Che cos’è la preghiera - di Giovanni Paolo II

Che cos’è la preghiera? Comunemente si ritiene che sia un colloquio. In un colloquio ci sono sempre un “io” e un “tu”. In questo caso un Tu con la T maiuscola. L’esperienza della preghiera insegna che, se l’io sembra sulle prime l’elemento più importante, ci si accorge poi che in realtà le cose stanno diversamente. Più importante è il Tu, perché è da Dio che prende inizio la nostra preghiera. San Paolo nella lettera ai Romani insegna proprio questo. Secondo l’apostolo, la preghiera rispecchia tutta la realtà creata, è in un certo senso una funzione cosmica.
L’uomo è sacerdote dell’intera creazione, parla a nome di essa, ma in quanto viene giudicato dallo Spirito. Si dovrebbe meditare a lungo questo passo della Lettera ai Romani, per entrare nel profondo di ciò che è la preghiera. Leggiamo: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere essa pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati” (Rm 8,19-24). E qui incontriamo le parole già riportate dell’apostolo : “ lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26).
 
Nella preghiera, dunque, il vero protagonista è Dio. Protagonista è Cristo, che costantemente libera la creatura dalla schiavitù della corruzione e la conduce verso la libertà, per la gloria dei figli di Dio. Protagonista è lo Spirito Santo, che “viene in aiuto alla nostra debolezza”. Noi cominciamo a pregare con l’impressione che sia una nostra iniziativa. Invece è sempre un’iniziativa di Dio in noi. Proprio così, come scrive san Paolo. Questa iniziativa ci restituisce alla nostra vera umanità, ci restituisce alla nostra particolare dignità. Si, ci introduce alla superiore dignità dei figli di Dio, figli di Dio che sono l’attesa di tutto il creato.
 
Pregare si può e si deve in vari modi, così come ci insegna con dovizia di esempi la Bibbia. Il libro dei Salmi è insostituibile. Occorre pregare con “gemiti inesprimibili”, per entrare nel ritmo delle suppliche dello Spirito stesso. Bisogna implorare per ottenere perdono, inserendosi nel profondo grido di Cristo Redentore (eb 5,7). Attraverso tutto questo bisogna proclamare la gloria. La preghiera è sempre un “opus gloriae” (opera, lavoro di gloria). L’uomo è sacerdote della creazione. Cristo ha confermato per lui tale dignità e vocazione. La creatura compie il suo opus gloriae per il fatto di essere ciò che è e per l’impegno a diventare ciò che deve essere.
 
Anche la scienza e al tecnica servono in un certo modo allo stesso fine. Tuttavia, in quanto opere dell’uomo, esse possono distogliere da questo fine. Il rischio è particolarmente presente nella nostra civiltà che, per ciò stesso, trova così difficile essere la civiltà della vita e dell’amore.
Manca in essa proprio l’opus gloriae, che è il fondamentale destino di ogni creatura, e soprattutto dell’uomo, il quale è stato creato per diventare, in Cristo, sacerdote, profeta e re di ogni terrena creatura.
 
Sulla preghiera è stato scritto moltissimo e, più ancora, essa è stata sperimentata nella storia del genere umano, specialmente in quella di Israele e del Cristianesimo. L’uomo raggiunge la pienezza della preghiera non quando vi esprime maggiormente se stesso, ma quando lascia che in essa si faccia più pienamente presente lo stesso Dio. Lo testimonia la storia della preghiera mistica in Oriente e in occidente: san Francesco, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, sant’Ignazio di Loyola e in Oriente, per esempio, san Serafino di Sarov e moti altri.



Fonti: testo tratto da "Varcate la soglia della Speranza" di Giovanni Paolo II con Vittorio Messori - ed. Mondadori - pag. 15-17 - immagine di Brother O'Mara

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