I semi di Edimburgo - di Paolo Naso
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| Categoria: Sussidi | ||
| Autore: Paolo Naso | ||
| Editore: -- | ||
| Lingua: Italiana | ||
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I semi di Edimburgo Cento anni fa, nel giugno del 1910, si apriva nella capitale scozzese la prima Conferenza missionaria mondiale. Vi presero parte 1.200 delegati di numerose Chiese protestanti, fino ad allora divise e distanti. Nasceva così, di fatto, il movimento ecumenico. Le cronache raccontano che la Conferenza missionaria mondiale si aprì a Edimburgo alle 9,45 del 14 giugno del 1910. Una settimana dopo era nato un movimento missionario che, nel tentativo di annunciare Cristo sino agli estremi confini del mondo, metteva da parte secolari contrapposizioni teologiche e scopriva le ragioni della sua unità nella testimonianza al mondo. In realtà, l’iniziativa fu tutta di matrice protestante e i cattolici e gli ortodossi non furono invitati a questo eccezionale evento che, come scrissero i giornali del tempo, «costituì la cosa più grande che abbia mai affascinato la Scozia». Ma l’eco delle domande e delle risposte della Conferenza arrivò certamente a Roma e nelle varie sedi dei patriarcati orientali: come è possibile annunciare credibilmente la novità cristiana se le Chiese sono divise e spesso in aperto conflitto tra loro? Si legge in un rapporto redatto nel corso della conferenza: «Non c’è un problema locale che ogni Chiesa debba affrontare oggi che non debba essere posto nel quadro della espansione missionaria».
La Conferenza, alla quale parteciparono circa 1.200 delegati delle società missionarie, guardava al Sud del mondo ma era composto esclusivamente da uomini e donne del mondo anglosassone: soprattutto scozzesi, inglesi, americani, qualche australiano. Tra le personalità più in vista che presero parte alla Conferenza, l’americano William Jennings Bryan, avvocato e politico di primo rango che concluse la sua carriera e la sua vita nel 1925, poco dopo aver vinto un processo intentato contro un insegnante reo di avere proposto ai suoi studenti le tesi darwiniane sull’evoluzione della specie; o come Seth Low, già sindaco di New York e presidente della Columbia University. Segretario della Conferenza fu John R. Mott, un laico metodista dello Iowa formatosi nelle reti giovanili cristiane: Ymca e Movimento volontario degli studenti per le missioni all’estero, ciò che di lì a poco diventerà il Movimento cristiano studenti.
Ma la star di prima grandezza dell’happening di Edimburgo fu il suo presidente: sir Arthur James Balfour, già ministro del governo di Sua Maestà e Segretario per la Scozia. Ancora oggi il nome di Balfour resta associato a una lettera scritta nel 1917 in qualità di segretario di Stato del gabinetto presieduto da George Lloyd e indirizzata a lord Rotschild in cui si prometteva agli ebrei «una patria (homeland) nazionale in Palestina». Solo poche parole del ministro di una grande potenza coloniale che esercitava un mandato di governo in una delle aree geopolitiche più delicate del mondo, eppure destinate a produrre una vera e propria deflagrazione. L’inciso di Balfour, infatti, fu interpretato come la piena legittimazione di un progetto politico teso a costituire uno Stato ebraico in un territorio storicamente abitato dagli arabi.
Sir Balfour era un’icona perfetta dello spirito missionario dell’inizio del secolo scorso e ben esprimeva l’intreccio tra l’etica protestante descritta da Max Weber qualche decennio prima, e lo spirito di un colonialismo "benevolo", teso a portare la civiltà occidentale in mondi lontani e considerati culturalmente arretrati. Tra i sogni di Edimburgo vi era quello di evangelizzare il mondo intero nell’arco di una generazione: le consistenti risorse economiche delle Chiese del primo mondo, la forza della penetrazione politica dell’Occidente nelle aree da evangelizzare, la diffusa convinzione che le religioni tradizionali dell’Africa e dell’Asia fossero sulla strada di un inarrestabile declino sembrarono dare forza e consistenza a una visione ottimistica e radiosa del futuro missionario.
Gli entusiasmi della Conferenza di Edimburgo furono ben presto gelati dai rumori che annunciavano la prima guerra mondiale e un nuovo grande raduno missionario fu possibile soltanto nel 1928 a Gerusalemme, dopo che le stesse nazioni cristiane che avevano sostenuto le missioni di evangelizzazione, avevano combattuto una guerra atrocemente distruttiva. Ma intanto il mondo era cambiato: il declino della forza economica e politica britannica, l’ascesa del comunismo nella Russia cristiana, le tensioni coloniali mettevano in profonda crisi quell’idea missionaria che in gran parte si identificava con la civiltà occidentale.
Per raccogliere il primo frutto della lunga semina iniziata a Edimburgo occorrerà aspettare il 1948 quando, nel clima di speranza e di fiducia seguito alla fine della guerra, si costituì il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec): «Ecumenico» nelle intenzioni più che nella realtà, dal momento in cui soltanto dal 1961 gli ortodossi vi aderirono formalmente e il Vaticano ne seguì i lavori inviando propri osservatori. Eravamo negli anni del Concilio e di lì a poco sarebbe arrivato il decreto Unitatis Redintegratio: «Siccome oggi, sotto il soffio della grazia dello Spirito Santo, in più parti del mondo con la preghiera, la parola e l’azione si fanno molti sforzi per avvicinarsi a quella pienezza di unità che Gesù Cristo vuole», afferma il testo, «questo santo Concilio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica».
Era una svolta che apriva una nuova stagione dei rapporti con «fratelli separati» con i quali si prospettava un cammino comune nella cooperazione missionaria, «sia facendo stimare rettamente la dignità della persona umana, sia lavorando a promuovere il bene della pace, sia applicando socialmente il Vangelo, sia facendo progredire con spirito cristiano le scienze e le arti, come pure usando rimedi d’ogni genere per venire incontro alle miserie del nostro tempo, quali sono la fame e le calamità, l’analfabetismo e l’indigenza, la mancanza di abitazioni e l’ineguale distribuzione della ricchezza». Un altro storico passo in avanti nel cammino verso l’unità nella missione cristiana che negli anni ha incontrato certamente ostacoli e difficoltà ma che appare irreversibile. Sotto il profilo formale la presenza cattolica all’interno della commissione Fede e Costituzione del Cec, composta da 120 teologi protestanti, cattolici ed ortodossi, rappresenta ancora oggi uno dei risultati più solidi e formalizzati di questo lungo cammino.
L’evento più importante sarà ovviamente a Edimburgo, che non è più il centro del movimento missionario mondiale ma, semmai, una delle città simbolo di un’Europa sempre più pluralistica da una parte e secolarizzata dall’altra: dal 2 al 6 giugno prossimi, la capitale scozzese ospiterà un grande evento missionario ed ecumenico al quale sono attesi, come cento anni fa, oltre 1.200 partecipanti. Questa volta non solo protestanti "storici" ma anche, cattolici, pentecostali e ortodossi; non solo anglosassoni, ma anche cristiani di quel Sud del mondo che oggi, in virtù dei processi migratori, guardano all’Europa secolarizzata come meta della propria missione. Intorno al castello che sovrasta la città si parlerà anche del rapporto con le altre religioni. La macchina organizzativa di Edimburgo 2010 è attiva già dal 2007 e la guida Daryl Balia, un pastore metodista sudafricano che, dopo la fine dell’apartheid, aveva lavorato nel gabinetto del presidente Mandela come consulente per i problemi dell’etica pubblica e della "integrità nazionale". «Edimburgo 2010 sarà una conferenza molto diversa da quella di un secolo fa», spiega. «Ci siamo impegnati a garantire che il 60% dei delegati venga dal Sud del mondo, che il 50% siano donne e che il 20% abbia meno di trent’anni». La conferenza si articolerà, oltre che in sedute plenarie, in nove gruppi di lavoro i cui temi sono indicativi di un’attenzione alla complessità delle questioni politiche, culturali e teologiche che stanno a monte della missione: ad esempio il rapporto con le «altre fedi», la testimonianza nella postmodernità, il rapporto con il «potere», la sfida dell’unità. «Oggi viviamo in un mondo», afferma ancora Balia, «nel quale è difficile che un unico cappello possa andare bene a tutti, ma ho fiducia che un incontro tra pressoché tutte le componenti della comunità cristiana potrà aiutarci a riflettere su quale sia la migliore risposta per la nostra generazione alla missione di Dio».
Paolo Naso Fonti: testo e foto tratte da Jesus del 3 Marzo 2010 |