proverò comunque a scrivere qualche pensiero partendo da alcune domande ricevute proprio da voi di recente…
Come passare dal trovare la sapienza a dimorare in essa?
Il piacere e’ negativo in se’?
Come vivere la sessualità nel matrimonio e nel celibato in modo corretto?
Pro 3,13
Beato l’uomo che trova la sapienza e ha in abbondanza la prudenza.
Come passare dal trovare la sapienza a dimorare in essa?
Penso che possano giovare tre continui scalini su cui fortificare i quadricipeti della prudenza: la confessione delle proprie mancanze che indica l’umilta’, la lode che indica lo sguardo o animo contemplativo, il dialogare o con Dio o di Dio non distraendo così mai il cuore.
Il piacere e’ negativo in se’?
Se Dio ha creato il piacere e’ perché e’ buono ed ha un senso. Troppe volte insistiamo solo sul peccato contra sextum creando addirittura che la sessualità sia negativa in se’. L’eros e’ la prima sfera che racchiude in se’ la parte del piacere più carnale. Ma l’agape non e’ platonico, racchiude in se’ sia l’eros sia l’amore di filia. Sono cerchi concentrici.
Un caro amico un giorno mi disse che il piacere e’ simile allo zucchero messo su un dolce perché si possa mangiare tutto il dolce. Noi vorremo, per la concupiscenza, prendere solo lo zucchero. Qui c’e’ l’errore. Qui nasce l’edonista.
Per due sposi attratti anche per il piacere, l’unione carnale deve anche andare oltre al cercare di tenere a pari livello il fine procreativo (l’apertura alla vita) e quello unitivo (l’amore e la comunione), facendo si’ che l’atto sessuale completo divenga un dirsi “ti amo” con tutto se stesso; questo può avverarsi veramente solo quando in quell’abbraccio oltre al corpo si fondono le anime pronti ad abbracciare l’uno il destino dell’altro!
E per chi e’ chiamato al celibato come me? Come e’ possibile pregare, vivere una giornata santa e poi svegliarmi con un grande istinto sessuale e addirittura un’erezione? Dio permette questo solo perché lo mortifichi, oppure nella natura delle cose e’ inscritto un bene da perseguire?
Penso che in quell’istinto ci sia un’energia di fecondità e capacita’ di generare vita, che, se nel mio stato celibatario non può esser vissuto con una donna, debba esser canalizzato per amare in Dio l’umanità e nel mondo portare frutto.
Aria fresca (Scampoli d’omelia nella Festa di Pentecoste)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Finalmente la Pentecoste. Finalmente la Festa dove le finestre si spalancano e si cambia aria. Si rinnova l’aria rarefatta delle nostre chiusure, dei nostri cenacoli troppo sigillati al mondo, troppo ermetici affinchè qualcuno o qualcosa ci possa entrare veramente. La bellezza del cristianesimo sta nel fatto che Dio porta dentro la nostra vita non innanzitutto sistemi e regole, ma aria nuova. In questi cinquanta giorni che hanno seguito la Pasqua abbiamo letto e riletto i racconti delle apparizzioni del Risorto, le incredulità dei discepoli, le cene a base di pesce e di pane. Ma ora finalmente l’onda d’urto della Resurrezione si spinge fuori dai confini dell’intimità, della semplice interiorità dei discepoli e raggiunge gli estremi confini della terra. Si, perchè la Pentecoste è il giorno in cui il cristianesimo trova il coraggio (dall’alto) di venire allo scoperto. Ancora oggi c’è troppo cristianesimo latente, troppo seppellito sotto le paure, il pudore di essere giudicati, il dubbio che non sia proprio tutto vero. Lo Spirito Santo spalanca porte e finestre e scaraventa fuori. Perchè solo fuori ha senso la buona novella del Vangelo. Solo fuori, lì dove lavoriamo, condividiamo, viviamo, consumiamo la maggior parte delle nostre giornate, lo Spirito Santo ha qualcosa da dire. La Pentecoste ci scaraventa fuori dai recinti del tempio, ci costringe ad una cittadinanza della storia senza precedenti, e non a rifugiarci dentro gli anfratti delle chiese, pensando che credere sia avere asilo politico dai problemi e dalle sfide che viviamo nella storia. Il Paraclito, di cui parla Gesù nel Vangelo di oggi, è uno che sta accanto a te, inchiodato con te, confitto con te nella storia. Continuamente pronto a farti fare memoria e a condurti, a consolarti e a rafforzarti, a rialzarti e a riprenderti. Senza lo Spirito Santo, la nostra fede sarebbe solo un proposito. Con Lui diventa invece un fatto, un’azione, un’opera, diventa “carne”. Un cristianesimo senza carne è solo una bella storiella che serve solo a intrattenere. Un cristianesimo con un “corpo” è la possibilità che Dio ci dà per salvarci.
Ma tutto ha inizio nel chiuso di un cenacolo. Tutto ha inizio a partire dall’umana paura. Però la carta vincente dei discepoli di Gesù, non risiede in loro, ma nell’intelligenza di aver portato dentro quelle paure, dentro quella chiusura Maria, la Madre. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano che ad abitare lì non c’erano solo loro, ma anche Maria la Madre di Gesù. Mi piace pensare che la falla, attraverso cui lo Spirito Santo trova il modo di entrare dentro quel cenacolo murato è Maria. Anche noi non dobbiamo scoraggiarci quando constatiamo che la paura di vivere e la paura delle cose della vita è più forte di noi, dobbiamo solo rubare l’idea dei discepoli, dobbiamo portar dentro Maria. E così, dal profondo delle nostre cadute, e dal buio di dove ci siamo cacciati, susurriamo piano e ripetutamente quell’invocazione vertiginosa che la tradizione ci ha trasmesso: “Vieni Spirito Santo, vieni per Maria”.
(la vignetta è di don Giovanni Berti
)
Gioia e Piacere
Gioia e piacere sono ormai diventati sinonimi. L’altro giorno me lo ha fatto notare un insegnante della scuola di mia figlia segnalandomi un interessante articolo di Hartwig Schiller, un signore tedesco che in realtà io non conoscevo neppure. Leggendolo ho scoperto che Schiller nel suo scritto, per spiegare questa anomalia dei nostri tempi, partiva dal colloquio tra san Francesco e frate Leone nel loro viaggio tra Perugia e Santa Maria degli Angeli.
Questo, ovviamente, ha attirato subito la mia attenzione.
È inverno, fa freddo e i due tormentati dal gelo camminano faticosamente. Francesco chiama più volte frate Leone che lo precede e lo fa riflettere su cosa sia «la perfetta letizia». Non è saper fare miracoli, conoscere «tutte le lingue e scienze e scritture… profetare… rivelare cose future», nemmeno «convertire gli infedeli alla fede di Cristo», ma la perfetta letizia sta nel sopportare le difficoltà legate all’attuare il Suo messaggio. Volendo immaginarsi san Francesco oggi, fosse tra noi, forse potrebbe dire che avere onori, successo, anche grandissimo, non porta alla gioia. Semmai, onori e successo portano a stimolare l’orgoglio, la boria, l’ambizione.
La vera gioia viene invece dal saper sopportare un abbassamento, nel conservare un contegno, nel dire sempre e comunque sì a Dio e portare avanti quello che la vita, di giorno in giorno, ci pone come compito. E svolgerlo conservando la propria dignità, non dimenticando di avere e migliorare costantemente la propria calma e pazienza perché se, malgrado gli attacchi esterni, si riesce a rimanere tranquilli in sé e in Lui, la vera gioia arriva sempre. Mi viene in mente la lettera di Paolo ai Filippesi: «Abbiate gioia nel Signore in ogni tempo».
Insomma, la vera gioia è proprio legata al mettersi in contatto con le cose più alte e più sante. E non sarà un caso se nessuno, tra i santi e i fondatori del cristianesimo, ha mai pensato che una società del piacere, come la nostra attuale sempre più spesso si definisce, potesse portare gioia! Mi viene in mente un detto di Seneca: «Res severa, verum gaudium», sono le cose serie quelle che portano alla vera gioia.
Gioie degne, insomma, elaborate. Come a dire, senza sforzo non c’è nessuna gioia. Questo è un orizzonte diventa ancora più ampio se si pensa a Antoine de Saint Exupéry, l’autore de Il piccolo principe, quando scrive che «la vera gioia ci viene nel trattare con gli altri». E qui per gli altri intende non solo gli amici, ma ogni singolo altro. Perché se la grazia di Dio opera in noi, lo capiamo proprio dal fatto che diventiamo portatori di gioia attorno a noi. Del resto, la vera gioia l’uomo la sente quando sperimenta l’avvicinarsi al suo vero essere e cioè quando scopre, sente in sé, e riconosce negli altri, la scintilla divina. Questo è il nostro vero noi stessi, altro che piacere e divertimento! Per questo motivo credo sia necessaria la disciplina, un’altra parola che al giorno d’oggi evoca solo sfumature negative, facendoci dimenticare che l’origine di questa parola è proprio, guarda caso, in discepolo, in un allievo, cioè, che, in amorevole rapporto di fiducia, è in attesa di risposte da maestro riconosciuto e rispettato.
Una strada per la gioia, quindi, potrebbe essere quella di vederci responsabili delle nostre scelte, di immaginarci maestri e allievi allo stesso tempo, e non bimbi erranti in attesa di punizioni, per aiutarci a fare, non quello che ci piace, ma quello che è giusto fare, per aiutarci a essere noi stessi bilanciando amore per Dio, per noi stessi e per gli altri con l’accettazione. E ricordando sempre che Gesù (Giovanni, 15 – 19), quando Pietro si è macchiato di grave infedeltà nei suoi confronti nella notte della cattura, gli chiede di riparare a quel torto solo con amore non con penitenza né punizioni. E quindi, eGioiaSia!
L’Europa nel tempo delle galline?
Recentemente ho ascoltato una riflessione dello storico Andrea Riccardi e sono rimasto colpito da una domanda che ha lasciato cadere sull’uditorio, dopo aver citato una frase dello scrittore Ignazio Silone: «A udire questi due nomi, san Benedetto, san Francesco, uno sente piegarsi le ginocchia. I fondatori sono di solito delle aquile, i seguaci delle galline».
L’interrogativo del professor Riccardi era rivolto all’attualità: «Dopo i grandi cristiani del Novecento, siamo nel tempo delle galline? O in quello dei sonnambuli, gente che cammina nella vita senza visione?».
Di fronte alla realtà che ci circonda possiamo certamente concordare con la dura, ma realistica, analisi dello storico, che ha ancor più rincarato la dose affermando che il nostro continente non ha una visione del futuro e della propria missione: «La visione non può essere solo l’interesse di tanti individui, soli, intenti alla realizzazione di uno scopo economico. Le nostre sono società senza missione, perché non hanno una visione».
Un’Europa che ha dimenticato le proprie radici cristiane non può che sprofondare nel baratro della inconsistenza. Qualsiasi pianta, per quanto in apparenza rigogliosa, si rinsecchisce se non viene più alimentata dalla linfa che per secoli era riuscita a mantenerla in vita. Una linfa che – con un’immagine a me cara – vedo simboleggiata nelle dodici stelle che si stagliano sulla bandiera europea, il diadema di Maria che è stato ed è il nostro scudo.
Da Fatima a Medjugorje gli estremi del continente si abbracciano. Con un solo accento risuona il medesimo appello della Madonna alla conversione, alla preghiera, alla pace dei cuori. Potrà sembrare una pia illusione detta così, ma – senza una vera apertura a questo sguardo materno – di fronte a noi ci sarà soltanto l’assenza di ogni speranza.
Appropriazione
Da quando sono sacerdote o comunque Cristiano con responsabilita’ su altre persone ho sempre temuto di scandalizzare e sviare altri. Mi e’ sempre stato d’aiuto san Giuseppe: la sua figura silenziosa ma forte e solida, capace di credere ad un sogno e di salvare Gesu’ e Maria, ma soprattutto di esser padre generando il proprio figlio non putativo attraverso l’esempio e la quotidianita’, senza mai appropriarsene.
Credo tre siano i rischi che in ruoli di responsabilita’ corriamo.
Prima di tutto lo scandalo. Se siamo belli fuori ma vuoti dentro, se siamo scollati tra vita e ideali, se predichiamo in un modo e ci contraddiciamo negli atti, se siamo scissi interiormente vivendo un teatro esteriore passando dall’essere persona a personaggio, allora rischieremo di scandalizzare.
Non esiste cosa peggiore. Gesu’ usa tra le sue più dure parole per questo invocando come migliore via la morte o l’esser mai nati.
In secondo luogo nell’elenco, ma all’origine di tutto sta il portare solo se stessi mascherandolo di Dio. La finzione dura poco, come una borraccia con un foro, come un sacchetto bucato… Cammin facendo si rivela vuoto! Senza Dio prima o poi si lascia spazio a qualsiasi cosa. E’ solo questione di tempo. Basti pensare al sacerdote in Dio magari incapace di predicare, ma che comunque attrae a Dio molti e nella Messa si fa talmente canale da attirare sempre più persone. Al contrario un sacerdote senza Dio sara’ pietra non di edificazione ma di scandalo allontanando e perdendo quanti Dio gli aveva affidato.
In terzo grado resta il rischio della superbia che porta ad appropriarsi di Dio o dei suoi Doni o delle Sue Opere. Quando questo avviene li’ per li’ le cose funzionano perche’ lo Spirito opera comunque, ma passato il sacerdote o il responsabile carismatico morira’ tutto perche’ aveva attratto a se’ e non a Dio.
Qui in ausilio ci viene san Giuseppe custode del figlio non suo ma di Dio. In modo ancor più speciale vediamo Maria: lei e’ prima di tutto figlia di Dio come noi tutti, dunque anche figlia di Gesu’ Cristo, pur dovendo esser Madre di Dio essendone discepola… Quale umilta’ e quale mistero! L’unico Figlio di Dio per natura, e non come noi per adozione o elezione, e prende da lei la carne, i tratti somatici, eppure lei deve amarlo come figlio ma senza appropriarsene, anzi offrendolo da subito in quel taglio del prepuzio che preannuncia il Sangue sulla Croce. Lo riceve e lo deve subito donare pur tenedolo al suo seno.
Maria e Giuseppe aiutate tutti noi vuoti di Dio, in ricerca ansimosa di nitrire l’io, a saper accogliere e donare sempre e subito senza appropriarci di nulla, partorendo vita divina, gemendo nelle doglie del dono di se’ perche’ Dio nasca in noi e attraverso di noi.
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