«NON AMATE IL MONDO NE CIO CHE E MONDANO» di ENZO BIANCHI
«NON AMATE IL MONDO NÉ CIÒ CHE È MONDANO»
Torino, 24 giugno 2009
33° Convegno nazionale delle Caritas diocesane
di ENZO BIANCHI
Introduzione
Ieri, in obbedienza al tema di questo convegno, abbiamo meditato sull’esortazione rivolta dall’Apostolo Paolo ai cristiani di Roma: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovandovi nella vostra mente, rinnovando il vostro modo di pensare, per discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2).
Questa mattina, sempre in obbedienza puntuale al tema, riflettiamo su un’esortazione parallela a quella paolina, la parenesi giovannea presente nel testo che abbiamo ascoltato, 1Gv 2,7-17. Lo svolgimento del pensiero è capovolto: prima vi è la proclamazione del «comandamento nuovo» e la sua attualizzazione, poi il comando di non amare il mondo né le cose mondane, equivalente all’espressione paolina: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo».
Il «comandamento nuovo»
Innanzitutto Giovanni, rivolgendosi ai cristiani della sua comunità usa il termine «carissimi», o meglio ancora «amatissimi» (agapetoí: 1Gv 2,7). È questo il titolo che rivela la condizione dei credenti, quali amati da Dio e di conseguenza – in forza di questo amore che viene da Dio e che si esprime attraverso Gesù, il Figlio amato (Mc 1,11; 9,7 e par.) – amati anche dall’apostolo. È all’interno di questa comunione di amore che Giovanni ricorda loro il comandamento che hanno ricevuto ap’ archês, «da principio» (1Gv 2,7), cioè fin dall’inizio della loro vita cristiana. Questo comandamento viene definito entolè palaiá, «comandamento antico» (ibid.), sia perché ricevuto da tempo sia in quanto comandamento presente nell’antica alleanza; nello stesso tempo viene definito anche entolè kainé, «comandamento nuovo» (1Gv 2,8), nel senso che è il comandamento ultimo, definitivo, quello che Gesù ha lasciato alla sua comunità la vigilia della sua passione.
Parlare di «comandamento nuovo» non significa affermare una discontinuità con
Per Giovanni il comandamento dato da Gesù nell’ora della glorificazione, quando ormai si è consegnato liberamente e per amore degli uomini alla morte, è: «Amatevi gli uni gli altri come (kathós) io vi ho amati», cioè «sul fondamento del fatto che io vi ho amati», «nella misura in cui vi ho amati», ossia senza misura, «fino alla fine» (eis télos: Gv 13,1), fino all’amore per il nemico (cf. Mt 5,44; Lc 6,27.35). Questo orizzonte è inaudito, e in questa estensione del comandamento dell’amore si può constatare la vera novità cristiana. Quanto era impossibile per l’uomo, quanto non era stato comandato a Israele, dopo Gesù e attraverso di lui è diventato possibile. L’amore, inscritto nell’uomo a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,26-27), si è manifestato in tutta la sua pienezza in Gesù Cristo: conformandosi all’amore pieno vissuto da quest’uomo, ogni uomo conosce la possibilità di recuperare la propria somiglianza con Dio. E questo «comandamento nuovo» rinnova incessantemente coloro che lo accolgono, come ha ben compreso Origene:
[Giovanni] sapeva che il comandamento della carità era stato dato nella Legge già da lungo tempo (cf. Lv 19,18); poiché però «la carità non ha mai fine» (1Cor 13,8) e il comandamento della carità non invecchia mai, egli afferma l’eterna novità di questo comandamento. Esso infatti rinnova costantemente lo spirito di quanti lo osservano e lo custodiscono (Omelie sui Numeri IX,4,2).
Noi cristiani facciamo fatica a capirlo, eppure è così: questo comandamento dell’amore è veramente ultimo, definitivo e non ce ne sono altri, perché l’amore e la giustizia verso il prossimo sono l’amore di Dio (cf. 1Gv 4,20: «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede»). Tutti gli altri precetti sottostanno al «comandamento nuovo» e devono essere coerenti con esso.
Di conseguenza, Giovanni può ammonire quei cristiani che si sforzano di essere nella luce, di essere nella verità, mentre non si preoccupano di dimorare nella carità. Il vizio è antico: si vorrebbe mettere in concorrenza l’amore di Dio con l’amore del prossimo. Ma l’apostolo è netto: «Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre» (1Gv 2,9), è nella menzogna. Queste parole sembrano paradossali, eppure sono soltanto un’attualizzazione di quelle di Gesù: «Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai” (Es 20,13; Dt 5,17);chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque va in collera con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio» (Mt 5,21-22). Secondo Gesù l’amore per gli altri, l’autentica carità non è uno dei tanti segni, ma il segno da cui si possono riconoscere i suoi discepoli: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
Per questo Giovanni continua: «Chi ama suo fratello, dimora nella luce», nella verità, «e in lui non vi è occasione di inciampo (skándalon)» (1Gv 2,10). La conoscenza di Dio e la verità possono passare unicamente attraverso la sola realtà che non avrà mai fine (cf. 1Cor 13,8): l’agápe, l’amore per i fratelli, che sancisce la verità della fede e la forza della speranza (cf. 1Cor 13,13). In proposito, dovremmo sempre chiederci come possa esistere una verità che non esprima e non esiga l’amore, memori anche delle parole profetiche di Giovanni Paolo II il quale, a conclusione della solenne confessione dei peccati commessi dai cristiani voluta come cuore del giubileo (San Pietro, 12 marzo 2000), disse: «Mai più contraddizioni alla carità nel servizio della verità».
I cristiani che «dicono» («Se diciamo…»: 1Gv 1,6.8.10; «Chi dice…»: 1Gv 2,4.6.9) devono mostrare concretamente di vivere secondo le loro parole, perché «dicendo» si può ingannare l’altro, ma solo realizzando ciò che si dice si può mostrare di essere nella verità. Verità che – non lo si dimentichi – nel cristianesimo è innanzitutto una persona, Gesù Cristo (cf. Gv 14,6), non un’idea astratta o una formula teorica.
«Non amate il mondo né ciò che è mondano»
Dopo questa memoria del «comandamento nuovo», Giovanni interrompe per un istante l’incedere parenetico e mostra la forza della sua autorità nell’indirizzarsi con affetto paterno ai suoi destinatari (cf. 1Gv 2,12-14). Egli si rivolge alla comunità nel suo insieme, a quelli che chiama «piccoli figli» (cf. 1Gv 2,12.14), in quanto da lui generati alla fede, e poi, separatamente, ai giovani e agli anziani (cf. 1Gv 2,13.14). Dopo questa individuazione dei suoi destinatari, segue l’esortazione riassuntiva espressa dall’apostolo all’imperativo: «Non amate il mondo (kósmos) né ciò che è mondano. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui» (1Gv 2,15).
Occorre innanzitutto soffermare la nostra attenzione sul termine kósmos, «mondo», che nei vv. 15-17 compare per ben sei volte, perché la confusione circa l’esatto senso di questa parola può essere fonte di pericolose ambiguità. All’interno del Nuovo Testamento, e in particolare della letteratura giovannea, questo sostantivo riceve essenzialmente quattro significati:
a) Mondo, universo, cosmo, insieme del creato; cf. Gv 1,10: «Il mondo fu fatto per mezzo della Parola».
b) Dimora degli uomini, teatro della storia, terra; cf. Gv 17,13: «Dico queste cose mentre sono ancora nel mondo».
c) Insieme degli esseri umani, umanità; cf. Gv 3,16: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito».
d) All’interno di quest’ultimo significato va annoverata anche un’accezione negativa, ben espressa dal termine mondanità: è l’accezione presente nel nostro testo. Il «mondo» così inteso personifica la realtà ostile a Dio e a Gesù Cristo, è l’insieme delle dominanti che si contrappongono al disegno di salvezza di Dio; esso trova la sua manifestazione storica in una sorta di personalità collettiva, identificabile con ideologie, costruzioni umane, assetti politici che stanno sotto il potere di Satana, «il principe di questo mondo» (Gv 12,31). Si comprende dunque come non vi sia alcuna contraddizione tra l’affermazione di Gv 3,16 e quella che stiamo commentando: Dio ama intensamente l’umanità, fino a riconciliarla a sé in Cristo mentre essa gli è nemica (cf. Rm 5,6-11), ma non può amare la mondanità, proprio perché egli desidera per gli uomini una vita piena e felice, condizione a cui si oppone radicalmente la mondanità alienante e mortifera.
Allo stesso modo, Giovanni chiede ai cristiani di amare l’umanità di cui fanno parte, ma nel contempo di rifuggire la mondanità che tenta ogni essere umano, poiché chi ama la mondanità non può avere spazio in sé per l’amore di Dio. Stare nel mondo senza essere del mondo (cf. Gv 17,11-16), vivere in pienezza l’esistenza terrena senza essere mondani (cf. A Diogneto 6,3): in questo delicatissimo equilibrio è racchiusa tutta la paradossalità della condizione dei cristiani sulla terra. Nessun disprezzo dell’umanità – e l’attenta lettura della vita umana di Gesù narrata nei vangeli dovrebbe essere una testimonianza inequivocabile in questo senso – ma anche nessuna confusione tra la terra e il Regno, bensì la responsabilità di scorgere già nelle realtà terrene l’appello all’éschaton, al «cielo nuovo» e alla «terra nuova» (Ap 21,1; cf. 2Pt 3,13) che il Signore vuole restituirci nella loro piena integrità.
In altri termini, noi cristiani non dobbiamo abbandonare il mondo in cui Dio ci ha collocati, ma dobbiamo considerarlo nella sua verità, certi che la nostra cittadinanza vera, il nostro stile di vita appartiene ai cieli (cf. Fil 3,20; A Diogneto 5,9). Per dirla con l’apostolo Pietro, la vita cristiana è paroikía (1Pt 1,17), nel senso che è una residenza in terra straniera, dove è possibile creare lo spazio di una casa aperta a tutti; nel senso che è un pellegrinaggio, in attesa di una patria migliore. Noi cristiani siamo chiamati a vivere nella compagnia degli uomini ma a rompere con la mondanità. Non possiamo conformarci all’ideologia dominante né sottometterci alle «potenze» di questo mondo (cf. Ef 6,12): restando fedeli alla terra, noi cerchiamo di conformare le nostre vite alla vita umana di Gesù. Nostro dovere è dunque quello di prendere posizione riguardo alla mondanità: se infatti cediamo ad essa, non può esserci in noi l’amore che scende da Dio, perché quest’ultimo può solo risolversi in amore dei fratelli e delle sorelle, non degli idoli!
«La voracità della carne, la pretesa degli occhi, l’arroganza della vita»
All’interno della propria esortazione Giovanni ha il coraggio di definire con precisione come la mondanità ci abita, o meglio come la mondanità emerge nella nostra vita, nei nostri cuori: «Tutto ciò che è mondano – la voracità della carne, la pretesa degli occhi, l’arroganza della vita – non viene dal Padre, ma viene dal mondo» (1Gv 2,16). L’apostolo denuncia che anche nei cristiani, come in ogni uomo, è presente una tendenza egoistica, un’inclinazione peccaminosa, alla cui radice sta quell’atteggiamento indicato dalla tradizione cristiana quale philautía: l’amore di sé, una voler salvarsi da soli a ogni costo, contro gli altri e senza gli altri, che si innesta sulla paura della morte (cf. Sap 1,16-2,24; Eb 2,14-15) e sull’istinto della conservazione della specie.
Dentro di noi abitano tre desideri fondamentali, quelli con cui l’uomo costruisce la sua vita: desideri che, se sono eliminati, impediscono ogni tipo di umanizzazione; ma desideri che possono anche facilmente corrompersi. Con questa consapevolezza, Giovanni va alla radice del peccato e del male, compiendo una meditazione che non ha uguali per profondità in tutto il Nuovo Testamento. Egli individua dunque tre ambiti in cui la voracità, ossia il desiderio vitale pervertito, si manifesta.
a) «Voracità della carne» (epithymía tês sarkós; cf. 1Pt 2,11): indica la concupiscenza quale appare nei comportamenti di chi è teso unicamente a soddisfare il proprio egoismo, e così trasforma ogni desiderio in bisogno impellente. È la perversione della libido amandi individuata da Sigmund Freud, è il desiderio dell’eros ridotto a bisogno, fino a cosificare l’altro, rendendolo un semplice strumento del proprio piacere.
b) «Pretesa degli occhi» (epithymía tôn ophthalmôn): si riferisce alla «suggestione seducente» (Sal 36,2) che cattura gli occhi dell’uomo e lo spinge a orientare tutto ciò che vede alla sua brama di possesso. L’accumulo di beni diventa un fine in sé, in vista del quale tutto è giustificato, e la logica che presiede a tale insaziabile mania è quella mortifera del «tutto e subito». È la perversione della libido possidendi, che ci spinge a pretendere che tutto sia nostro, senza e contro gli altri.
c) «Arroganza della vita» (alazoneía toû bíou): è l’atteggiamento di chi si considera l’unico metro della realtà, e pretende che il proprio «io» sia affermato sopra gli altri; è la ricerca del potere, della propria gloria ad ogni costo e l’ostentazione di una sicurezza che si rivelerà falsa. In una parola, è l’esatto contrario della sottomissione reciproca richiesta da Gesù ai suoi discepoli, in vista della comunione: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). È la perversione della libido dominandi, che si manifesta in brama di avere successo e di apparire, nelle sue multiformi espressioni, tutte riconducibili a un’unica radice: gli altri devono essere spettatori del proprio successo.
Approfondendo ulteriormente la nostra meditazione, possiamo notare quanto segue: Giovanni è giunto a questa triplice specificazione mediante una rilettura della tentazione rivolta all’uomo e alla donna dal serpente in Gen 3,1-6. Mettendo maliziosamente in discussione il limite imposto loro da Dio (Gen 2,16-17: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti»), il serpente insinua nella donna una triplice suggestione («Non morirete, sarete come Dio, i vostri occhi si apriranno»: cf. Gen 3,4-5), conducendola a un mutamento interiore che si traduce in una nuova visione del mondo, preludio al gesto di carpire il frutto dell’albero: «Allora la donna vide che l’albero era
buono da mangiare appetitoso agli occhi desiderabile per acquistare potere» (Gen 3,6).
Ma c’è di più. L’apostolo, come hanno ben compreso i padri della chiesa, attualizza anche la tentazione subita da Gesù nel deserto. Giovanni infatti sapeva bene che Matteo e Luca avevano riassunto in numero di tre le tentazioni subite da Gesù ad opera di Satana (cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13) e da lui combattute con l’unica arma dell’obbedienza alla Parola di Dio (cf. Mt 4,4.7.10; Lc 4,4.8.12):
mutare le pietre in pane
possedere i regni della terra
gettarsi dall’alto del tempio per essere miracolosamente salvato.
Anche in questa capacità di lottare contro gli idoli seducenti Gesù è per noi esemplare, è la via per andare a Dio (cf. Gv 14,6), è colui che traccia per noi il sentiero di un’autentica umanizzazione. Chi invece cede a queste tentazioni, a questa mondanità è una persona alienata agli idoli falsi, al falso antropologico, come già si vedeva ieri.
Infine, Giovanni conclude la sua esortazione in modo lapidario: «Il mondo passa, esso e la sua voracità; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno» (1Gv 2,17). E sia chiaro: questa volontà è nient’altro che l’amore. La richiesta che l’apostolo fa ai cristiani è dunque quella di percorrere la logica opposta all’idolatria, alla voracità mondana: la logica espressa dal comandamento dell’amore. In proposito, non si dimentichi che in questa lettera Giovanni giungerà alla definizione ultima e definitiva di Dio: «Dio è amore» (ho theòs agápe estín: 1Gv 4,8.16), definizione che era implicita in tutta
Sì, questa che è la lettera della dinamica dell’amore, la lettera per eccellenza della carità, ci dice che l’umanizzazione avviene attraverso il cammino della carità, dell’amore fraterno. E se c’è un luogo in cui può apparire visibile ed efficace l’esercizio del «comandamento nuovo» è quello nel quale voi, membri della Caritas, avete assunto la diaconia. Che la vostra diaconia sia autentica, totalmente gratuita, lontana dalle tre voracità su cui abbiamo meditato: tentazioni mondane contro cui dobbiamo lottare, se vogliamo servire, non dominare
condividere, non possedere
amare, non sfruttare l’amore.
ENZO BIANCHI
Fonti: testo e immagine tratte da monasterodibose.it