storia

STORIA: La data del martirio di Pietro di Margherita GUARDUCCI

Margherita GUARDUCCI
La data del martirio di Pietro
tratto da: 30 Giorni, anno XIV, marzo 1996, p. 79-82.

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STORIA: La nascita di Gesù - di Giuseppe RICCIOTTI

Giuseppe RICCIOTTI
La nascita di Gesù
tratto da: Giuseppe RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, Mondadori, Milano 1999, § 173.

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Storia: I miracoli di Gesù medico - Felice D'ONOFRIO

Felice D'ONOFRIO
I miracoli di Gesù medico
tratto da: Avvenire, 7.10.1999.

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STORIA: Vide e credette. da - Un indagine sul Sepolcro vuoto -

Vittorio MESSORI
Vide e credette. Persili
tratto da: Vittorio MESSORI, Dicono che è risorto. Un’indagine sul Sepolcro vuoto, Sei, Torino 2000, p. 120-138.

Cap. XII. Vide e credette

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Gli ultimi giorni di Gesù - di Pierluigi BAIMA BOLLONE

Categoria: Storia
Autore: Pierluigi BAIMA BOLLONE
Editore: --
Lingua: Italiana
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Pierluigi BAIMA BOLLONE
Gli ultimi giorni di Gesù
tratto da: Pierluigi BAIMA BOLLONE, Gli ultimi giorni di Gesù, Mondadori, Milano 1999, p. 257-259.

Abbiamo compiuto un lungo percorso. Siamo partiti dal proposito di esaminare dal punto di vista medico-legale gli avvenimenti dell'ultima settimana di vita terrena di Gesù, dal giorno del suo ingresso a Gerusalemme per la celebrazione della Pasqua, che oggi ricordiamo come Domenica delle Palme, sino al venerdì, momento della condanna, dell'esecuzione in croce e della morte. L'analisi si è basata sulle fonti bibliche e sui manoscritti del Mar Morto che ci hanno consentito di interpretare l'ambiente religioso, sociale e culturale in cui Gesù visse e predicò, inquadrandolo nel contesto della dominazione romana, seguita alla conquista della Palestina da parte di Pompeo nel 63. Peraltro, anche le fonti pagane confermano la realtà storica della figura di Gesù, vissuto dal 7 a.C. sino al 7 aprile dell'anno 30.

Come abbiamo visto, a distanza di quasi due millenni, lo studio medico-legale dei testi evangelici permette di seguire lo sviluppo psicofisico del piccolo Gesù, di stabilire quali erano le sue condizioni di salute e di chiarire non pochi aspetti alla luce delle più moderne acquisizioni della medicina. Per esempio, la crisi di angoscia che coglie Gesù al Getsemani la sera del giovedì ha le caratteristiche che la moderna psichiatria riconosce all'attacco di panico, mentre il «sudore di sangue» che si verifica in quel momento è uno dei disturbi neurovegetativi determinati da tale crisi. La dermatologia ci avvisa che il fenomeno può essere riferito a porpora, ossia a una lesione della cute caratterizzata da fuoriuscita di globuli rossi dai vasi, vale a dire da una emorragia cutanea. Le ultime acquisizioni in medicina psicosomatica hanno portato all'identificazione di una particolare porpora psicogena descritta da Gardner e Diamond e interpretata sulla base del rapporto tra emozione e fibrinolisi, che corrisponde a quanto avvenuto al Getsemani.

Il meccanismo che conduce Gesù a morte è complesso e prolungato: inizia alle ventuno di giovedì e termina alle quindici di venerdì, dura cioè diciotto ore, durante le quali si realizzano stress e fatica ed egli viene traumatizzato mediante violenze contusive, ferite da flagellazione, lesioni da punta per applicazione di rami spinosi al capo e, infine, l'inchiodamento alla croce. Le cause della morte sono state viste in lesioni cardiache, nella compromissione cardiocircolatoria e in una asfissia meccanica o nella azione combinata di questi fattori. Il fatto che Gesù abbia parlato più volte dalla croce pare tuttavia in contrasto con una situazione asfittica che consente una debole fonazione soltanto in fase inspiratoria, anche se sono registrati esempi storici che dimostrano il contrario.

Posto dunque che sia davvero ammissibile una serie di attività coordinate di questo genere, che implicano una libera espirazione, resta il fatto che, se Gesù ha alla fine gridato e quindi, dopo aver reclinato il capo, è spirato, si deve essere prodotto un evento terminale determinante. La conclusione è che la morte di Gesù, in piena corrispondenza con ciò che si sa dell'agonia dei crocifissi, fu davvero conseguente a una pluralità di fattori. Alla fatica, al dolore, allo shock e alla disidratazione si sovrapposero l'asfissia meccanica da crocifissione e, alla fine, una ischemia cardiaca terminale del tutto attendibile in un soggetto lungamente provato, deprivato di liquidi e quindi in una situazione che in medicina viene definita «inspissatio sanguinis», ossia sangue iperdenso, iperviscoso e povero di ossigeno. Inutile precisare che un episodio ischemico iperacuto di questo genere giustifica un intensissimo dolore, un grido e una morte quale viene descritta.


Fonti: testo tratto da storialibera.it - foto di six steps

 

Vangeli: al centro la storia - di Marta Sordi

Categoria: Storia
Autore: Marta SORDI
Editore: --
Lingua: Italiana
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Marta SORDI
Vangeli: al centro la storia
tratto da: Il Timone, anno 5 (2003) gennaio/febbraio, n. 23, p. 24-24.


I Vangeli sono testimonianze fondate storicamente. Luca si rifà apertamente alla storiografia scientifica greca. Ma tutto il Nuovo Testamento ha valenza storica. Lo prova l'utilizzo che fa del concetto di martirio.


La storia deriva, come concetto e come metodo, dall'esperienza e dalla civiltà dei Greci: historia significa, in greco, l'indagine tesa all'accertamento del fatto e la storia è, per i Greci, storia di fatti (tà pragmata).

Erodoto distingue le notizie che conosce per esperienza diretta (autopsia) da quelle che conosce per il racconto di testimoni o per sentito dire; Tucidide va oltre ed insiste sulla critica (akribeia) a cui ogni testimonianza va sottoposta, perché "gli stessi fatti sono narrati in modo diverso da testimoni diversi " e lo storico deve prendere coscienza della deformazione che avviene per "eunoia" o per "mneme", per la tendenziosità del testimone o per la sua memoria.

Già la terminologia usata dai Greci rivela lo stretto collegamento che la ricerca storica ha con l'indagine processuale: "histor" è in Omero l'arbitro scelto fra due contendenti per ascoltare e valutare le versioni dell'uno e dell'altro e per accertare il fatto; "martys", "martyrion", "martyria" e i verbi corrispondenti indicano il testimone, la prova, la testimonianza e sono largamente usati dagli oratori attici e dagli storici: perché la storia è una narrazione fondata su testimonianze e prove, una narrazione che deve dare ragione di ciò che narra, a differenza della favola, dell'epica, del romanzo, che come la storia narrano, ma ciò che non è mai avvenuto o che può avvenire, non ciò che è avvenuto: la storia narra il probabile, ciò di cui si possono fornire le prove, e che può essere anche inverosimile, non il possibile o il verosimile.

Questa distinzione era già chiara ad Aristotele e a Polibio e spiega il ricorso frequente negli storici (da Erodoto a Tucidide, a Senofonte, a Polibio, a Diodoro, a Dione Cassio), al concetto di "martyrion" come prova:

in II, 22, 2 Erodoto dichiara incredibile che il Nilo nasca dallo scioglimento delle nevi e ritiene "proton kai meghiston martyrion", prova fondamentale della sua affermazione, i venti caldi che soffiano dalle zone da cui il Nilo deriva; Tucidide (I, 8,1) afferma che la prova ("martyrion") che gli isolani dell'Egeo erano pirati Cari e Fenici è fornita dalle armi trovate nelle sepolture di Delo al tempo della purificazione dell'isola; Senofonte (Hell. I, 7, 4) ricorda che Teramene, durante il processo delle Arginuse, citò una lettera degli strateghi a conferma ("martyrion") della sua versione dei fatti.

Caratteristiche sono le forme polibiane ("martyrion... pisteos charin" II, 38, 11; "martyrion pros pistin" XXI, 11, 4; "martyrion pros aletheian" I, 20, 1 3), in cui dall'accertamento di un fatto si passa alla credibilità ("pistis" in greco indica fede) di chi afferma e di ciò che è stato affermato e all'idea di verità ("aletheia").

Il significato fondamentale di testimone, testimonianza, prova di fatti storicamente accertati e della verità dei termini "martys, martyria, martyrion" e dei verbi corrispondenti, si ritrova nel largo uso che il Nuovo Testamento fa di essi e nella traduzione che la vulgata ne dà in latino: "testis, testimonium, testificor".

Se in Luca (24, 28) e negli Atti degli Apostoli (5, 32) "martys" è usato chiaramente per ribadire i fondamenti storici del messaggio evangelico, nell'Apocalisse giovannea (1, 5 e 3, 14) Cristo stesso è detto "testimone fedele" ("ho martys ho pistos") e viene confermato il significato del verbo "martyreo" in Giovanni (18, 27) in cui Gesù afferma davanti a Pilato di essere venuto "ut testimonium perhibeam veritati" ("hina martyreso te aletheia"), per rendere testimonianza alla verità.

In ambedue i passi "martys" e "martyreo" hanno il significato noto nel greco classico, ma si fa strada l'idea di una testimonianza data anche con l'offerta della vita. E questo il significato che il termine "martys" ha nell'Apocalisse (2, 13), in cui Antipa, ucciso per la fede a Pergamo, è detto "ho martys mou pistos", il mio testimone fedele: qui il testimone, che paga la sua testimonianza con l'offerta della vita, non è più testimone soltanto dei fatti e della verità, ma di una Persona, Cristo.

L'evoluzione definitiva del concetto, per cui "martys" assume il significato ecclesiale di Martire, "martyr" in latino (con un prestito dal greco), avverrà più tardi, dopo la metà del II secolo, quando la Chiesa sarà costretta a chiarire, contro le deviazioni dell'eresia montanista, il concetto di "martire secondo il vangelo": qui vale però la pena di riprendere il passo già citato di Luca 24, 48, in cui Gesù stesso, al momento di lasciare gli Apostoli dopo la resurrezione, li esorta ad essere testimoni di ciò che hanno visto: "hymeis martyres touton". Nei passi corrispondenti, gli altri sinottici, Marco (16, 15) dice "annunciate il vangelo" ("keryxate tò euanghelion") e Matteo (28,19) "insegnate a tutti i popoli" ("matheteusate panta tà ethne"): è evidente che non c'è nessun contrasto fra il kerygma e la testimonianza della storia e che il greco Luca ha tradotto spontaneamente e naturalmente l'impegno dell'annuncio con l'impegno alla testimonianza dei fatti storicamente accertati.

Si capisce così il prologo del suo Vangelo, che comincia con una dichiarazione metodologica che, nelle parole e nei concetti, si rifà apertamente alla storiografia scientifica greca, di cui Tucidide era stato maestro: "Poiché molti hanno preso l'iniziativa di raccontare gli avvenimenti ("pragmata"), che si sono compiuti fra noi, come li hanno tramandati coloro che sono stati fin dall'inizio testimoni oculari ("hoi ap'arches autoptai") e servi della Parola, ho deciso anch'io, egregio Teofilo, dopo aver vagliato tutto fin dall'inizio con senso critico ("akribes") di scriverteli ordinatamente, affinché tu conosca la sicurezza ("asphaleia") di ciò che ti è stato insegnato a viva voce".

C'è la raccolta delle testimonianze di chi ebbe esperienza diretta dei fatti, il richiamo all' "autopsia", caro agli storici greci; c'è l'analisi critica di questi racconti (l' "akribeia" fondamentale per Tucidide); c'è la certezza, la sicurezza, che nasce dalla narrazione di ciò di cui si sono date le prove.

Il "kerygma", l'annuncio, diventa così una narrazione storica, che si rivolge alla razionalità degli ascoltatori, dando ragione di ciò che narra.


Fonti: testo tratto da storialibera.it - immagine tratta dalla rete

 

Trovati i resti dell'apostolo Paolo nel sarcofago consegnato dalla Tradizione

Categoria: Storia
Autore: Adnkronos - 29 giugno 2009
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29 giugno 2009 - Trovati i resti dell'apostolo Paolo nel sarcofago consegnato dalla Tradizione: effettuate analisi del Carbonio 14

 

Roma, 29 giugno - Dopo il ritrovamento della più antica icona di San Paolo, un’altra rivelazione sull’Apostolo delle Genti: i suoi resti mortali sono conservati proprio nella tomba di Paolo di Tarso, sotto l'omonima basilica romana. Ad annunciarlo è stato ieri Benedetto XVI, non nascondendo una ''profonda emozione'' nel rivelare al mondo l’esito della prima ricognizione, effettuata attraverso una sonda, nella tomba di Paolo.

Le analisi e i reperti trovati, frammenti d'ossa, grani d'incenso, un lino laminato d'oro, hanno confermato - ha scandito Papa Ratzinger - la tradizione religiosa di quasi venti secoli, secondo cui, proprio in quel sarcofago, vengono venerati i resti dell'apostolo. E’ la conclusione migliore dell'Anno Paolino, dedicato al bimillenario della nascita dell’uomo convertito al Vangelo sulla via di Damasco.

Nella Basilica romana dedicata all'apostolo delle genti, durante una cerimonia ecumenica a cui ha preso parte anche una delegazione ortodossa da Costantinopoli (Istanbul), Benedetto XVI ha spiegato la recente e “attenta” analisi scientifica. “Nel sarcofago che non è mai stato aperto in tanti secoli - ha raccontato il Santo Padre – è stata praticata una piccolissima perforazione per produrre una speciale sonda mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. E' stata anche rilevata la presenza di grani di incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree”.

“Inoltre - ha proseguito Ratzinger - piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all'esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza sono risultati appartenere a persona vissuta tra il primo e il secondo secolo”. Questo, ha tratto le conclusioni Benedetto XVI, “sembra confermare l'unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell'apostolo Paolo. Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione”.

Al suo fianco, ieri c’era l'arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura, il card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, che oggi, in un'intervista a 'La Repubblica' ha spiegato: “Lo sapevamo da più di un anno che nel sarcofago ci sono le ossa di San Paolo, ma non lo abbiamo detto prima perché era un annuncio che spettava fare solo al Santo Padre. E ci ha riempito di gioia sentirlo alla solenne chiusura dell'anno Paolino”.

“Solo il Papa può dare annunci così solenni e impegnativi - ha aggiunto - Sono molto soddisfatto che i pochi che lo sapevano hanno fedelmente rispettato il giuramento pontificio a mantenere il segreto a cui erano stati sottoposti quando è stato autorizzato l'inserimento del sondino nel sarcofago per avviare lo studio del contenuto. Sono felice, emozionato per la scoperta in se': avere la certezza che si tratta veramente dei resti dell'Apostolo non può che riempirci di gioia come cristiani e non solo”.

Le Scritture narrano che Paolo fu catturato, su accusa dei giudei del Tempio, verso la fine degli anni 50 a Gerusalemme. In quanto cittadino romano, chiese di essere giudicato a Roma, dove arrivò nel 60-62, dopo essere stato per anni agli arresti domiciliari a Cesarea Marittima e al termine di un viaggio rocambolesco, con tanto di naufragio a Malta.

Secondo gli Atti degli Apostoli San Paolo fu probabilmente liberato e poi arrestato nuovamente: il suo martirio avvenne per decapitazione verso il 66-67 sulla via Laurentina, in un posto chiamato allora 'le tre taverne' e divenuto oggi 'le tre fontane'. La sepoltura fu fatta sulla via Ostiense, dove sorge la Basilica di San Paolo Fuori le Mura. Già dal secondo secolo d. C., racconta la tradizione cristiana, si pregava sulla tomba dell'apostolo, instancabile missionario del vangelo.


 

Fonte: Adnkronos 29 giugno 2009

 

L ambiente di Pietro - Carsten Peter THIEDE

Categoria: Storia
Autore: Carsten Peter THIEDE
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Carsten Peter THIEDE
L'ambiente di Pietro
tratto da: Simon Pietro dalla Galilea a Roma, (presentazione di Marta Sordi), Massimo, Milano 1999, p. 24-27.

Nativo della Galilea, non perse mai le sue caratteristiche regionali, e infatti la gente che gli stava vicino nel cortile del Sommo Sacerdote, dopo l'arresto di Gesù, lo riconobbe come galileo dal suo accento (Mc 14,70; Mt 26,73; Lc 22,59). È Giovanni a specificare la sua provenienza dalla Galilea, dicendo che Pietro e Andrea, suo fratello, erano di Betsaida (Gv 1,44). Molte tracce di questa località sono state scoperte recentemente. Comunque, il villaggio era stato elevato addirittura al rango di città dal tetrarca Filippo tra il 4 e il 2 a.C., come apprendiamo dalle Antichità giudaiche dello storico Giuseppe Flavio, un'opera ricca di notizie pubblicata intorno al 93/94 (7). Se il racconto di Giuseppe Flavio è corretto, e non c'è motivo di dubitarne, Betsaida, chiamata Julias dal tetrarca, può essere stata situata su una collina conosciuta come «et-Tel», a Est della confluenza del fiume Giordano con il Mare di Galilea (8).

Deve essere stato un luogo di una certa importanza, altrimenti Filippo non l'avrebbe elevata al rango di città, nonostante il suo nome originale significhi semplicemente «casa di pesca». Poiché Pietro aveva già lasciato Betsaida alla volta di Cafarnao quando lo incontriamo nel Vangelo di Marco, la città dovrebbe avere per noi un interesse solo marginale, non fosse altro per il fatto che Pietro fu allevato ed educato là e per il fatto che noi comprenderemo molto meglio il suo contesto educativo e culturale, se daremo uno sguardo alla vita e alla società nell'area di Betsaida durante il primo quarto del I secolo. Per troppo tempo si è sostenuto che la Galilea era culturalmente arretrata e che uno come Pietro non poteva aver scritto il greco elaborato della prima Lettera che porta il suo nome. Persino gli avversari di Pietro in Gerusalemme avevano profondi pregiudizi contro le sue origini, e, in verità, contro quelle dello stesso Gesù (cfr. At 4,13; Gv 7,41; Gv 1,46). La regione di Iturea e Traconitide (Lc 3,1) era stata ereditata dal tetrarca Filippo dopo la morte di suo padre, Erode il Grande, nel 4 d.C. Essa si estendeva a Nord-Est della Galilea propriamente detta, e Cesarea di Filippo, fondata da Filippo in persona, ne era la capitale. Betsaida, situata sulla punta nord del Mare di Galilea, era l'ultima città nel suo territorio per il viaggiatore diretto a Ovest; Cafarnao era esattamente nel territorio di suo fratello, Erode Antipa.

Filippo, «considerato il miglior governatore tra gli Erodi» (9), divenne in seguito marito della famigerata Salomè, figlia di Erodiade, che aveva preteso la testa di Giovanni Battista (Mc 6,21-25) (10). Filippo era un ellenizzante e favorì in ogni modo il diffondersi della cultura greco-romana. Il suo territorio conteneva una popolazione mista di lingua greca e aramaica, che viveva in un'atmosfera cosmopolita dovuta alla presenza di importanti vie commerciali, che collegavano Damasco nel Nord-Est con Tiro nel Nord-Ovest e con la «Decapoli» a Sud del Mare di Galilea. La regione era contraddistinta da influssi culturali di varia provenienza e da plurilinguismo. La costa nord-occidentale del Mare di Galilea era sulla cosiddetta «Via Maris», o Via del Mare, un'importante strada carovaniera da Damasco a Cesarea in Samaria, nota già ai tempi di Isaia (9,1).

Non si deve sottovalutare l'importanza di una tale prova circostanziale. Una buona conoscenza del greco doveva essere necessaria a persone come Pietro e i suoi compagni, Andrea, Giacomo e Giovanni (Mc 1,16; Lc 5,10), che erano impegnati nella pesca e nel commercio del pesce. Essi probabilmente udirono la gente parlare greco fin dai tempi dell'infanzia, e affinarono le loro capacità linguistiche non appena si dedicarono al loro mestiere. L'elemento ellenistico che li circondava è evidente già dai loro nomi: il vero nome di Pietro, Simone, è greco con un derivato aramaico (Simeone - At 15,14; 2 Pt 1,1) ed è documentato in letteratura fin dal 423 a.C., nella commedia di Aristofane "Le Nuvole" (11). Il nome di suo fratello, Andrea, è interamente greco, e così pure Filippo, il nome del loro compagno discepolo di Betsaida (Gv 1,44; 12,20-22). E' chiaro che i loro genitori avevano assorbito l'influenza ellenistica tanto da considerare naturale il fatto di dare ai propri figli nomi non aramaici. L'uso del greco presso gli ebrei è ampiamente documentato da fonti rabbiniche del primo secolo (12), e sia Gesù sia i suoi discepoli comunicavano con persone che parlavano greco. Le nostre fonti menzionano la donna siro-fenicia in Marco 7,26, una conversazione con Pilato in assenza di un interprete (Mc 15,25), il gruppo di ebrei ellenisti tra i discepoli in Atti 6,1, e il dialogo di Pietro con il centurione Cornelio in Atti 10,25-27, ma gli esempi potrebbero continuare.

Non lontano da Betsaida e da Cafarnao, sulla costa sud-orientale si trovava Hippos, una località famosa per la sua cultura ellenistica, e Gadara, circa sette miglia più a Sud, era legata alla letteratura e alla filosofia greche fin dai tempi dello scrittore satirico Menippo, che vi era nato nella prima metà del III sec. a.C. (13). L'elemento non ebraico nell'intera regione deve essere stato piuttosto significativo, se Isaia (9,1) e Matteo (4,15) la chiamano «Galilea dei Gentili». Così, l'area nella quale Pietro crebbe e avviò i suoi affari subiva da secoli un influsso di lingua e cultura greca, e tutti gli strati della società ne erano stati influenzati. Parlava un buon greco [...]. Con la sua lingua madre, l'aramaico, e l'ebraico - la lingua liturgica della sinagoga e dell'istruzione scolastica elementare della sinagoga, anch'essa a sua disposizione (14) - Pietro non deve essere stato lontano da quello che noi potremmo definire «trilingue». E non si deve escludere che avesse appreso qualche frase di latino da soldati romani, di bassa estrazione sociale e che non parlavano greco, nei dintorni o fra i suoi clienti (15). Prescindendo da queste capacità linguistiche, la sua educazione deve essere stata simile a quella ricevuta da qualsiasi ebreo che avesse frequentato la scuola elementare, di solito fino all'età di quattordici anni, nella quale normalmente si imparava a leggere, scrivere e memorizzare in maniera efficace (16).


fonti: testo stratto da storialibera.it immagine di aldoaldoz

 

Dalla via dolorosa al Golgota - Stefano ZURLO

Categoria: Storia
Autore: Stefano ZURLO
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Stefano ZURLO
Dalla via dolorosa al Golgota
tratto da: Tracce. Litterae Communionis, anno XXX, marzo 2003, p. 87s.


Due combattenti, uno dell'esercito romano, l'altro un ribelle che lottava contro l'autorità imperiale. Entrambi incontrano Gesù nel momento più drammatico della sua vita. E quei pochi istanti bastano a cambiare la loro vita. Così come per Cornelio e Simone il cireneo, "requisito" per portare la croce

Il "maresciallo" e il terrorista. Ovvero, il centurione e il buon ladrone. Davanti alla Croce di Cristo i gradi militari del potere romano e l'ideologia antimperialista contano poco. Per vie misteriose due uomini che militavano su fronti opposti si ritrovano calamitati dal Mistero che ha tagliato in due la storia. L'importante è non considerare i protagonisti di quel che accadde quel giorno, forse il 7 aprile dell'anno 30, come figurine senza spessore.

Primo problema: la parola ladrone, o l'apparentato vocabolo malfattore, non restituiscono la traiettoria esistenziale del tizio che finisce appeso a fianco di Nostro Signore. Anzi, quei termini depistano: «Malfattore o ladrone - spiega a «Tracce» Giulio Firpo, professore di Storia romana all'Università di Chieti - esprimono il punto di vista romano e dell'aristrocrazia giudaica filoromana».

Se invece facciamo lo sforzo di guardare con l'occhio ebraico, allora dobbiamo rovesciare la prospettiva: «Il ladrone - prosegue Firpo - era con ogni probabilità un partigiano che combatteva contro l'autorità romana. La situazione in Palestina, in quel periodo, era molto tesa: c'era stata una prima rivolta nell'anno 6 d.C., guidata da un certo Giuda il Galileo, poi altre insurrezioni, scontri e imboscate».

Lestài e sicari
La lotta agli occupanti veniva condotta dai lestài e dai sicari: «I sicari - aggiunge Firpo - colpivano in città usando la sica, un pugnaletto. I lestài, invece, operavano nelle campagne».

Attenzione alle parole: i "ladroni" sono, nell'originale greco, proprio i lestài. E lestès è, in Giovanni, il termine con cui è indicato Barabba.

Barabba, nota Vittorio Messori in «Patì sotto Ponzio Pilato», «era quasi certamente non un brigante o un delinquente comune, ma un sobillatore politico, un guerrigliero». Stesso discorso per i due crocifissi del Golgota: «Tutto fa dunque pensare - prosegue Messori - che facessero parte del commando di Barabba, che fossero quelli cui accenna Marco: "Si trovava in carcere assieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio" (Mc 25,7)».

«I sicari, i lestài e altri gruppi ancora - riprende Firpo - erano, o meglio si autodefinivano zeloti, vale a dire ribelli all'autorità romana, temprati al sacro fuoco della legge di Mosè. E attendevano come imminente la fine dei tempi e la vittoria del bene sul male». Barabba è chiaramente un nome di battaglia: in aramaico Bar Abbàs significa "Figlio del Padre", un appellativo messianico. Non ci sono dubbi. Nulla sappiamo di preciso sul ruolo dei presunti complici, ma la storia dovrebbe essere la stessa.

In croce, il terrorista che ha visto franare i propri sogni avvia un dialogo sorprendente con Gesù. E' Luca a ricostruire quella conversazione, drammatica, a tre voci: «Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Messia? Salva te stesso e anche noi". Ma l'altro lo rimproverava: "Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male"». Che cosa scatta nella testa del buon ladrone?

Un sì fragile
Giuseppe Ricciotti, nella sua «Vita di Gesù Cristo», ci porta sulla strada della conversione: «Probabilmente conosceva di fama Gesù di Nazareth e aveva inteso parlare della sua bontà, dei suoi miracoli e del Regno di Dio da lui predicato: certamente poi aveva, nonostante i suoi misfatti, un residuo di coscienza onesto. Nell'imminenza della morte quel residuo riaffiora e ricopre tutto il passato». Insomma, Dysmas - come è chiamato nel Vangelo apocrifo di Nicodemo - si pente, indipendentemente da quel che aveva fatto. In altre parole, riconosce qualcosa che corrisponde profondamente a quel che per una vita aveva cercato: «Il buon ladrone - nota don Giussani ne «L'attrattiva Gesù» -, quel filo di simpatia che ha espresso verso Gesù sulla croce, doveva averlo dentro verso il Bene, verso qualcosa che aspettava mentre ammazzava durante la vita. E quel filo valeva più di quanto non lo condannassero i suoi assassini». Alla fine, il buon ladrone dice sì: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Un sì fragile ma chiaro come quello di Pietro che pure aveva rinnegato il Maestro con cui aveva vissuto per tre anni. E come il sì del centurione.

«Il centurione - è l'analisi di Marta Sordi, professore emerito di Storia greca e romana alla Cattolica - era un sottufficiale e guidava un gruppo di una cinquantina di uomini». Viveva insieme ai suoi soldati, forse gli stessi che avevano schernito Gesù e si erano divisi la sua tunica, ai piedi della croce. E rimane turbato, insieme a quelli che facevano la guardia a Gesù, dal succedersi degli avvenimenti. E dal terremoto che suggella la scena sul Golgota.

Qualcosa di eccezionale
La storia di questo "maresciallo" è evidentemente lontanissima da quella di Dysmas, ma in qualche modo i due arrivano allo stesso risultato. L'uomo che muore fra atroci sofferenze ha combattuto l'Impero e ora riconosce la grandezza di quel re dei giudei che viene ucciso al posto di Barabba. L'altro è stato educato ai valori dell'ordine, della disciplina, della lealtà ai superiori. Anche in lui, dopo che Gesù è spirato, scatta qualcosa: «Visto ciò che era accaduto - ci informa Luca - il centurione glorificava Dio: "Veramente quest'uomo era giusto"». Marco, che ai ladroni concede solo un fugace accenno, si spinge addirittura oltre: «Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: "Veramente quest'uomo era figlio di Dio"». Matteo riporta pure le ispirate parole del centurione, ma colloca sul terreno della fede anche quelli che facevano la guardia: gli stessi soldati travolti dall'evidenza del Mistero presente. Proprio come il loro capo. Ecco, in un istante si compie il destino del diligente centurione romano. Per una vita gli hanno insegnato a trattare con il dovuto rispetto i superiori, ora intuisce che quell'uomo aveva qualcosa di eccezionale. Anzi, di divino. Torna in mente un altro centurione, quello di Cafarnao, di cui ci parlano Matteo (8,5) e Luca (7,1). Il sottoufficiale ha un servo paralizzato, si rivolge dunque a Gesù che gli risponde così: «Verrò e lo curerò». Potrebbe pure accontentarsi, ma non è il tipo. E la sua formazione militare lo porta a svolgere un ragionamento che lascia ammirato Cristo: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto. Di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: "Va'" ed egli va; e a un altro: "Vieni" ed egli viene, e al mio servo: "Fa' questo" ed egli lo fa». «Il centurione - rileva la Sordi - porta nella sua fede la sua esperienza di soldato romano e giustifica la sua richiesta con la disciplina che nasce dal "sacramentum militiae", per cui "quando io dico a un soldato vieni, egli viene e quando dico a un soldato vai egli va". Il rapporto tutto romano fra disciplina e "pietas" per cui l'ubbidienza al superiore legittimo è ubbidienza alla divinità, è la premessa umana della splendida fede del centurione di Cafarnao».

Come si vede, davanti a Cristo e alla sua croce cadono tutte le barriere culturali, politiche, etniche. Anche se non viene annullata, ma se mai esaltata, la specificità di ciascuno degli interlocutori di Gesù. Lo zelota che vagheggiava la vittoria contro i romani si converte in punto di morte, il soldato che portava Roma nel mondo resta ugualmente segnato dalla forza di quell'uomo apparentemente sconfitto. «C'è - dice la Sordi - da parte dei romani del Vangelo un atteggiamento complesso nei confronti di Gesù. Ci sono soldati che lo scherniscono, ma anche i soldati e i centurioni che guardano a lui con rispetto e con fede. Quello di Cafarnao, quello che assiste alla crocifissione, Cornelio, la cui vicenda è narrata negli Atti degli apostoli. Proprio Cornelio viene definito negli Atti "timorato di Dio". «I timorati di Dio - conclude la Sordi - erano proprio quei romani che simpatizzavano per il giudaismo, anche se non vi aderivano formalmente, perché la circoncisione era un ostacolo quasi insormontabile. Tuttavia questi pagani apprezzavano il monoteismo e riconoscevano la superiorità della legge morale giudaica». Cornelio segue questo percorso, poi viene battezzato da Pietro.

Davanti alla Croce
Gli schemi non contano. Conta la storia personale di ciascuno. Davanti alla croce scocca la scintilla. Il cuore di uomini diversissimi e lontanissimi l'uno dall'altro per temperamento e cultura si commuove. Si scopre cambiato perfino Simone il Cireneo. Nei Vangeli ci finisce quasi per sbaglio, mentre sta tornando a casa dopo una mattina di lavoro: si trova sulla strada che sta portando Gesù al Golgota e deve inchinarsi alla legge del più forte. Il centurione gli impone un'odiosa corvée e gli tocca portare la croce. Un fastidiosissimo contrattempo.

«Nulla ci induce a credere - dice Ricciotti - che questo Simone conoscesse Gesù o gli fosse discepolo, e quindi l'ordine ricevuto dovette essere tutt'altro che gradito al "requisito"». Però quella strana esperienza lasciò tracce dentro di lui. Altrimenti non si spiega perché Marco presenti quel passante, «un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna», come «il padre di Alessandro e Rufo». Perché quella notazione? La risposta, probabilmente, è al sedicesimo capitolo della Lettera ai Romani di Paolo. «Salutate Rufo - scrive l'Apostolo dei gentili -, questo eletto nel Signore e la madre sua che è anche mia». Certezze non ne abbiamo, ma è facile immaginare che quei pochi minuti cambiarono la vita di Simone. «Se suo figlio Rufo - nota Ricciotti - diventò più tardi persona insigne nella cristianità di Roma e se la stessa moglie di Simone fu chiamata da Paolo per venerazione con il nome di madre, si può concludere che il servizio prestato a malincuore a Gesù produsse, in maniera a noi sconosciuta, ottimi effetti».


Fonti: testo tratto storialibera.it - immagine di Sébastien GARNIER

 

 

Inchiesta sulla nascita di Gesu. Le ultime scoperte rivelano che...

Categoria: Storia
Autore: Antonio Socci
Editore: --
Lingua: Italiana
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Antonio SOCCI
Inchiesta sulla nascita di Gesù. Le ultime scoperte rivelano che...
tratto da: Il Giornale, 23.12.2005


La vera storia della nascita di Gesù

 

 

Le tracce anagrafiche di Gesù ci portano sul Campidoglio di Roma, da dove si gode una veduta mozzafiato dei Fori imperiali. Il fazzoletto di terra tra il Tabularium - che sta alle fondamenta dell'attuale municipio - e l'Aerarium del Tempio di Saturno, duemila anni fa era il centro del mondo. In quel punto erano custoditi i documenti del censimento di Augusto, secondo Tertulliano "teste fedelissimo della natività di Nostro Signore".

Era lì dunque la registrazione anagrafica della nascita - fatta da due giovani ebrei - di un bambino chiamato Yehòshua', Gesù, che significava "Dio salvatore". Incendi e distruzioni hanno perduto quei documenti. Sempre lì dovette trovarsi anche la relazione a Tiberio che Ponzio Pilato scrisse verso il 35 d.C. per giustificare processo ed esecuzione dello stesso Gesù. Da cui venne la proposta di Tiberio al Senato di riconoscere quel Gesù come dio, ossia di legittimare il culto di Cristo che si stava diffondendo. Il Senato rispose di no. La notizia è contenuta in un passo dell'Apologetico (V,2) di Tertulliano ed è stata recentemente dimostrata attendibile da un'autorevole storica, Marta Sordi.

Ma torniamo a quel censimento. Negli studi della "Scuola di Madrid" - sintetizzati nel libro "La vita di Gesù" di Josè Miguel Garcia - trova soluzione anche il problema cronologico del censimento che finora non si sapeva quando collocare e pareva storicamente dubbio.

Perché Giuseppe e Maria devono andare a Betlemme il cui nome, beth-lehem, in ebraico significa "città del pane"? Perché Erode, per conto dei romani, ha imposto un giuramento-censimento. Le autorità di Betlemme pretendono che della famiglia di Davide non manchi nessuno: Giuseppe è un discendente dell'antico casato reale che è tenuto particolarmente d'occhio. Soprattutto in questi anni nei quali - a causa di alcune profezie e di alcuni segni - si è fatta fortissima l'idea che il Messia stia per arrivare. Si sa infatti che il "liberatore" che gli ebrei aspettano è di sangue reale. E dunque quelli della famiglia di Re David sono tutti "sospetti".

E' per queste origini che la famiglia di Gesù, pur essendo diventata modesta e umile, custodisce gelosamente le genealogie che non a caso si trovano riportate nei vangeli. Genealogie che raccontano storie terribili, su cui i vangeli non sorvolano affatto. Tanto da stupire quel poeta cattolico che fu Charles Péguy: "bisogna riconoscerlo, la genealogia carnale di Gesù è spaventosa... E' in parte ciò che dà al mistero dell'Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità, tutto il suo impeto, il suo carico di umanità. Di carnale".

Secondo uno studio recente nelle origini familiari di Gesù troviamo la stessa tribù discendente da Caino, il primo omicida della storia. In Numeri 24, 21 si dice che i Qeniti sono i discendenti di Caino, verranno assorbiti dal popolo ebraico e la loro terra è dove poi sorgerà Betlemme. In un passo successivo (34,19) con Giosuè sono raccolti, per la spartizione della terra conquistata, i capi delle dodici tribù d'Israele. A capo della tribù di Giuda sta Kaleb detto il Qenizita, a cui Giosuè assegna una porzione della terra di Giuda. I Qeniti, spiega Tommaso Federici, sono dunque "una sottotribù di Giuda, la loro terra sta nella 'parte montagnosa', con capitale Hebron. Essa comprendeva la Betlemme di Kaleb, attraverso la sua sposa Efrata". Dunque "i Davididi sono i Qeniti o Cainiti". Ecco - commenta Federici "sopra quale abisso è disceso l'Immortale Eterno per assumere la carne dei peccatori. Cristo Signore così riassume in sé ogni Caino d'ogni tempo, per salvarlo".

Gesù dunque è "il segno" che Dio aveva posto sopra Caino "per cui questi ha salva la vita". Nel profeta Isaia leggiamo infatti: "Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori... è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti". Nello stesso ceppo familiare di Gesù sono riassunti "sia Israele, sia Giuda, sia i pagani ed i peccatori più lontani. Di fatto" spiega Federici "a Betlemme, Booz, antenato di David, sposando Rut la Moabita, dunque pagana e idolatra, l'inserisce a pieno titolo nel popolo di Dio, tanto che diventa antenata di David".

La predilezione di Dio non è caduta sui migliori, ma su dei peccatori. Fra i figli di Giacobbe viene scelto Giuda, il quartogenito, uno dei fratelli che avevano venduto Giuseppe. Uno la cui moralità crolla platealmente nell'unione con la nuora, Tamar, unione da cui discende legalmente Gesù. Della sua genealogia fanno parte poi dei re idolatri, immorali e qualcuno criminale. Lo stesso Davide, il più grande dei re e il più amato da Dio, commette peccati e delitti spaventosi.

Le donne della genealogia di Gesù scriveva il cardinale Van Thuan "colpiscono per le loro storie, sono donne che si trovano tutte in una situazione irregolare e di disordine morale: Tamar è una peccatrice, che con l'inganno ha avuto una unione incestuosa col suocero Giuda; Raab è la prostituta di Gerico che accoglie e nasconde le due spie israelite inviate da Giosuè e viene ammessa nel popolo ebraico; Rut è una straniera; della quarta donna... 'quella che era stata moglie di Urìa', si tratta di Betsabea, la compagna di adulterio di David".

Sembra una storia terribile, eppure è la storia della salvezza. La storia da cui è nato Gesù che ha voluto riservarsi - totalmente puri e santi - solo gli ultimi rampolli di quei clan familiari: Maria e Giuseppe. Che dunque arrivano a Betlemme dove nasce Gesù.

A lungo si è ritenuto che il 25 dicembre fosse una data convenzionale, scelta per contrastare le feste pagane del Natale Solis invicti (da identificare forse con Mitra, forse con l'imperatore romano). Ma recentemente una scoperta archeologica fatta tra i papiri di Qumran ha clamorosamente suggerito la possibile esattezza di quella data. Dal "Libro dei Giubilei" uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon ha ricostruito la successione dei 24 turni sacerdotali relativi al servizio nel Tempio di Gerusalemme e ha scoperto che "il turno di Abia" corrispondeva all'ultima settimana di settembre.

Notizia importante perché si lega a una informazione cronologica del Vangelo di Luca (1,5) secondo cui Zaccaria, il padre di Giovanni Battista e marito di Elisabetta, appartenente alla tribù sacerdotale di Abia, vide l'angelo, che annunciava il concepimento di Giovanni, proprio mentre "officiava davanti al Signore nel turno della sua classe". Quindi a fine settembre.

Il rito bizantino che da secoli fa memoria dell'annuncio a Zaccaria il 23 settembre deriva dunque da un'antica memoria, forse una tradizione orale.

La Chiesa tutta poi celebra nove mesi dopo la nascita del Battista e tutta la liturgia cristiana è impostata su questa data giacché Luca (1, 26) spiega che l'annuncio a Maria avviene quando Elisabetta era al sesto mese di gravidanza. In effetti la Chiesa celebra l'Annunciazione il 25 marzo e il Natale del Signore nove mesi dopo, il 25 dicembre (lo attesta già un calendario liturgico del 326 d.C.). Ne discende che se ha fondatezza storica l'annuncio a Zaccaria il 23 settembre, a catena - come ha dimostrato Antonio Ammassari - acquisiscono storicità anche la data dell'Annunciazione e quella del Natale.

Dal recente libro di Garcia si apprende pure la verità sul luogo della nascita di Gesù. Il contesto deve essere non una grotta, ma la grande casa paterna di Giuseppe a Betlemme. "Tali case erano costituite da un'unica grande stanza, dove le persone occupavano una specie di piattaforma rialzata, mentre in un'estremità si trovavano gli animali di cui la famiglia aveva bisogno per lavorare. E per questi animali era ovvio che ci fosse una mangiatoia".

Probabilmente Giuseppe e la giovane partoriente, per avere un po' di riservatezza e più caldo, furono alloggiati in questa parte della casa e il bambino fu posto in quella mangiatoia.

E' con una storia così ordinaria, così normale, che Dio - per i cristiani - è venuto nel mondo. E con lui la bellezza, la bontà e la salvezza. Incontrarlo è il senso della vita.

Scrive Péguy: "Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi".

 


Fonti: testo tratto da storialibera.it - immagine tratta da it.wikipedia.org