Un prete ortodosso propone un breve testo del Cattolico Jacques Maritain come inizio della settimana per l'unità dei cristiani - di Padre Giovanni Festa


La convinzione che ciascuno ha, a ragione o a torto, delle carenze, le limitazioni o gli errori dell’altro non impedisce un’amicizia tra gli spiriti. Nel dialogo fraterno del quale parliamo, ci vuole una specie di perdono e di remissione che riguarda non le idee - non meritano alcun perdono se sono false - ma lo stato di colui che è in cammino con noi. Ogni credente sa bene che tutti gli uomini saranno giudicati, lui e gli altri. E né l’uno, né l’altro è Dio per giudicare l’altro. E ciò che ciascuno è davanti a Dio né l’uno né l’altro lo sanno. Qui il nolite judicare del Vangelo s’impone con tutta la sua forza. Noi possiamo giudicare le idee, le verità e gli errori, le azioni buone o cattive, il carattere, il temperamento e le disposizioni interiori così come appaiono. Ma non possiamo assolutamente giudicare il segreto dei cuori, quel centro inaccessibile nel quale giorno dietro giorno la persona intesse il proprio destino e i suoi legami con Dio. Su questo piano, al cospetto degli altri non c’è che una cosa da fare: aver fiducia in Dio. Ed è appunto a questo che ci porta l’amore per gli altri.
 
Vorrei insistere un momento sulla legge propria e sui privilegi di questa amicizia di carità, per quanto concerne in particolare le relazioni tra credenti di diversa denominazione religiosa (come anche tra credenti e non-credenti). Le spiegazioni precedenti hanno sufficientemente mostrato come sia falso dire che una tale amicizia trascende il dogma o che si stabilisce a dispetto dei dogmi della fede. Un tal modo di parlare è inammissibile per tutti coloro per i quali la parola di Dio è altrettanto assoluta che la sua unità e la sua trascendenza, un amore reciproco ottenuto a prezzo della fede, che pretenda stabilirsi sul sincretismo o sull’eclettismo, o che, invocando la parabola dei tre anelli di Lessing, proclami: « Amo chi non ha la mia fede, perché, dopo tutto, non sono sicuro che la mia fede sia quella vera e che sia la mia a portare il contrassegno del vero anello », ridurrebbe in tal modo la fede ad una semplice eredità storica e la porrebbe sotto il sigillo dell’agnosticismo e della relatività. Un simile amore, per chi crede di avere inteso la parola di Dio, equivarrebbe a mettere l’uomo al di sopra di Dio.
 
L’amore di carità, invece, si dirige prima verso Dio e a tutti, perché tutti, più sono amati in Dio e per Dio, più sono amati come tali e in se stessi. E un tale amore nasce nella fede e rimane nella fede, pur andando verso coloro che non hanno questa fede. È appunto questa la proprietà dell’amore: dovunque il nostro amore va, porta con sé la nostra fede.
 
E d’altra parte l’amicizia di carità non ci fa solo riconoscere l’esistenza degli altri, il che, a dire il vero, è già così difficile per gli uomini e contiene già tutto l’essenziale: non ci fa solo riconoscere che l’altro esiste, ma ci fa riconoscere che esiste non già al modo di un accidente qualsiasi del mondo empirico, ma come un essere umano che esiste davanti a Dio e che ha diritto ad esistere pur rimanendo (nella fede, l’amicizia di carità ci aiuta a riconoscere tutto ciò che le credenze diverse dalla nostra comportano di verità e di dignità, di valori divini e umani). Ce li fa rispettare, ci spinge a cercare in essi tutto quanto porta il segno della grandezza originaria dell’uomo e della prevenienza e della generosità di Dio. Ci aiuta ad entrare in reciproca comprensione gli uni gli altri. Non ci fa uscire dalla nostra fede; ci fa uscire da noi stessi; che è quanto dire che ci aiuta a purificare la nostra stessa fede dalla ganga di egoismo e di soggettività nella quale noi tendiamo istintivamente a racchiuderla. E ancora: che essa comporta inevitabilmente una specie di lacerazione del cuore: fisso alla verità che ama, e fisso al prossimo che ignora o misconosce questa verità, questa condizione è già inerente al lavorio di accostamento “ecumenico”, come si dice, tra cristiani separati. A maggior ragione è implicato nel lavorio di accostamento e di reciproca comprensione tra credenti di ogni sorta di denominazione.
 
Io diffido di un’amicizia tra credenti di varia denominazione che non sia accompagnata da una specie di compunzione o di dolore dell’anima, che sia facile e confortevole; così come diffido di un universalismo che pretenda di riunire in un unico servizio di Dio e in una medesima pietà trascendente – quasi nel Tempio di una qualche Fiera Mondiale – tutti i modi di credenza e tutti i modi di adorazione. Il dovere della fedeltà alla luce, di seguirla sempre per quanto la si vede, è un dovere che non si elude. In altre parole: il problema della conversione, per chiunque senta il pungolo di Dio, e nella misura in cui ne è raggiunto, non può essere messo da parte; non più di quanto non lo possa, d’altronde, il compito dell’apostolato.
 
Ma io diffido anche, e per contro, di un’amicizia tra credenti della stessa denominazione che sia facile e confortevole, perché in tal caso la carità sarebbe riservata ai correligionari; diffido di un universalismo che limiti l’amore ai soli fratelli nella fede; di un proselitismo che ami l’altro solo per convertirlo e nella sola misura in cui è convertibile; di un cristianesimo che sia il cristianesimo dei buoni contro i cattivi, e che confonda l’ordine della carità con quello che un grande spirituale del diaciassettesimo secolo chiamava un ordine di polizia.
 
Brani tratti da “Tolérance et vérité” in Nova et Vetera, annata 32, numero 3, juillet-septembre, anno 1957
 
Padre Giovanni Festa
sacerdote ortodosso della Sacra Arcidiocesi di Italia e Malta
Ecumenico Patriarcato di Costantinopoli
parroco a Palermo-Parrocchia di San Marco d'Efeso
Vicario arcivescovile per la Sicilia


Fonti: immagine tratta dalla rete

 

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