Protestanti

Giuseppe di Nazareth: Quei calli sulle mani - di Cristiana Dobner

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Gesù invita alla sua mensa i cristiani divisi - di Paolo Ricca

Gesù invita alla sua mensa i cristiani divisi

di Paolo Ricca

 

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I vangeli sono Veri? - del Prof. Marco Fasol



I vangeli sono veri?

di Marco Fasol - docente di storia e filosofia

La rivelazione cristiana ha portato la più radicale rivoluzione etica della storia. L’amore è diventato il sentimento fondamentale. Le discriminazioni sono state superate, perchè ad ogni persona è stata riconosciuta la dignità di un figlio di Dio. Si è aperto per tutti noi un orizzonte di risurrezione, un senso per cui vivere. E’ dunque molto importante conoscere criticamente le fonti storiche di questa rivoluzione, che non si può ridurre solo ad un messaggio morale. Se gli adulti non sanno rispondere ai giovani quando chiedono: “Il Vangelo non è un mito? Una leggenda?” “La Chiesa ci ha imbrogliato?”, diventano responsabili, almeno in parte, delle loro crisi di fede. E’ chiaro che dobbiamo tener distinta la ricerca storica dalla scelta di fede. La fede nel Risorto non è subordinata alle ricerche storiche che saranno sempre approssimative e parziali. Milioni di persone hanno avuto una fede profonda pur senza conoscere niente delle documentazioni storiche che esamineremo. Tuttavia nella società contemporanea è indispensabile confortare la fede anche con una conoscenza razionale, capace di rispondere alle obiezioni ed alle critiche. Il fideismo, cioè una fede senza ragione, è il grande pericolo del nostro tempo. Un credente adulto deve conoscere almeno in sintesi quello che le scienze storiche ci dicono sulla sorgente della fede, che risulterà così purificata, non inquinata dal sospetto di falsificazioni o imbrogli.

Quali sono le fonti storiche su Gesù di Nazareth? Da due millenni i quattro vangeli canonici di Matteo, Marco, Luca e Giovanni sono stati considerati le fonti principali. Solo recentemente è sorta la questione dei vangeli apocrifi. Tuttavia ormai tutti gli storici competenti confermano l’attendibilità dei soli quattro vangeli canonici ed ora vedremo in base a quali criteri oggettivi, laici. Esamineremo in seguito invece i vangeli apocrifi. Un criterio importante è l’antichità delle fonti. La critica storica ottocentesca tendeva a collocare la stesura scritta dei vangeli canonici anche dopo duecento anni dagli eventi. Sembrava che i vangeli fossero “favole popolari”, amplificate e deformate dalla fantasia. Ma le recenti scoperte papirologiche e l’analisi linguistica del greco dei vangeli hanno imposto una datazione anteriore, molto vicina agli eventi, di origine ebraica. Cerchiamo dunque di ricostruire i fatti.

La morte di Gesù è avvenuta intorno all’anno trenta. Dopo di allora, gli apostoli sono rimasti a Gerusalemme circa trent’anni, per costituire la prima comunità cristiana, fedele agli insegnamenti del maestro. E’ la fase della predicazione orale. Nel giudaismo dell’epoca la tradizione orale veniva tramandata seguendo regole precise e rigide di fedeltà, parola per parola. Nelle scuole rabbiniche gli insegnamenti venivano imparati a memoria, con il controllo e l’autorità del maestro. E’ quindi verosimile che anche la prima comunità cristiana, costituita da ebrei, abbia seguito questa prassi di trasmissione fedele delle parole del maestro, fissate dall’autorità degli Apostoli. Fu raccolto così il materiale della cosiddetta Fonte Q, probabilmente scritta in ebraico, anteriore alla redazione scritta dei vangeli. Un passo ulteriore fu la traduzione dall’ebraico o aramaico in greco, la lingua parlata in tutto il mondo antico. A partire dagli anni Cinquanta presero dunque forma scritta i primi tre vangeli, detti sinottici, di Matteo, Marco e Luca. Il lavoro di redazione, in cui venivano collegate insieme le varie raccolte orali per arrivare alla versione definitiva, si colloca tra il 50 e il 70 d. C. Mentre il quarto vangelo, di Giovanni, venne redatto alla fine del primo secolo. Vediamone ora il perché.

Gli scritti evangelici si distinguono rispetto a tutti gli altri testi dell’antichità classica per una straordinaria ricchezza di manoscritti. Tutti i testi dell’antichità sono stati copiati a mano dagli amanuensi lungo i secoli, fino all’invenzione della stampa (nel 1450 circa). Questi manoscritti prendono il nome di papiri, codici, pergamene, rotoli, ecc. Quanto maggiore è il numero di manoscritti, tanto più si dice che l’opera è ben documentata. Ad esempio, dell’Iliade ed Odissea ci sono rimasti circa 600 manoscritti. Si tratta di un record. Infatti tutti gli altri capolavori antichi hanno un numero inferiore di manoscritti. Virgilio ne ha poco più di 100, Platone ne ha solo undici e così la maggior parte dei grandi autori dell’antichità. Tacito ne ha solo un paio e talora un unicum. Quando lo storico si domanda invece quanti siano i manoscritti del Nuovo Testamento (quattro Vangeli, Atti degli Apostoli, lettere paoline, lettere di Giovanni, Pietro, Giacomo, Giuda Taddeo, Apocalisse) rimane stupito dalla loro quantità. Abbiamo infatti circa 5.300 manoscritti greci, 8 mila latini, migliaia di traduzioni in lingue antiche quali armeno, siriaco, copto…! Complessivamente più di quindicimila manoscritti (l’elenco completo dei cinquemila manoscritti greci si può trovare in Nestle – Aland, “Novum Testamentum graece”, 27^ ed. Stuttgart, 1993, oppure nel testo di K. e B. Aland sotto citato). Il fatto più importante è che queste migliaia di manoscritti sono concordanti! Riportano cioè tutti lo stesso testo, parola per parola. Ovviamente ci sono errori ortografici o di trascrizione, come in ogni opera umana, ma questi errori non intaccano mai i contenuti fondamentali. Gli amanuensi hanno voluto rispettare con la massima fedeltà il testo originale, senza aggiungervi niente. Se nessuno dunque ha mai dubitato sull’autenticità di Platone o di Tacito, a maggior ragione nessuno dovrebbe dubitare sulla fedeltà di trasmissione dei testi evangelici che hanno migliaia di copie manoscritte. Si noti inoltre che ai più di 15 mila manoscritti bisogna aggiungere tutto il materiale delle citazioni degli scrittori cristiani dei primi tre secoli (i “Padri della Chiesa”) diffuse in tutto il mondo antico, dall’Europa, al nord Africa all’Asia: circa 20 mila citazioni!

E’ chiaro che i manoscritti sono tanto più preziosi, quanto più sono antichi. Anche qui il confronto con gli autori dell’antichità classica è impressionante. Si deve premettere che i manoscritti originali, autografi, scritti di propria mano dagli autori antichi, sono andati tutti perduti. Per lo stesso Dante non abbiamo il manoscritto autografo completo della Divina Commedia. L’autore classico che ha il manoscritto più antico è Virgilio; si tratta di una testo copiato circa 350 anni dopo la morte del poeta. Per tutti gli altri autori classici la distanza tra l’originale e il manoscritto più antico pervenutoci è molto superiore. Per Cesare, ad esempio, il codice più antico risale a 900 anni dall’originale. Per Platone ci sono 1300 anni tra originale e codice più antico. Quando invece gli storici studiano i manoscritti del Nuovo Testamento rimangono stupiti di fronte alla loro antichità. Possediamo centinaia di manoscritti che risalgono ai primi secoli. Per numerosi papiri la distanza tra testo autografo e manoscritto più antico si riduce a poche decine di anni. La datazione viene formulata in base a criteri paleografici (si conoscono le tipologie di scrittura nelle varie epoche), comparativi, archeologici e chimici. Per i manoscritti dei vangeli la documentazione risulta dunque estremamente più attendibile rispetto agli autori classici. I manoscritti più antichi sono: Papiro Rylands (P 52): forse il più antico documento dei Vangeli. Risale al 125 d. C. Fu ritrovato in Egitto e venne datato in base a criteri paleografici nel 1950 dal prof. Roberts. La datazione venne confermata dai maggiori filologi successivi. Quindi il Vangelo di Giovanni non poteva esser stato scritto, come dicevano alcuni studiosi, nel 150 o nel 200 d. C. ma fu scritto tra il 90 e il 100, perché per arrivare da Efeso (dove fu scritto l’originale) all’Egitto dovette intercorrere circa una generazione. Il papiro misura 9 x 6 cm, contiene 114 lettere greche. Papiro Bodmer II (P 66): venne pubblicato nel 1956. Contiene quasi per intero il vangelo di Giovanni. La pubblicazione suscitò grande scalpore tra gli studiosi; il papiro risale infatti a non oltre la metà del secondo secolo. E’ stato datato dal prof. H. Hunger di Vienna nel 1960. Questo manoscritto concorda perfettamente con i manoscritti maggiori del quarto secolo (Cod. Vaticano, Sinaitico, Alessandrino…). Dimostra così una fedeltà rigorosa nella copiatura degli amanuensi. Bodmer XIV, XV. (P. 75) del 200 d. C., papiro Chester Beatty II, (P 46, Bibl. di Dublino): 86 fogli, contiene 7 lettere di S. Paolo e risale al 70 circa ma potrebbe anche essere del II secolo. Vi sono poi i “codici maggiori” che contengono quasi per intero il Nuovo Testamento. Fra questi: il Codice Vaticano (B 03, Roma, Biblioteca Vaticana), 759 fogli; metà del quarto secolo. Il Codice Sinaitico, (01, Londra, Brit. Libr.) 346 fogli. Il Codice Alessandrino (A 02, Londra, Brit. Libr.) 773 pagine, metà quinto secolo. 15 manoscritti del III sec. 40 del IV sec. 43 del V sec.

Le ricerche filologiche degli ultimi anni hanno convinto numerosi scienziati che il frammento più antico in assoluto sia il Papiro P. 7 Q 5 (Rockfeller Lib. Gerusalemme), scoperto a Qumram, studiato da O’ Callaghan dal 1972 in poi. Contiene solo 11 lettere alfabetiche complete ed altre 8 parziali, disposte su 5 righe. Dallo studio di tutte le combinazioni possibili (una ricerca computerizzata ha analizzato tutte le combinazioni della letteratura greca del Thesaurus Linguae Graece dell’Università di California Irvine: 3.700 autori, 91 milioni di lettere) risulta che l’unica compatibile è quella di Mc 6, 52-53. Questo papiro risale al 50 d. C. (a soli 20 anni dai fatti), in base allo stile paleografico, che è il cosiddetto ornato erodiano, utilizzato fino al 50 d.C. In ogni caso tutti i manoscritti di Qumram non possono essere posteriori al 68 d. C., anno in cui la comunità essena venne massacrata dalla legione romana Fretensis, per cui le grotte con i testi vennero sigillate per evitare la distruzione dei codici. La decifrazione proposta da O’ Callaghan è stata però contestata da studiosi che non conoscevano ancora la prova informatica.

I manoscritti neotestamentari si trovano sparsi nelle più prestigiose Biblioteche tutto il mondo. Raccolte di particolare importanza si trovano nel monastero del Monte Athos (900 manoscritti), nel monastero di Santa Caterina nel Sinai, (300), a Roma (367), Parigi (373) Atene (419), Londra, San Pietroburgo, Gerusalemme, Oxford, Cambridge, Mosca e in molte altre località. Queste migliaia di manoscritti riportano tutti lo stesso testo evangelico, con una concordanza ammirevole. Essi garantiscono che ci troviamo di fronte al testo di gran lunga più controllato e documentato nella storia. Come ha scritto il celebre biblista card. Carlo Maria Martini: “Lo studio dei manoscritti è una vera e propria avventura scientifica condotta col sussidio di un’immensa e puntuale documentazione. E la scoperta fondamentale è sempre quella sorprendente di un testo che, nonostante il fluire dei secoli e le molteplici trascrizioni, si è conservato fedelmente, permettendo così agli studiosi e ai traduttori di farlo risuonare, intatto nelle nostre comunità e per i singoli lettori, credenti e no” (Kurt e Barbara Aland, “Il testo del Nuovo Testamento”, Marietti 1987, p. XII).

 

Fonti: testo e foto tratti  da uccronline - video tratto da sentinelledelmattino.org


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Frère Roger: Non temere ... lui è risorto!

Frère Roger: Non Temere

Frère Roger: Non temere

 

Mia madre diceva che, dopo la morte di sua madre, si sentiva molto affaticata per le cure che aveva prestato e per la sua scomparsa, … molto commossa della sua scomparsa. Pensavamo che anche lei dovesse andarsene, … raggiungere sua madre. Poi, quando non dormiva, una notte vide il Cristo in una grande luce che le diceva queste parole, … o a lei parve di capire queste parole: “Non temere più, ma abbi solo fiducia.” E poi, lei guarì. Lei riprese forza.

Poi, proprio alla fine della sua vita, lei aveva 93 anni già compiuti, … viveva molto vicino a qui, era stesa sul suo letto quando, un mattino, vide apparire Cristo. Allora lei gli disse: “Oh, no! Tu vieni a cercarmi? Oh, no, non subito, mio figlio non c’è.” In effetti mi ero assentato per qualche giorno. “Devi ritornare”. Ma dopo, capitava che dicesse, al mattino: “E’ oggi che Cristo verrà, per riprendermi?

C’è stata quella visione, quando io ero bambino; non l’ho saputo fino a che non ero diventato un giovanotto, … poi c’è stata questa visione del Cristo risorto, … del Cristo nella sua resurrezione, alla fine della sua vita.

Penso che la prima visione di Cristo,  della quale lei ha parlato, credo con quasi nessuno – e non so se io faccio bene a parlarne adesso – non poteva che permetterle di capire il Vangelo, le lettere.

So che quando ero molto giovane, lei ci diceva: “Se non è risorto, in questi testi ti è detto che la tua fede non significa un granché. Essa è vana. … Ma lui è risorto!

 

 

Fonti: testo e video tratti da vimeo.com - immagine tratta dalla rete


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PROGRAMMA - Settimana di Preghiera per L'UNITA' DEI CRISTIANI 2012

Otto giorni per riflettere sul nostro cambiamento in Cristo

“Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore(cfr. 1 Cor 15,51.58)


  ( Scrutatio della Parola -> 1 Cor 15,51.58 )

 
In questa Settimana siamo invitati ad approfondire la nostra fede nel fatto che saremo tutti trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore. Le letture bibliche, i commenti, le preghiere e le domande di riflessione sono tutti miranti ad esplorare diversi aspetti di che cosa ciò significhi per la vita dei cristiani e per la loro unità. Cominciamo col contemplare Cristo che serve, e il nostro percorso ci porterà alla celebrazione finale del Regno di Cristo, che passa attraverso la sua croce e la sua resurrezione.

Primo giorno: Trasformati da Cristo, colui che serve - “Il Figlio dell’uomo è venuto [...] per servire” (Mc 10, 45)
Incontriamo Gesù nella strada per la vittoria mediante il servizio: noi lo vediamo come colui che “è venuto non per farsi servire, ma per servire” (Mc 10, 45). Di conseguenza, la Chiesa di Cristo è una comunità che serve. I nostri diversi doni per il servizio comune all’umanità rendono visibile la nostra unità in Cristo.


Secondo giorno: Trasformati dalla paziente attesa del Signore - “Lascia fare, per ora. Perché è bene che noi facciamo così la volontà di Dio sino in fondo” (Mt 3, 15)
Ci concentriamo sulla paziente attesa del Signore. Perseveranza e pazienza sono richieste per raggiungere qualsiasi risultato. La preghiera a Dio per qualsivoglia atto di trasformazione è anche un atto di fede e di fiducia nelle sue promesse. Questa attesa del Signore è propizia per tutti coloro che, in questa Settimana, pregano per l’unità visibile della Chiesa. Ogni attività ecumenica richiede tempo, reciproca attenzione e azione comune. Siamo tutti chiamati a collaborare con l’azione dello Spirito Santo nell’unire i cristiani.


Terzo giorno: Trasformati dal Servo sofferente - “Cristo [...] morì per voi” (1 Pt 2, 21)
Riflettiamo sulla sofferenza di Cristo. Seguendo Cristo, Servo sofferente, i cristiani sono chiamati alla solidarietà con quanti soffrono. Più ci avviciniamo alla croce di Cristo, più ci avviciniamo gli uni agli altri.


Quarto giorno: Trasformati dalla vittoria del Signore sul male - “Vinci il male con il bene” (Rm 12, 21)
La riflessione ci porta più in profondità nella lotta contro il male. La vittoria in Cristo è il superamento di tutto ciò che danneggia la creazione di Dio e che ci tiene lontani gli uni dagli altri. In Gesù siamo chiamati a condividere questa nuova vita, combattendo con lui contro quanto vi è di distorto in questo mondo, ma anche con rinnovata fiducia e gioia per quanto vi è di buono. Nella nostra condizione di divisione non possiamo essere sufficientemente forti per superare il male dei nostri tempi.


Quinto giorno: Trasformati dalla pace del Cristo Risorto - “Gesù [...] si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò dicendo: ‘La pace sia con voi’” (Gv 20, 19)
Celebriamo la pace del Signore risorto. Il Risorto è il Vittorioso sulla morte e sulle tenebre. Egli unisce i discepoli, che erano paralizzati dalla paura; dischiude innanzi a noi nuovi scenari di vita e di azione per la venuta del suo Regno. Il Signore risorto unisce e dà nuova forza a tutti i credenti. La pace e l’unità sono i segni della nostra trasformazione nella resurrezione.


Sesto giorno: Trasformati dall’amore misericordioso di Dio - “È la nostra fede che ci dà la vittoria” (1 Gv 5, 4)
Concentriamo la nostra attenzione sull’amore di Dio che è per sempre. Il mistero pasquale rivela il suo amore misericordioso ed eterno e ci chiama ad un modo nuovo di vivere la nostra fede. Questa fede supera la paura e apre i nostri cuori alla potenza dello Spirito. Questa fede ci chiama all’amicizia con Cristo e gli uni con gli altri.


Settimo giorno: Trasformati dal buon Pastore - “Abbi cura dei miei agnelli” (Gv 21, 17)
I testi della Bibbia ci mostrano il Signore che infonde vigore al suo gregge. Seguendo il buon Pastore, siamo chiamati a rafforzarci gli uni gli altri nel Signore e a sostenere e fortificare i deboli e i perduti. C’è un solo Pastore, noi siamo il suo popolo.


Ottavo giorno: Uniti nel Regno di Cristo - “I vincitori li farò sedere insieme a me, sul mio trono” (Ap 3, 21)
In quest’ultimo giorno della nostra Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, celebriamo il Regno
di Cristo. La vittoria di Cristo ci abilita a guardare al futuro con speranza. Questa vittoria supera tutto
ciò che ci trattiene dal condividere la pienezza di vita con lui e gli uni con gli altri. I cristiani sanno che
l’unità fra noi è, innanzitutto, un dono di Dio. È una condivisione nella gloriosa vittoria di Cristo su tutto
ciò che divide.


La preparazione del materiale per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2012

La prima bozza del materiale per la Settimana di quest’anno è stata preparata nel periodo febbraiogiugno 2010 da un Gruppo di rappresentanti incaricati dalla Commissione per il dialogo della Conferenza episcopale polacca e dal Consiglio ecumenico polacco.

Desideriamo esprimere il nostro ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito e, in particolare, a:

Edward Puślecki (Sovrintendente generale della Chiesa unita metodista in Polonia, Varsavia)
S.E.R. Krzysztof Nitkiewicz (Chiesa cattolica, Vescovo di Sandomierz)
Sig.ra Monika WaluÅ› (Chiesa cattolica, Józefów)
Sig.ra Kalina Wojciechowska (Chiesa evangelica luterana, Varsavia)
Rev. Andrzej Gontarek (Chiesa polacca cattolica, Lublino)
Rev. Ireneusz Lukas (Chiesa evangelica luterana, Varsavia)
Rev. Henryk Paprocki (Chiesa ortodossa autocefala polacca, Varsavia)
Rev. Sławomir Pawłowski SAC (Chiesa cattolica, Lublino)


I testi proposti sono stati redatti nella forma finale dalla Commissione internazionale nominata dalla Commissione Fede e Costituzione (Consiglio ecumenico delle chiese) e dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (Chiesa cattolica). La Commissione si è riunita nel settembre 2010 presso il Segretariato della Conferenza episcopale polacca (Sekretariat Konferencji Episkopatu Polski) a Varsavia ed esprime la propria riconoscenza alla Conferenza e al presidente per aver generosamente ospitato l’incontro. La Commissione è anche grata all’arcivescovo Jeremiasz, presidente del Consiglio ecumenico polacco, e al vescovo Tadeusz Pikus, presidente del Consiglio della Conferenza episcopale polacca per l’ecumenismo, che ha riunito il Gruppo locale della Polonia; ai coordinatori del Gruppo di lavoro, rev. Ireneusz Lukas (Chiesa evangelica luterana) e rev. SÅ‚awomir PawÅ‚owski (Chiesa cattolica), e a tutti coloro che hanno coadiuvato il lavoro della Commissione internazionale.

 


<-  Presentazione della Settimana Introduzione Teologico Pastorale ->

 

Fonti: Testo tratto da chiesavaldesetrapani.com e immagine di Loving Earth 


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PRESENTAZIONE - Settimana di Preghiera per L'UNITA' DEI CRISTIANI 2012

PRESENTAZIONE - Settimana di Preghiera per L'UNITA' DEI CRISTIANI 2012

“Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore(cfr. 1 Cor 15,51.58)


  ( Scrutatio della Parola -> 1 Cor 15,51.58 )

La preghiera è una realtà potente nella vita di un cristiano. La preghiera è trasformante. Quando i cristiani comprendono il valore e l’efficacia della preghiera in comune per l’unità di quanti credono in Cristo, essi cominciano ad essere trasformati in ciò per cui stanno pregando.

Quest’anno i cristiani in Polonia hanno offerto alla nostra meditazione la loro esperienza di trasformazione e di preghiera. La trasformazione a cui si riferiscono è compresa nella sua profondità solo nella resurrezione di Gesù. Ogni cristiano battezzato nella morte e resurrezione di Cristo comincia un cammino di trasformazione. Morendo al peccato e alle forze del male, i battezzati cominciano a vivere una vita di grazia. Questa vita di grazia permette loro di sperimentare concretamente la potenza della resurrezione di
Gesù, e l’apostolo Paolo li esorta: “[...] siate saldi, incrollabili. Impegnatevi sempre più nell’opera del Signore, sapendo che, grazie al Signore, il vostro lavoro non va perduto” (1 Cor 15, 58).


Qual è, dunque, l’opera del Signore? Non è forse l’edificazione del Regno di giustizia e di pace? Non è forse la vittoria sulle forze del peccato e sulle tenebre per la potenza dell’amore e della luce della verità?
Nella vittoria Gesù Cristo nostro Signore, a tutti i cristiani viene data la capacità di indossare le armi della verità e dell’amore e di superare tutti gli ostacoli che impediscono la testimonianza del Regno di Dio. Nonostante ciò, un ostacolo permane, e può impedirci di portare a termine il nostro compito. È l’ostacolo della divisione e della mancanza di unità fra i cristiani. Come può il messaggio del vangelo risuonare autentico se non proclamiamo e non celebriamo insieme la Parola che dà la vita? Come può il vangelo convincere il mondo della propria intrinseca verità, se noi, che siamo gli annunciatori di questo vangelo, non viviamo la
koinonia nel corpo di Cristo?


La preghiera per l’unità, dunque, non è un accessorio opzionale della vita cristiana, ma, al contrario, ne è il cuore. L’ultimo comandamento che il Signore ci ha lasciato prima di completare la sua offerta redentiva sulla croce, è stato quello della comunione fra i suoi discepoli, della loro unità come Lui e il Padre sono uno, perché il mondo creda. Era la sua volontà e il suo comandamento per noi, perché realizzassimo quell’immagine in cui siamo plasmati, quella comunione di amore che spira fra le Persone della Trinità e che li rende Uno. Per questo motivo la realizzazione della preghiera di Gesù per l’unità è una grande responsabilità di tutti i battezzati.

L’unità dei cristiani è un dono di Dio; la preghiera ci prepara a ricevere questo dono e ad essere trasformati in ciò per cui preghiamo. Nel presentare questo testo di preghiera per l’unità di tutti i cristiani, ne raccomandiamo l’utilizzo; incoraggiamo la creatività dei pastori e dei fedeli nel porre nuovo vigore non solo nel pregare per l’unità, ma anche nel procedere, passo dopo passo, verso quella trasformazione che sarà operata dalla preghiera. Lasciamo che il nuovo anno ci trovi più aperti, come individui e come comunità, alla potenza del mistero della morte salvifica di Cristo.





Chiesa Cattolica
✠ Mansueto Bianchi
Vescovo di Pistoia
Presidente, Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI

Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia
Pastore Massimo Aquilante
Presidente


Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e di Malta
ed Esarcato per l’Europa Meridionale

✠ Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e di Malta
ed Esarca per l’Europa Meridionale

<-  Programma della Settimana
Introduzione Teologico Pastorale ->

 

Fonti: Testo tratto da chiesavaldesetrapani.com e immagine tratta da chiesacattolica.it


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INTRODUZIONE TEOLOGICO PASTORALE - Settimana di Preghiera per L'Unità dei Cristiani 2012 - (1 Cor 15,51-58)

INTRODUZIONE TEOLOGICO PASTORALE

“Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore(cfr. 1 Cor 15,51.58)


  ( Scrutatio della Parola -> 1 Cor 15,51.58 )

 
   Il materiale per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2012 è stato preparato da un Gruppo di lavoro composto da rappresentanti della Chiesa cattolica, della Chiesa ortodossa, della Chiesa veterocattolica e delle Chiese protestanti presenti in Polonia.

Al termine di un’ampia consultazione a cui hanno preso parte rappresentanti di vari circoli ecumenici in Polonia, si è deciso di focalizzare un tema che riguardasse il potere trasformante della fede in Cristo, particolarmente in relazione alla nostra preghiera per l’unità visibile della Chiesa, corpo di Cristo. La scelta si fondava sulle parole dell’apostolo Paolo alla chiesa di Corinto, in cui si richiama il carattere temporaneo
della vita presente (con le sue apparenti “vittorie” e “sconfitte”), ponendola a confronto con ciò che riceviamo dalla vittoria di Cristo attraverso il mistero pasquale.


Come motivare la scelta di questo tema?

La storia della Polonia è stata segnata da una serie di sconfitte e di vittorie. Possiamo ricordare le molte volte in cui la Polonia è stata invasa da nemici, la spartizione, l’oppressione di potenze straniere e di regimi ostili. La lotta costante per superare ogni prigionia e il desiderio di libertà sono un tratto caratteristico della storia polacca, che ha portato cambiamenti significativi nella vita della nazione.


Eppure, quando c’è una vittoria, ci sono delle persone che hanno perso e che non condividono la gioia e il trionfo dei vincitori.
Tale profilo peculiare della storia polacca, ha portato il Gruppo ecumenico locale responsabile della stesura del testo di quest’anno a riflettere più approfonditamente su che cosa significhi “vincere” e “perdere”, soprattutto dal momento che il linguaggio della “vittoria” è così spesso compreso in termini trionfalistici. Cristo, invece, ci ha mostrato una strada assai diversa! Nel 2012 il Campionato mondiale di calcio si terrà in Polonia e in Ucraina.


Ciò non sarebbe stato possibile in nessun modo negli anni passati. Per molti questo è il segno di un’altra “vittoria nazionale”, poiché centinaia di milioni di tifosi attenderanno con impazienza notizie delle squadre vincenti fra quelle in gara in questa parte dell’Europa. Questo semplice esempio ci può far pensare alla delusione di coloro che non vinceranno - non solo nello sport, ma anche nella loro vita e nelle loro comunità: chi spenderà una parola per i vinti, per coloro che costantemente soffrono sconfitte perché, per vari motivi e circostanze, viene sempre negata loro la vittoria? La competizione è un carattere permanente non solo dello sport, ma anche della vita politica, economica, culturale, e persino ecclesiale.

Quando i discepoli di Gesù disputarono suchi fosse il più grande” (Mc 9, 34), era evidente che erano molto coinvolti. Ma la reazione di Gesù fu molto semplice: “Se uno vuol essere il primo, deve essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mc 9, 35). Queste parole parlano di vittoria mediante il servizio reciproco, l’aiuto, l’incoraggiare l’autostima degli “ultimi”, dei dimenticati, degli esclusi. Per tutti i cristiani, la migliore espressione di questo umile servizio è Gesù Cristo, la sua vittoria attraverso la sua morte e la sua resurrezione.

È nella sua vita, nei suoi atti, nei suoi insegnamenti, nella sua sofferenza, morte e resurrezione che vogliamo trovare ispirazione oggi, per una vittoriosa vita di fede, che si esprima nell’impegno sociale, nello spirito di umiltà, nel servizio e nella fedeltà al vangelo. E, mentre attendeva la sofferenza e la morte che si avvicinavano, Gesù pregò per i suoi discepoli, perché fossero “una cosa sola [...] così il mondo crederà” (Gv 17, 21). Questa “vittoria” è possibile soltanto attraverso una trasformazione spirituale, una conversione, tale consapevolezza ha motivato la scelta delle parole dell’apostolo Paolo alle nazioni quale tema per la Settimana di preghiera di quest’anno. Il traguardo da raggiungere è una vittoria che unisca tutti i cristiani nel servizio a Dio e al prossimo.

Mentre preghiamo e ci adoperiamo per la piena e visibile unità della Chiesa, noi - e le tradizioni a cui apparteniamo - saremo dunque cambiati, trasformati e conformati ad immagine di Cristo. L’unità per cui preghiamo può richiedere un rinnovamento delle forme di vita della Chiesa che ci sono familiari. Questa è una visione emozionante, ma che potrebbe anche farci paura. L’unità per cui preghiamo non è soltanto una nozione “comoda” di amicizia e collaborazione: essa richiede la volontà di evitare ogni competizione fra di noi. Dobbiamo aprirci gli uni agli altri, offrire e ricevere doni gli uni dagli altri, per poter entrare realmente
nella nuova vita in Cristo, che è l’unica vera vittoria.


Nel piano di salvezza di Dio c’è posto per tutti. Mediante la sua morte e resurrezione, Cristo abbraccia tutti, vincitori e vinti, “perché chiunque creda in lui abbia vita eterna” (Gv 3, 15). Anche noi possiamo partecipare alla sua vittoria! Dobbiamo solo credere in lui e troveremo facile vincere il male con il bene.
 
<-  Presentazione della Settimana Programma della Settimana ->

 

Fonti: Testo tratto da chiesavaldesetrapani.com e immagine di Phillie Casablanca


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Maria, piena di Grazia - di Don Romero Maggioni


           "Adamo, dove sei?", dove sei finito?, si domanda sbalordito Dio di fronte alla condizione di morte in cui l'uomo è caduto col peccato. E' necessario partire da qui per capire l'iniziativa di salvezza che Dio attua per l'umanità; iniziando proprio da Maria, quale alba e primizia di un ricupero a quella dignità e destino che Lui stesso, Dio, si era proposto nel creare ogni uomo. Maria diviene allora la pagina biblica - scritta in una vita non a parole - nella quale leggere con speranza la nostra stessa vicenda di uomini redenti; cioè rileggere la proposta di Dio e la nostra risposta.

1) KECARITOMENE, PIENA DI GRAZIA


Quando l'angelo Gabriele giunge a Nazaret in casa di Maria, non la chiama per nome, ma "kecaritomene ", cioè "piena di grazia", CARA A DIO, oggetto d'un amore personale, termine di un dono speciale. Il nome proprio di Maria davanti a Dio è: "tutto mio dono - kecaritomene". Ma anche tu allora, o uomo, chiunque tu sia, sei "kecaritomene", sei CARO A DIO, sei uscito dal suo cuore prima che dal ventre di tua madre, sei amato da Lui "come se fossi l'unico " (sant'Agostino). "Benedetto sia Dio - esclama san Paolo -, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo".

Una benedizione che si concretizza in un progetto preciso: "In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo". Anzi, "in lui siamo stati fatti anche eredi, perché fossimo a lode della sua gloria". Cioè perché proprio questa è la soddisfazione più grande di Dio: averci partecipi di casa sua. L'uomo stranamente schifa questo dono col dire di no a Dio: -"Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?"; hai forse pensato di fare a meno di Me? -"Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto". Quando si perde un padre, si trova un padrone: la padrona del mondo che è la morte, regalo del principe di questo mondo che è satana. -"Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe"; una drammatica lotta tra satana e l'umanità sconvolgerà tutta la storia dell'uomo: "tu le insidierai il calcagno". Anche se le prospettive alla fine sono positive: "essa ti schiaccerà la testa", l'umanità ne uscirà vittoriosa! Nel più autentico frutto della stirpe umana, in Cristo, questa battaglia si farà vittoriosa; l'uomo sarà liberato dal peccato, dal male e dalla morte; sarà reso capace di resistere a satana per riconciliarsi con Dio; riavrà fiducia in Dio e ancora la partecipazione alla natura divina. Per la prima volta proprio in Maria l'uomo si sente - gratuitamente, per pura misericordia - chiamato ancora "kecaritomene", mio amato figlio, mio perdonato figlio, mia pecora smarrita che sono venuto a cercare, mio figlio prodigo che sono pronto a riaccogliere in casa con più festa di prima!


Maria Immacolata


...In Maria leggiamo l'assoluta generosità di Dio che gioca sempre d'anticipo...Dio stima troppo la nostra libertà, perché ci possa dare una salvezza senza la nostra collaborazione. ... la nostra fede si deve tradurre in opere quotidiane, in scelte coerenti ... [Siamo chiamati a essere] immacolati perché diciamo di sì al Signore vivendo come Lui l'amore

Maria, piena di Grazia



Anche di Maria oggi è detto, come verità di fede, che è piena di grazia perché "preservata dal peccato ante previsa merita, cioè in previsione della croce di Cristo". Immacolata non per merito suo, ma perché per prima - e per esprimere in modo vistoso la gratuità offerta poi a tutti - è stata preservata fin dal primo istante della sua vita, cioè dal concepimento, dall'onda del male (concepita immacolata, immacolata concezione). In Maria leggiamo l'assoluta generosità di Dio che gioca sempre d'anticipo, prima cioè d'ogni nostro merito, d'ogni nostra stessa domanda. Dio ama sempre a credito.

2) IO SONO LA SERVA DEL SIGNORE


Prima di partire da lei, l'angelo Gabriele raccoglie un SI' che è condizione decisiva per l'opera restauratrice di Dio: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38). Alla gratuità del dono di Dio, Maria risponde con il SI' della FEDE. Da "kecaritomene" diviene credente: "Beata te che hai creduto" (Lc 1,45), la chiamerà subito dopo la cugina Elisabetta.

L'altra grandezza di Mariasta proprio nella sua risposta totale a Dio; dirà di lei sant'Agostino che "Maria è più grande per essere stata discepola di Gesù che non per essere sua madre". Del resto un giorno Gesù disse così: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,27). Ogni dono di Dio richiede una riconquista. "Il Signore che ha fatto te senza di te, non salverà te senza di te" (sant'Agostino). Dio stima troppo la nostra libertà, perché ci possa dare una salvezza senza la nostra collaborazione. Maria ha percorso il suo cammino di fede fino ai piedi della croce. A dire che anche la nostra fede si deve tradurre in opere quotidiane, in scelte coerenti, e in obbedienza d'amore a Dio, fatta anche di prove. E' un SI' faticoso da esprimere a Dio, dopo il no che diciamo nel peccato. E' quello che noi chiamiamo: santificazione. Maria è immacolata anche perché non ha mai detto di no a Dio. Divenendo così il nostro modello e la nostra garanzia. Una creatura, corrispondendo pienamente al dono di Dio, ha realizzato in pieno il superamento del male e della morte. Questa è la formula vincente, questa è la partenza per ogni riforma della nostra storia di uomini inficiata di egoismo e divisione.

"Dio ci ha scelti - dice Paolo - prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità": immacolati perché diciamo di sì al Signore vivendo come Lui l'amore.


- di Don Romero Maggioni -


Fonti: Immagine tratta dalla rete - testo tratto da qumran2.net

 

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Frère Roger: La violenza che è in ognuno

La violenza che è in ognuno.

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Primo Concilio di Nicea - 325 d.C.

Primo Concilio di Nicea

Dal 19 giugno al 25 luglio (?) 325.
Papa Silvestro I (314-335).
Convocato dall’imperatore Costantino.


Tema: Simbolo Niceno contro Ario: consustanzialità del Figlio col Padre.





PROFESSIONE DI FEDE DEI 318 PADRI

Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili ed invisibili. Ed in un solo Signore, Gesù Cristo, figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre [secondo i Greci: consustanziale], mediante il quale sono state fatte tutte le cose, sia quelle che sono in cielo, che quelle che sono sulla terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, si è incarnato, si è fatto uomo, ha sofferto e risorse il terzo giorno, salì nei cieli, verrà per giudicare i vivi e i morti. Crediamo nello Spirito Santo.

Ma quelli che dicono: Vi fu un tempo in cui egli non esisteva; e: prima che nascesse non era; e che non nacque da ciò che esisteva, o da un’altra ipostasi o sostanza che il Padre, o che affermano che il Figlio di Dio possa cambiare o mutare, questi la chiesa cattolica e apostolica li condanna.

CANONI
I. Di quelli che si mutilano o permettono questo da parte di altri su se stessi.

Se qualcuno, malato, ha subito dai medici un’operazione chirurgica, o è stato mutilato dai barbari, può far parte ancora del clero. Ma se qualcuno, pur essendo sano, si è castrato da sé, costui, appartenendo al clero, sia sospeso, e in seguito nessuno che si trovi in tali condizioni sia promosso allo stato ecclesiastico. E’ evidente, che quello che è stato detto riguarda coloro che deliberatamente compiono una cosa simile e osano mutilare se stessi ma se qualcuno, fosse stato castrato dai barbari o dai propri padroni, ma fosse degno sotto ogni aspetto, i canoni lo ammettono nel clero.

II. A coloro che dopo il battesimo sono subito ammessi nel clero.

Poiché molte cose per necessità, o sotto la pressione di qualcuno, sono state fatte contro le disposizioni ecclesiastiche, sicché degli uomini, venuti da poco alla fede dal paganesimo e istruiti in breve tempo, sono stati subito ammessi al battesimo e insieme sono stati promossi all'episcopato o al sacerdozio, è sembrato bene che in futuro non si verifichi nulla di simile: è necessario del tempo, infatti, a chi viene catechizzato, ed una prova più lunga dopo il battesimo. E’ chiara infatti, la parola dell'apostolo: (il vescovo) non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia e di cadere nella stessa condanna (1).

Se poi col passar del tempo si venisse a scoprire qualche colpa commessa da costui e fosse accusato da due o tre testimoni, questi cesserà di far parte del clero. Chi poi osasse agire contro queste disposizioni e si ergesse contro questo grande sinodo, costui metterebbe in pericolo la sua stessa dignità sacerdotale.

III. Delle donne che vivono nascostamente con i chierici.

Questo grande sinodo proibisce assolutamente ai vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi e in genere a qualsiasi membro del clero di tenere delle donne di nascosto, a meno che non tratti della propria madre, di una sorella, di una zia, o di persone che siano al di sopra di ogni sospetto.

IV. Da quanti debba essere consacrato un vescovo.

Si abbia la massima cura che un vescovo sia istituito da tutti i vescovi della provincia. Ma se ciò fosse difficile o per sopravvenute difficoltà, o per la distanza, almeno tre, radunandosi nello stesso luogo, e non senza aver avuto prima per iscritto il consenso degli assenti, celebrino la consacrazione. La conferma di quanto è stato compiuto è riservata in ciascuna provincia al vescovo metropolita.

V. Degli scomunicati: che non siano accolti da altri; e dell'obbligo di tenere i sinodi due volte all'anno.

Quanto agli scomunicati, sia ecclesiastici che laici, la sentenza dei vescovi di ciascuna provincia abbia forza di legge e sia rispettata la norma secondo la quale chi è stato cacciato da alcuni non sia accolto da altri. E’ necessario tuttavia assicurarsi che questi non siano stati allontanati dalla comunità solo per grettezza d'animo o per rivalità del vescovo o per altro sentimento di odio.

Perché poi questo punto abbia la dovuta considerazione, è sembrato bene che in ogni provincia, due volte all'anno si tengano dei sinodi, affinché tutti i vescovi della stessa provincia riuniti al medesimo scopo discutano questi problemi, e così sia chiaro a tutti i vescovi che quelli che hanno mancato in modo evidente contro il proprio vescovo sono stati opportunamente scomunicati, fino a che l'assemblea dei vescovi non ritenga di mostrare verso costoro una più umana comprensione. I sinodi siano celebrati uno prima della Quaresima perché, superato ogni dissenso, possa esser offerto a Dio un dono purissimo; l'altro in autunno.

VI. Della precedenza di alcune sedi, dell'impossibilità di essere ordinato vescovo senza il consenso del metropolita.

In Egitto, nella Libia e nella Pentapoli siano mantenute le antiche consuetudini per cui il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste province; anche al vescovo di Roma infatti è riconosciuta una simile autorità. Ugualmente ad Antiochia e nelle altre province siano conservati alle chiese gli antichi privilegi. Inoltre sia chiaro che, se qualcuno è fatto vescovo senza il consenso del metropolita, questo grande sinodo stabilisce che costui non debba esser vescovo. Qualora poi due o tre, per questioni loro personali, dissentano dal voto ben meditato e conforme alle norme ecclesiastiche degli altri, prevalga l'opinione della maggioranza.

VII. Del vescovo di Gerusalemme.

Poiché è invalsa la consuetudine e l'antica tradizione che il vescovo di Gerusalemme riceva particolare onore, abbia quanto questo onore comporta, salva sempre la dignità propria della metropoli.

VIII. Dei cosiddetti càtari.

Quanto a quelli che si definiscono càtari, cioè puri, qualora si accostino alla chiesa cattolica e apostolica, questo santo e grande concilio stabilisce che, ricevuta l'imposizione delle mani, rimangano senz'altro nel clero. E’ necessario però, prima di ogni altra cosa, che essi dichiarino apertamente, per iscritto, di accettare e seguire gli insegnamenti della chiesa cattolica, che cioè essi comunicheranno con chi si è sposato per la seconda volta e con chi è venuto meno durante la persecuzione, per i quali sono stabiliti il tempo e le circostanze della penitenza, così da seguire in ogni cosa le decisioni della chiesa cattolica e apostolica. Quando, sia nei villaggi che nelle città, non si trovino che ecclesiastici di questo gruppo essi rimangano nello stesso stato. Se però qualcuno di essi si avvicina alla chiesa cattolica dove già vi è un vescovo o un presbitero, è chiaro che il vescovo della chiesa avrà dignità di vescovo e colui che presso i càtari è chiamato vescovo, avrà dignità di presbitero, a meno che piaccia al vescovo che quegli possa dividere con lui la stessa dignità. Se poi questa soluzione non fosse per lui soddisfacente, gli procurerà un posto o di corepiscopo o di presbitero, perché appaia che egli fa parte veramente del clero e che non vi sono due vescovi nella stessa città.

IX. Di quelli che senza il debito esame sono Promossi al sacerdozio.

Se alcuni sono stati promossi presbiteri senza il debito esame, o, se esaminati, hanno confessato dei falli, ma, contro le disposizioni dei canoni, hanno ricevuto l'imposizione delle mani, la legge ecclesiastica non li riconosce; la chiesa cattolica infatti vuole uomini irreprensibili.

X. Di coloro che hanno rinnegato la propria fede durante la Persecuzione e poi sono stati ammessi fra il clero.

Se alcuni di quelli che hanno rinnegato la fede cristiana sono stati eletti sacerdoti o per ignoranza o per simulazione di quelli che li hanno scelti, questo non porta pregiudizio alla disciplina ecclesiastica: una volta scoperti, infatti, costoro saranno deposti.

XI. Di quelli che hanno rinnegato la Propria fede e sono finiti tra i laici.

Quanto a quelli che, senza necessità, senza confisca dei beni, senza pericolo o qualche cosa di simile - ciò che avvenne sotto la tirannide di Licinio - hanno tradito la loro fede, questo santo sinodo dispone che, per quanto essi siano indegni di qualsiasi benevolenza, si usi tuttavia comprensione per essi. Quelli dunque tra i fedeli che fanno davvero penitenza, trascorrano tre anni tra gli audientes, sei anni tra i substrati (2), e per due anni preghino col popolo salvo che all'offertorio.

XII. Di coloro che, dopo aver lasciato il mondo, vi sono poi ritornati.

Quelli che chiamati dalla grazia, dopo un primo entusiasmo hanno deposto il cingolo militare, ma poi sono tornati, come i cani, sui loro passi (3), al punto da versare denaro e da ricercare con benefici la vita militare, facciano penitenza per dieci anni, dopo aver passato tre anni fra gli audientes (4). Ma, per questi penitenti, bisognerà guardare la loro volontà ed il modo di far penitenza. Quelli, infatti, che col timore, con le lacrime, con la pazienza, con le buone opere dimostrano con i fatti, e non simulano la loro conversione, costoro, compiuto il tempo prescritto da passare fra gli audientes (5), potranno essere ammessi ragionevolmente a partecipare alle preghiere; dopo ciò, il vescovo potrà prendere nei loro riguardi qualche decisione anche più mite. Ma quelli che si comportano con indifferenza, e credono che per la loro espiazione sia sufficiente questa penitenza, devono senz'altro scontare tutto il tempo stabilito.

XIII. Di quelli che in punto di morte chiedono la comunione.

Con quelli che sono in, fin di vita, si osservi ancora l'antica norma per cui in caso di morte nessuno sia privato dell'ultimo, indispensabile viatico. Se poi avvenisse che quegli che era stato dichiarato disperato, ed era,stato ammesso alla comunione e fatto partecipe dell'offerta, guarisca, sia ammesso tra coloro che partecipano alla sola preghiera (fino a che sia trascorso il tempo stabilito da questo grande concilio ecumenico). In genere, poi, il vescovo, dopo inchiesta, ammetterà chiunque si trovi in punto di morte e chieda di partecipare all'eucarestia.

XIV. Dei catecumeni lapsi.

Questo santo e grande concilio stabilisce che i catecumeni lapsi per tre anni siano ammessi solo tra gli audientes (6), e che dopo questo tempo possano prender parte alla preghiera, con gli altri catecumeni.

XV. Del clero che si sposta di città in città.

Per i molti tumulti ed agitazioni che avvengono, è sembrato bene che sia assolutamente stroncata la consuetudine, che in qualche parte ha preso piede, contro le norme ecclesiastiche, in modo che né vescovi né preti, né diaconi si trasferiscano da una città all'altra. Che se qualcuno, dopo questa disposizione del santo e grande concilio, facesse qualche cosa di simile, e seguisse l'antico costume, questo suo trasferimento sarà senz'altro considerato nullo, ed egli dovrà ritornare alla chiesa per cui fu eletto vescovo, o presbitero, o diacono

XVI. Di coloro che non dimorano nelle chiese nelle quali furono eletti.

Quanti temerariamente, senza santo timore di Dio, né alcun rispetto per i sacri canoni si allontanano dalla propria chiesa, siano essi sacerdoti o diaconi, o in qualsiasi modo ecclesiastici, non devono in nessun modo essere accolti in un'altra chiesa; bisogna, invece, metterli nell'assoluta necessità di far ritorno alla propria comunità, altrimenti siano esclusi dalla comunione. Che se poi uno tentasse di usar violenza ad alcun dipendente da un altro vescovo e di consacrarlo nella sua chiesa contro la volontà del vescovo, da cui si è allontanato, tale ordinazione sia considerata nulla.

XVII. Dei chierici che esercitano l'usura.

Poiché molti che sono soggetti ad una regola religiosa, trascinati da avarizia e da volgare desiderio di guadagno, e dimenticata la divina Scrittura, che dice: Non ha dato il suo denaro ad interesse (7), prestando, esigono un interesse, il santo e grande sinodo ha creduto giusto che se qualcuno, dopo la presente disposizione prenderà usura, o farà questo mestiere d'usuraio in qualsiasi altra maniera, o esigerà una volta e mezza tanto:, o si darà, in breve, a qualche altro guadagno scandaloso, sarà radiato dal clero e considerato estraneo alla regola.

XVIII. Che i diaconi non debbano dare l'eucarestia ai presbiteri; e che non devono prender posto avanti a questi.

Questo grande e santo concilio è venuto a conoscenza che in alcuni luoghi e città i diaconi danno la comunione ai presbiteri: cosa che né i sacri canoni, né la consuetudine permettono: che, cioè, quelli che non hanno il potere di consacrare diano il corpo di Cristo a coloro che possono offrirlo. Esso è venuto a conoscenza anche di questo: che alcuni diaconi ricevono l'eucarestia perfino prima dei vescovi. Tutto ciò sia tolto di mezzo, e i diaconi rimangano nei propri limiti, considerando che essi sono ministri dei vescovi ed inferiori ai presbiteri. Ricevano, quindi, come esige l'ordine, l'eucarestia, dopo i sacerdoti, e per mano del vescovo o del sacerdote. Non è neppure lecito ai diaconi sedere in mezzo ai presbiteri; ciò è, infatti, sia contro i sacri canoni, sia contro l'ordine. Se poi qualcuno non intende obbedire, neppure dopo queste prescrizioni, sia sospeso dal diaconato.

XIX. Di quelli che dall'errore di Paolo di Samosata si avvicinano alla chiesa cattolica e delle diaconesse.

Quanto ai seguaci di Paolo, che intendono passare alla chiesa cattolica, bisogna osservare l'antica prescrizione che essi siano senz'altro ribattezzati. Se qualcuno di essi, in passato, aveva appartenuto al clero, purché, del tutto irreprensibile, una volta ribattezzato potrà essere ordinato dal vescovo della chiesa cattolica. Ma se l'esame dovesse far concludere che si tratta di inetti, è bene deporli. Questo modo d'agire sarà usato anche con le diaconesse e, in genere, con quanti appartengono al clero. Quanto alle diaconesse in particolare, ricordiamo, che esse, non avendo ricevuto alcuna imposizione delle mani, devono essere computate senz'altro fra le persone laiche.

XX. Che non si debba, nei giorni di domenica e di Pentecoste, pregare in ginocchio.

Poiché vi sono alcuni che di domenica e nei giorni della Pentecoste si inginocchiano, per una completa uniformità è sembrato bene a questo santo sinodo che le preghiere a Dio si facciano in piedi.


Note

(1) I Tm 3, 6-7
(2) Audientes e substrati indicano gli appartamenti a due fasi dei catecumenato, che dovevano essere adempiute da chi, convertito al cristianesimo, aspirava al battesimo
(3) Cfr. Pr 26, 11.
(4) V. nota 2.
(5) V. nota 2.
(6) V. nota 2.
(7) Sal 14, 5

 

 Fonti: immagine orologio di Aeoth - primo piano tratto dalla rete - testo tratto da "Testimoni della Speranza" Città Nuova editore

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