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Ferdinando Montuschi: "Un bambino senza regole si perde"

Ferdinando Montuschi: "Un bambino senza regole si perde"
 

Il pedagogista fa il punto su i bambini e la loro crescita emotiva, che interpella direttamente il ruolo dei genitori di Mariaelena Finessi

Docente di pedagogia speciale alla Facoltà di scienze dell’ educazione presso l’università Roma Tre, Ferdinando Montuschi ha fatto parte dell’Osservatorio permanente per le problematiche degli alunni in situazione di handicap istituito dal ministero della Pubblica istruzione e della Commissione nazionale per la lotta contro la droga, sorta presso il ministero degli Affari sociali. Dal 1995 è membro della Commissione per la lotta contro l’aids istituita presso il ministero della Sanità. Sul piano della ricerca, si è occupato prevalentemente dei processi di apprendimento, delle relazioni interpersonali e sociali e del rapporto fra affettività e intelligenza. Per Roma sette ha risposta ad alcuni quesiti che toccano da vicino gli affetti dei bambini.

Nel bambino l’attaccamento alle figure che si occupano di lui si instaura fin dal primo anno di vita. Col tempo questi legami diventano la bussola per riconoscere le relazioni significative. Il bambino impara, in altri termini, a regolare le proprie risposte affettive.

Nella prima fase della vita l’educazione affettiva permette di uscire gradualmente da un rapporto di attaccamento e di dipendenza, consentendo il raggiungimento di un’autonomia nel modo di sentire. Un’autonomia che si caratterizza per il passaggio dal “sentire in modo emotivo” (e quindi dal vivere le emozioni in modo reattivo e generico) al “provare i sentimenti” propriamente detti. Ma la strada per un’autonomia affettiva deve essere facilitata dai genitori, in modo che questa stessa affettività sia congruente con i fenomeni della realtà. Di fatto, noi distinguiamo i sentimenti naturali dai sentimenti ricattatori, o parassitari. E mentre i primi sono proporzionati alle situazioni che vengono vissute e aiutano la persona ad adottare i comportamenti più giusti per risolvere i problemi, gli altri sentimenti, quelli ricattatori, pur sentiti come spontanei, di fatto sono sproporzionati, vale a dire non congruenti con la realtà e portano la persona ad adottare comportamenti sbagliati o, perlomeno, improduttivi.

Può fare un esempio?
Ci sono dei bambini che non provano il sentimento di rabbia e provano invece un sentimento esagerato di paura, cioè non necessario rispetto ai fatti che vivono. Tutto ciò li porta fuori strada: non sentendo la rabbia infatti non riescono per esempio a essere affermativi, a lottare per far valere i propri diritti, a mettersi in condizioni di dire le loro ragioni. Si tenga presente che il sentimento, di per sé, è un carburante delle decisioni e delle azioni, per cui il sentire in modo appropriato significa mettersi nelle condizioni di decidere liberamente. Spetta al genitore facilitare l’adozione di sentimenti appropriati, liberi cioè da paure in eccesso, da preoccupazioni e rabbie sproporzionate.

Il papà e la mamma: genitori o amici?
Essere amici o essere genitori: questo problema è sorto per un eccesso di cambiamento nei costumi. Ci si è accorti che il ruolo autoritario, cioè di chi pretende senza motivare, di chi detta leggi senza giustificare, è negativo. Da qui l’idea: allora siamo amici, stabiliamo una parità. Il rischio è però pesante perché gli amici si possono trovare sempre, i genitori invece no. Per cui un conto è la comprensione, il dialogo, altro conto è abbandonare il ruolo di genitore per sostituirlo con il ruolo d’amico.

Cosa intende, professore?
Il ruolo d’amico non copre tutta l’area della genitorialità, anzi esclude quella parte di protezione, di consiglio, di norme e di definizione di regole e confini necessari a un bambino. Perché un bambino che non ha regole è un bambino che si perde. È come un automobilista senza indicazioni stradali: apparentemente più libero, ma sostanzialmente più insicuro.

Il rapporto coi fratelli ha diverse sfaccettature. Implica non solo l’intimità ma anche il conflitto.
Premesso che il rapporto tra fratelli è un banco di prova e lo è in tutti i momenti della giornata, il conflitto di per sé è ambivalente. Se ne può uscire rafforzati, o se ne può uscire peggiorati e indeboliti. Mi spiego: l’idea che i bambini non debbano avere discussioni è negativa: è solo una proiezione delle paure dei genitori che temono di vedere i figli in conflitto. In realtà la non-discussione significa congelare tutte le emozioni, i sentimenti e nascondere tutti i propri diritti per conservare un pacifismo che è apparente, bloccando la vita affettiva in un quietismo passivo.

Cosa fare, allora?
Il genitore non deve impaurirsi di fronte al conflitto, bloccandolo e lasciando così intendere che qualunque discussione è pericolosa. È necessario non tanto azzerare la logica conflittuale quanto piuttosto guidarla. Ciò vuol dire avere presente due cose. La prima è l’espressività dei propri diritti, che vanno comunque detti. La seconda è la non distruttività reciproca dei fratelli. Il genitore deve allora aiutare i figli a esprimere ciò di cui sentono di avere diritto o bisogno, ma senza farsi del male. Senza l’offesa verbale o la violenza fisica. Ecco che il conflitto diventa una buona palestra espressiva se, con l’aiuto dei genitori, si arriva a esprimere le proprie ragioni nel rispetto delle ragioni dell’altro.

Un ultimo pensiero per i genitori di quei bambini segnati dall’handicap. Nel suo ultimo libro, “Nati due volte”, Pontiggia scrive: «I bambini disabili nascono due volte. La prima li vede impreparati al mondo. La seconda è affidata all’amore e all’intelligenza degli altri».
Nel libro Pontiggia è sempre in difficoltà di fronte a questo figlio. Ci sono momenti di disperazione, di esasperazione e non accettazione. Ma per far ri-nascere il bambino che è in difficoltà anche un padre deve nascere una seconda volta. Come persona, e come genitore. Fuori di metafora, ha bisogno di acquistare una sensibilità che salva ciò che è umano; ha bisogno di rimanere fermo all’essenziale del bambino e vederlo al di là dei suoi comportamenti disturbati, irrazionali. Rinunciare al confronto con gli altri figli, e soprattutto accogliere quella sua unicità positiva nel percepire il mondo. Rinascere vorrà dire ricostruire la percezione che si ha di se stessi. Non falliti. E ricostruire la percezione che si ha del figlio. Non diseredato, ma ancora persona. Una considerazione che va tenuta non come consolazione o trucco per continuare a vivere, ma come una verità.


Fonti: testo ed immagine tratti da romasette.it
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