23 Ottobre 2011 - Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente ... Amerai il tuo prossimo come te stesso.

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Mt 22,34-40

NUOVA CEI

NUOVA RIVEDUTA

NUOVA DIODATI

Matteo 22 34-40

34 Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme
35 e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova:
36 «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
37 Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
38 Questo è il grande e primo comandamento.
39 Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso.
40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Matteo 22 34-40

34 I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono;
35 e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova:
36 «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?»
37 Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente".
38 Questo è il grande e il primo comandamento.
39 Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso".
40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Matteo 22 34-40

34 Allora i farisei, avendo udito che egli aveva messo a tacere i sadducei, si radunarono insieme.
35 E uno di loro, dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova, dicendo:
36 «Maestro, qual è il grande comandamento della legge?».
37 E Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua e con tutta la tua mente".
38 Questo è il primo e il gran comandamento.
39 E il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso".
40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».


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|Carità |Amore

|Padre

|Perdono

        

 

     Commento audio di Don Fabio Rosini

 


  La carità deve essere senza finzioni  di padre Raniero Cantalamessa      La collaborazione dei cristiani alla costruzione di una società giusta e pacifica non si esaurisce nel pagare le tasse; deve estendersi anche alla promozione dei valori comuni, quali la famiglia, la difesa della vita, la solidarietà con i più poveri, la pace...  "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Aggiungendo le parole "come te stesso!", Gesù ci ha messi davanti uno specchio al quale non possiamo mentire; ci ha dato un metro infallibile per scoprire se amiamo o no il prossimo. Noi sappiamo benissimo, in ogni circostanza, cosa significa amare noi stessi e cosa vorremmo che gli altri facessero per noi. Gesù non dice, si badi bene: "Quello che l'altro fa a te, tu fallo a lui ". Questo sarebbe ancora la legge del taglione: "Occhio per occhio, dente per dente ". Dice: quello che tu vorresti che l'altro facesse a te, tu fallo a lui (cf. Mt 7,12), che è ben diverso.  Gesù considerava l'amore del prossimo come il "suo comandamento", quello in cui si riassume tutta la Legge. "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi" (Gv 15, 12). Molti identificano l'intero cristianesimo con il precetto dell'amore del prossimo, e non hanno del tutto torto. Dobbiamo però cercare di andare un po' oltre la superficie delle cose. Quando si parla di amore del prossimo il pensiero va subito alle "opere" di carità, alle cose che bisogna fare per il prossimo: dargli da mangiare, da bere, visitarlo; insomma aiutare il prossimo. Ma questo è un effetto dell'amore, non è ancora l'amore. Prima della beneficenza viene la benevolenza; prima che fare il bene, viene il volere bene.  La carità deve essere "senza finzioni", cioè sincera (alla lettera, "senza ipocrisia") (Rom 12, 9); si deve amare "di vero cuore" (1 Pt 1,22). Si può infatti fare la carità e l'elemosina per molti motivi che non hanno nulla a che vedere con l'amore: per farsi belli, per passare da benefattori, per guadagnarsi il paradiso, perfino per rimorso di coscienza. Molta carità che facciamo ai paesi del terzo mondo, non è dettata da amore, ma da rimorso. Ci rendiamo infatti conto della differenza scandalosa che esiste tra noi e loro e ci sentiamo in parte responsabili della loro miseria. Si può mancare di carità, anche nel "fare la carità"!  È chiaro che sarebbe un errore fatale contrapporre tra di loro l'amore del cuore e la carità dei fatti, o rifugiarsi nelle buone disposizioni interiori verso gli altri, per trovare in ciò una scusa alla propria mancanza di carità fattiva e concreta. Se tu incontri un povero affamato e intirizzito dal freddo, diceva san Giacomo, a che gli giova se gli dici: "Poveretto, va', scaldati, mangia qualcosa!", ma non gli dai nulla di ciò di cui ha bisogno? "Figlioli, aggiunge l'evangelista Giovanni, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (1 Gv 3,18). Non si tratta dunque di svalutare le opere esteriori di carità, ma di far sì che esse abbiamo il loro fondamento in un genuino sentimento di amore e benevolenza.  Questa carità del cuore o interiore è la carità che tutti e sempre possiamo esercitare, è universale. Non è una carità che alcuni -i ricchi e i sani- possono solo dare e gli altri -i poveri e i malati- solo ricevere. Tutti possono farla e riceverla. Inoltre è concretissima. Si tratta di cominciare a guardare con occhio nuovo le situazioni e le persone con cui ci troviamo a vivere. Quale occhio? Ma è semplice: l'occhio con cui vorremmo che Dio guardasse noi! Occhio di scusa, di benevolenza, di comprensione, di perdono...  Quando questo avviene, tutti i rapporti cambiano. Cadono, come per miracolo, tutti i motivi di prevenzione e di ostilità che impedivano di amare una certa persona e questa comincia ad apparirci per quello che è nella realtà: una povera creatura umana che soffre per le sue debolezze e i suoi limiti, come te, come tutti. È come se la maschera che gli uomini e le cose hanno posto sul suo volto venisse a cadere e la persona ci apparisse per quello che è veramente.

 

La carità deve essere senza finzioni


di padre Raniero Cantalamessa  

 

La carità deve essere "senza finzioni", cioè sincera (alla lettera, "senza ipocrisia") (Rom 12, 9); si deve amare "di vero cuore" (1 Pt 1,22). Si può infatti fare la carità e l'elemosina per molti motivi che non hanno nulla a che vedere con l'amore: per farsi belli, per passare da benefattori, per guadagnarsi il paradiso, perfino per rimorso di coscienza ...


"Amerai il prossimo tuo come te stesso". Aggiungendo le parole "come te stesso!", Gesù ci ha messi davanti uno specchio al quale non possiamo mentire; ci ha dato un metro infallibile per scoprire se amiamo o no il prossimo. Noi sappiamo benissimo, in ogni circostanza, cosa significa amare noi stessi e cosa vorremmo che gli altri facessero per noi. Gesù non dice, si badi bene: "Quello che l'altro fa a te, tu fallo a lui ". Questo sarebbe ancora la legge del taglione: "Occhio per occhio, dente per dente ". Dice: quello che tu vorresti che l'altro facesse a te, tu fallo a lui (cf. Mt 7,12), che è ben diverso.

Gesù considerava l'amore del prossimo come il "suo comandamento", quello in cui si riassume tutta la Legge. "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi" (Gv 15, 12). Molti identificano l'intero cristianesimo con il precetto dell'amore del prossimo, e non hanno del tutto torto. Dobbiamo però cercare di andare un po' oltre la superficie delle cose. Quando si parla di amore del prossimo il pensiero va subito alle "opere" di carità, alle cose che bisogna fare per il prossimo: dargli da mangiare, da bere, visitarlo; insomma aiutare il prossimo. Ma questo è un effetto dell'amore, non è ancora l'amore. Prima della beneficenza viene la benevolenza; prima che fare il bene, viene il volere bene.

La carità deve essere "senza finzioni", cioè sincera (alla lettera, "senza ipocrisia") (Rom 12, 9); si deve amare "di vero cuore" (1 Pt 1,22). Si può infatti fare la carità e l'elemosina per molti motivi che non hanno nulla a che vedere con l'amore: per farsi belli, per passare da benefattori, per guadagnarsi il paradiso, perfino per rimorso di coscienza. Molta carità che facciamo ai paesi del terzo mondo, non è dettata da amore, ma da rimorso. Ci rendiamo infatti conto della differenza scandalosa che esiste tra noi e loro e ci sentiamo in parte responsabili della loro miseria. Si può mancare di carità, anche nel "fare la carità"!

È chiaro che sarebbe un errore fatale contrapporre tra di loro l'amore del cuore e la carità dei fatti, o rifugiarsi nelle buone disposizioni interiori verso gli altri, per trovare in ciò una scusa alla propria mancanza di carità fattiva e concreta. Se tu incontri un povero affamato e intirizzito dal freddo, diceva san Giacomo, a che gli giova se gli dici: "Poveretto, va', scaldati, mangia qualcosa! ", ma non gli dai nulla di ciò di cui ha bisogno? "Figlioli, aggiunge l'evangelista Giovanni, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (1 Gv 3,18). Non si tratta dunque di svalutare le opere esteriori di carità, ma di far sì che esse abbiamo il loro fondamento in un genuino sentimento di amore e benevolenza.

Questa carità del cuore o interiore è la carità che tutti e sempre possiamo esercitare, è universale. Non è una carità che alcuni -i ricchi e i sani- possono solo dare e gli altri -i poveri e i malati- solo ricevere. Tutti possono farla e riceverla. Inoltre è concretissima. Si tratta di cominciare a guardare con occhio nuovo le situazioni e le persone con cui ci troviamo a vivere. Quale occhio? Ma è semplice: l'occhio con cui vorremmo che Dio guardasse noi! Occhio di scusa, di benevolenza, di comprensione, di perdono...

Quando questo avviene, tutti i rapporti cambiano. Cadono, come per miracolo, tutti i motivi di prevenzione e di ostilità che impedivano di amare una certa persona e questa comincia ad apparirci per quello che è nella realtà: una povera creatura umana che soffre per le sue debolezze e i suoi limiti, come te, come tutti. È come se la maschera che gli uomini e le cose hanno posto sul suo volto venisse a cadere e la persona ci apparisse per quello che è veramente.

 

 Fonti: immagine di dugspr — Home for Good  testo tratto da qumran2.net - immagine  e commento di Don Fabio sono resi disponibili da catechista.it

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